Come preparare nelle nostre chiese le veglie di preghiera e i culti per il superamento dell’omotransbifobia



Perché continuare a vegliare, anno dopo anno, contro l’omotransbifobia? Perché anche le nostre comunità cristiane hanno bisogno di imparare a nominare, curare e superare una violenza che troppo a lungo è stata taciuta
Le venti pagine di questo “Kit per preparare le veglie di preghiera per il superamento dell’omotransbifobia” nascono come una carta nautica. Non indicano una rotta obbligata, ma offrono un orientamento a chi sceglie di preparare le veglie e i culti di preghiera per il superamento della violenza dell’omotransbifobia, una violenza che attraversa la società e che, ahimè, spesso trova spazio anche dentro le nostre chiese.
Le veglie nascono per ascoltare le voce delle persone LGBT+ e dei loro familiari, le loro fatiche e le ferite che per troppo tempo sono rimaste sottocoperta. Per anni queste storie sono state considerate tabù: qualcosa di cui non parlare, per non disturbare la navigazione. Ma il silenzio non ha protetto nessuno. Ha solo reso la traversata per tutti più solitaria e più pericolosa.
Per questo le veglie non sono manifestazioni, né dibattiti. Sono tempi di preghiera, soste notturne in cui una comunità cristiana sceglie di fermarsi e di stare davanti a Dio con ciò che fa male e con ciò che può ancora generare vita. È una navigazione sobria, fatta di Parola, intercessione e cura, per custodire vite e generare pace.
Il ritmo liturgico delle veglie alterna buio e luce, come ogni notte in mare. Il buio è il tempo in cui viene riconosciuta la violenza dell’omotransbifobia: rifiuti, esclusioni, parole che feriscono, solitudini che si ripetono. È il momento in cui la sofferenza delle persone LGBT+ e dei loro familiari può essere finalmente nominata e portata davanti a Dio.
La luce è il tempo in cui si riconosce che il superamento di questa violenza è possibile: nei gesti di chi ascolta, nelle famiglie che cambiano sguardo, nelle comunità che imparano a farsi casa. Piccole luci, ma sufficienti per continuare a navigare.
Questo cammino nasce da una ferita reale. Dal 2007, dopo la morte di ragazzo segnata dall’omofobia, alcune comunità cristiane hanno scelto di rispondere alla violenza con la preghiera. Da allora a maggio le veglie e i culti domenicali sul tema sono diventati una ricorrenza necessaria, che tornano ogni anno.
Il versetto che accompagna le veglie del 2026 è una parola che tiene la rotta: «Non temere, perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome» (Isaia 43,1). È una promessa rivolta a chi è stato ferito e messo ai margini, e un appello alle nostre comunità a chiamare per nome le persone LGBT+, senza paura, dentro la Chiesa e nella società.
Questo testo è stato realizzato insieme da un equipaggio plurale. Nasce dal lavoro dei volontari de La Tenda di Gionata, insieme a reti ecumeniche, gruppi di credenti, genitori e realtà pastorali che da anni accompagnano le veglie. I loghi presenti in basso raccontano questa alleanza concreta di persone e comunità che hanno scelto di non lasciare nessuno solo in mare aperto.
Vegliare, allora, è questo: riconoscere che la sofferenza delle persone LGBT+ ritorna finché non viene ascoltata. Preghiamo insieme per tenere accesa una luce nella notte, non per negare il buio, ma per attraversarlo insieme, come comunità chiamate a custodire la vita e a diventare “sempre più santuari di accoglienza e sostegno verso le persone LGBT+ e verso ogni persona colpita da discriminazione”.
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