Incontrare il mostro. Imparare ad ascoltare la rabbia delle persone transgender
Testo di Nicolete Burbach*, tratto da Meeting the Monster: On Hearing Transgender Rage (Incontrare il mostro. Imparare ad ascoltare la rabbia transgender), in Trans Life and the Catholic Church Today (La vita delle persone trans e la chiesa cattolica oggi), a cura di Nicolete Burbach e Lisa Sowle Cahill, T&T Clark, pp. 336-338, Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
In questo testo userò il pronome «noi» sia per riferirmi alle persone trans sia alle teologhe e ai teologi cattolici. Lo faccio perché appartengo a entrambi questi gruppi e ciò significa che essi si sovrappongono e che, in alcuni contesti, possono essere interpellati insieme.
Usando questo «noi», però, spero anche di rendere concreta una certa forma di unità al di là di una distanza che, per molti aspetti, sembra impossibile da colmare. È un «noi» al quale queste pagine aspirano e del quale sperano, allo stesso tempo, di mostrare la possibilità e indicare una strada.
La metafora del ponte che colma una distanza è ormai consolidata quando si parla dei rapporti tra la chiesa cattolica e le persone LGBTQ+, di cui fanno parte anche le persone trans. James Martin, per esempio, parla della necessità di costruire un «ponte a doppio senso» tra le persone LGBTQ+ e il resto della chiesa cattolica (Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone LGBT, Marcianum Press, Venezia 2018, p. 17).
A motivare questo testo è, però, una certa insoddisfazione verso questo genere di metafora, fondata sulla reciprocità. Senza minimizzare le ferite e i conflitti che riguardano il posto delle persone LGBTQ+ nella chiesa cattolica, Martin contrappone la metafora del ponte alle immagini conflittuali che parlano di due «fronti» contrapposti, sostenendo che «rispetto, compassione e delicatezza» siano indispensabili per costruire una vera unità (Un ponte da costruire, p. 18).
Questa prospettiva presuppone implicitamente che la strada verso l’unità debba passare necessariamente attraverso uno stile di relazione conciliante. Il problema, però, è che questo stile non è sempre accessibile alle persone trans.
Nella vita delle persone trans possono infatti emergere forme di opposizione più aperta nei confronti del mondo cisgender, cioè delle persone che si riconoscono nel genere assegnato loro alla nascita. Presumere che uno stile conciliante sia indispensabile per costruire un ponte rischia quindi di escludere proprio queste esperienze.
La questione è particolarmente importante perché, come vedremo, simili forme dell’esperienza trans possono nascere proprio da quelle condizioni di estraneità e di esclusione che i progetti di costruzione di ponti vorrebbero superare.
Dare per scontato, fin dall’inizio, un modello conciliante e reciproco di dialogo può dunque far fallire il progetto ancora prima che cominci. Può persino riprodurre quelle stesse forme di estraneità, opponendosi alle esperienze trans così come concretamente si presentano nei contesti che si vorrebbero affrontare.
Queste pagine sostengono invece che, in simili situazioni, esista per le persone cattoliche una forma possibile di apertura verso l’altro, anche se si tratta di un cammino difficile e kenotico, cioè fondato sullo svuotamento di sé e sulla rinuncia a imporre la propria posizione.
Cercherò così di mostrare la possibilità di costruire un ponte a senso unico: un ponte che la chiesa cattolica può scegliere di attraversare nei contesti in cui i suoi atteggiamenti storici verso le persone trans hanno generato forme dell’esperienza trans che rendono impossibili altri tipi di approccio.
La mostruosità
Una delle forme di opposizione che possono emergere nella vita delle persone trans nasce proprio dai discorsi sulla mostruosità.
La mostruosità, in questo senso, si avvicina al concetto di abietto elaborato da Julia Kristeva, cioè ciò che viene respinto perché percepito come estraneo e capace di mettere in crisi la nostra identità. È qualcosa che è radicalmente «opposto all’io», che sconvolge i significati sui quali si fonda la soggettività e che, proprio per questo, «viene radicalmente escluso e mi trascina verso il luogo in cui il significato crolla».
L’abietto si colloca al confine tra il sé e l’altro, tra l’essere e il non essere e tra altre coppie di opposti che si sovrappongono. Questa sovrapposizione rende impossibile il soggetto stesso, perché il soggetto viene definito identificandosi con uno dei due poli e rifiutando l’altro.
Il mostro abita così uno spazio di confine, spaventoso e ripugnante, che sfida le idee considerate normali di umanità, natura e possibilità. Ed è proprio dall’essere definite in questo modo che può nascere una particolare forma di opposizione nell’esperienza trans.
La mostruosità è da tempo un’immagine ricorrente nella retorica transfobica. Forse l’esempio più tristemente celebre è quello di Mary Daly, che definisce la medicina trans un «fenomeno Frankenstein».
La sua allieva Janice Raymond riprende poi lo stesso immaginario, facendo propria la volontà di Frankenstein di eliminare la creatura da lui stesso generata, quando afferma che «il problema della transessualità potrebbe essere affrontato nel modo migliore imponendone moralmente la scomparsa».
Questo discorso, tuttavia, compare anche in recenti affermazioni papali. Basti pensare alla ormai famigerata retorica di papa Francesco sugli «Erode» che «distruggono, preparano progetti di morte e sfigurano il volto dell’uomo e della donna, distruggendo il creato».
Questi «Erode» rappresentano un uso eccessivo del potere umano, che pretende di dominare la natura e che finirà per condurre alla distruzione sia della natura sia dell’umanità.
Tra questi eccessi papa Francesco include le armi nucleari, alcune biotecnologie e una «teoria del gender che non riconosce l’ordine della creazione».
Anche se questa retorica viene formalmente indirizzata alla cosiddetta «teoria del gender», il suo significato finisce per coinvolgere anche le persone trans.
Questo avviene almeno nella misura in cui i nostri corpi diventano una sorta di «testo incarnato», cioè un corpo che rende visibili significati e idee, capace di portare con sé quei significati destabilizzanti che vengono associati alla «teoria del gender», o a ciò che viene liquidato con questa espressione, e che si suppone noi stessi rappresentiamo.
Questo passaggio associa le persone trans a Erode, un uomo che compie l’atto disumano dell’uccisione dei bambini e che, attraverso questo gesto, diventa egli stesso mostruoso.
Le persone trans vengono inoltre presentate come responsabili della distruzione della natura umana e della natura in generale, o almeno come incarnazione di tale distruzione, perché renderebbero visibile nei propri corpi quella «teoria del gender» che, secondo questa prospettiva, la produrrebbe.
Infine, richiamando implicitamente Janice Raymond, l’accostamento tra persone trans, biotecnologie e armamenti porta in primo piano il tema dell’artificialità, collocando le persone trans sul confine tra ciò che viene considerato naturale e ciò che viene giudicato innaturale.
Questa retorica, inoltre, non rimane confinata alle interviste di papa Francesco, ma entra anche nei documenti ufficiali del suo magistero.
È il caso, per esempio, di Amoris laetitia (La gioia dell’amore), che riprende la Relatio Finalis (Relazione finale) del Sinodo sulla famiglia del 2015 per mettere in guardia da una «ideologia del gender» che negherebbe in modo mostruoso la differenza tra i sessi e minaccerebbe così di distruggere «la base antropologica della famiglia».
In risposta a questa trasformazione in mostri, alcune persone trans hanno scelto di assumere la mostruosità come forma di resistenza alla propria esclusione, tornando ancora una volta a Frankenstein come testo di riferimento. (…)
* Nicoleta Burbach è responsabile per la giustizia sociale e ambientale presso il London Jesuit Centre (Centro gesuita di Londra) e fa parte del Pastoral Council for LGBT+ Catholics Westminster (Consiglio pastorale per le persone cattoliche LGBT+ di Westminster).
Testo originale: Meeting the Monster: On Hearing Transgender Rage

