“Io appartengo”. Vivere la fede da persone LGBTQ+ senza chiedere permesso
Testo di John Betten*, pubblicato sul sito Christians for Social Action (Stati Uniti) il 26 dicembre 2019. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Quando penso alla differenza tra essere accettati ed essere approvati, mi accorgo che non è solo una questione di parole… è qualcosa che si sente nella vita, nelle relazioni vere.
Quando penso agli amici eterosessuali che mi vogliono bene e mi sostengono come persona cristiana e come persona gay, mi viene subito in mente il mio amico Chico. Chico non è “inclusivo” nel senso in cui spesso si usa questa parola tra cristiani, e non sempre è d’accordo con le mie scelte o con quello che penso sulla sessualità. Però c’è qualcosa di più profondo che mi trasmette, qualcosa che va oltre l’approvazione: mi fa sentire che appartengo.
Prima di tutto, Chico prende sul serio la mia sessualità. Non fa finta che non esista, non evita il discorso, non mi tratta come se fossi eterosessuale. Una volta, quando ho iniziato a frequentare una donna della nostra comunità, lui mi ha messo in discussione, mi ha fatto domande vere: perché lo fai? Non va contro quello che mi hai raccontato di te? Cosa cerchi davvero in questa relazione?
Altri amici erano contenti, oppure mettevano da parte i loro dubbi… sarebbe stato sicuramente più facile se io stesso avessi fatto finta di niente, se avessi “dimenticato” tutto il discorso sul fatto di essere gay. Chico invece no… voleva capire davvero cosa stava succedendo dentro di me.
Poi c’è un’altra cosa: con Chico possiamo dirci le cose senza paura. Possiamo anche criticarci, senza camminare sulle uova. E questa, alla fine, è una forma di sicurezza… perché con lui non devo indovinare cosa pensa. Se è d’accordo con me, me lo dice. Se non lo è, anche.
A volte è faticoso rispondere alle sue domande, soprattutto quando toccano punti delicati… però, a pensarci bene, è una liberazione non dover cercare sempre l’approvazione dell’altro. Sono stanco di dover proteggere le persone eterosessuali dal disagio, o di sentirmi dire che l’importante è solo che io sia “felice”.
Anche se a volte è difficile affrontare certe domande, sono grato del fatto che tra noi non ci sia l’obbligo di approvarci a vicenda.
C’è poi un terzo aspetto: Chico mi richiama alla responsabilità. Come cristiani, abbiamo lo stesso obiettivo… cercare prima di tutto il Regno di Dio. Lui mi tratta come qualcuno che è nella sua stessa squadra. Questo significa entrare anche nei dettagli più complicati, nelle domande scomode su sessualità e orientamento… cose di cui molti preferiscono non parlare apertamente.
In questo senso, Chico è davvero un sostenitore autentico, perché tra noi c’è una responsabilità reciproca. E mi viene da chiedermi: se un cristiano non mi aiuta a vivere con fedeltà la mia relazione con Dio, in che modo può davvero essermi accanto?
Ricordo anche un momento particolare. La nostra comunità stava scrivendo un documento per spiegare la propria posizione sui cristiani LGBTQ+, e Chico ha usato un’immagine molto forte: il gesto di lavarsi i piedi a vicenda. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli… anche a Pietro e a Giuda, cioè a quelli che lo avrebbero rinnegato e tradito.
Nel dibattito sulla sessualità nelle chiese cristiane, spesso le persone queer sentono che la loro esistenza viene negata… quando si parla come se non esistessero cristiani gay reali, oppure quando l’omosessualità viene ridotta a una malattia o a un errore. Dall’altra parte, anche i cristiani che hanno una visione più tradizionale della sessualità, sia eterosessuali sia omosessuali, possono sentirsi traditi quando norme antiche vengono abbandonate senza un vero confronto.
Eppure, Chico, con la sua presenza costante nella mia vita, mi ha insegnato qualcosa di semplice e profondo sul perché continuiamo a lavarci i piedi gli uni agli altri, come ha fatto Gesù: lo facciamo perché apparteniamo gli uni agli altri.
*John Betten vive e lavora in una comunità cattolica intenzionale a Denton, Texas (Stati Uniti).
Testo originale: I Prefer Belonging

