La Bibbia davanti alla violenza patriarcale: Dina, la concubina e il silenzio di Dio
Ci sono pagine della Bibbia che non si leggono volentieri, che si preferirebbe saltare a piè pari. La storia di Dina, figlia di Giacobbe (Genesi 34), e quella della concubina del levita (Giudici 19) appartengono a questa categoria. Sono racconti di violenza sessuale e di brutalità maschile, in cui le donne sono ridotte a corpi da scambiare, da usare, da sacrificare. Racconti che ci lasciano senza fiato, e in cui Dio sembra tacere.
Nel caso di Dina, violentata da Sichem, non sono le sue parole a emergere, ma quelle degli uomini: il padre, i fratelli, il violentatore. Dina resta silenziata. La sua vicenda diventa oggetto di trattativa politica e vendetta maschile.
La concubina del levita subisce una sorte ancora più crudele: consegnata da chi avrebbe dovuto proteggerla a un gruppo di uomini, viene violentata per tutta la notte e muore sulla soglia di casa. Il levita, al mattino, non la piange: ne fa a pezzi il corpo e lo invia alle tribù, non per ricordarla, ma per difendere l’onore del proprio clan. È la spietata logica patriarcale: la donna come oggetto, mai come soggetto.
La teologia ci invita a non censurare questi due efferati racconti di violenza sulle donne, ma a guardarli in faccia. Elisabeth Schüssler Fiorenza ha scritto che la Bibbia custodisce sia parole di liberazione sia testimonianze di oppressione (In Memory of Her, 1983).
Patriarcato e Bibbia
Che fare di questi testi? Di certo non vanno edulcorati ma letti e compresi. Sono lo specchio di una cultura patriarcale, in cui la donna non ha autonomia né parola. Leggerli significa riconoscere che la rivelazione passa anche attraverso storie che denunciano la brutalità umana, senza offrirne giustificazione.
Phyllis Trible li ha definiti “testi del terrore” (Texts of Terror, 1984): storie che restano nella Scrittura come memoria di ciò che accade quando il potere maschile diventa assoluto e Dio sembra sparire.
Dove sta Dio?
La domanda è inevitabile: dove è Dio in questi due racconti? Nelle due vicende Dio non appare, non interviene. Il suo silenzio ci mette a disagio. Ma proprio qui la teologia ci invita a non cercare facili risposte. Forse Dio è assente perché il testo vuole mostrarci cosa succede quando gli uomini usano la religione e la tradizione per coprire la violenza. È un silenzio che ci provoca, che ci obbliga a non voltare lo sguardo.
Il corpo di Dina e quello della concubina violato e smembrato diventano un grido muto che sale dalla Scrittura fino a noi.
E oggi, a noi che cosa dicono?
Questi racconti ci interrogano ancora perché anche nelle nostre comunità il patriarcato non è solo un ricordo. Ci ricordano che la violenza di genere non è lontana: è purtroppo presente nelle case, nei luoghi di lavoro, a volte persino nelle chiese.
Ci invitano a dare voce a chi non ha avuto voce, a leggere la Bibbia con occhi critici, a riconoscere la sofferenza delle donne che la storia ha silenziato. E soprattutto ci ricordano che Dio non si trova mai dalla parte di chi domina, ma nella carne ferita delle vittime. Se Dio tace nei testi, oggi parla nel grido delle donne e di tutte le persone violate, chiedendoci di spezzare il ciclo della violenza e costruire relazioni nuove.

