La chiesa cattolica può cambiare sulle questioni LGBTQ+? Ma perché dovrebbe farlo?
Testo di Francis DeBernardo*, pubblicato su New Ways Ministry (Stati Uniti) il 23 marzo 2026. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
C’è una domanda che torna spesso, quasi come un ritornello: la chiesa cattolica deve temere il cambiamento?
È da qui che parte la riflessione del teologo tedesco Jürgen Werbick, in un’intervista pubblicata da Kath.ch, il sito della Conferenza episcopale svizzera. Una domanda che, a ben vedere, non è nuova… ma continua a inquietare, soprattutto chi, da decenni, chiede alla chiesa cattolica di cambiare il suo modo di guardare e accompagnare le persone LGBTQ+.
Werbick, professore emerito di teologia fondamentale all’Università di Münster, propone una prospettiva che sposta un po’ il punto di vista: non è il cambiamento il vero pericolo, ma la paura del cambiamento.
Eppure, precisa, la paura in sé non è qualcosa di negativo. «La paura è un segnale di pericolo», dice. Diventa però un problema quando porta a nascondere i problemi, a non riconoscerli davvero, o a non guardarli con onestà.
Chi si oppone ai cambiamenti nella chiesa cattolica spesso richiama il rischio di lasciarsi trascinare dallo “spirito del tempo”. Ma Werbick invita a guardare la storia con più realismo: la fede cristiana è sempre stata attraversata dallo spirito delle epoche in cui è vissuta… e, proprio per questo, è cambiata nel modo di essere compresa e raccontata.
«Per secoli», osserva, «si è pensato che nella chiesa cattolica non potesse cambiare nulla. Che la fede fosse sempre identica a sé stessa e che la Chiesa dovesse custodirla senza modifiche». Ma questa visione, dice chiaramente, è un’illusione.
Porta anche esempi concreti: il cristianesimo si è espresso nel linguaggio della cultura greca antica, ha assorbito categorie del mondo feudale medievale, e nell’Ottocento ha assunto forme segnate da una visione monarchica e assolutista della chiesa cattolica. Ogni epoca ha lasciato il suo segno.
Questo significa che tutto ciò che viene dal presente va accolto senza discernimento? No. Werbick è molto chiaro anche su questo. Ci sono “spiriti del tempo” che vanno riconosciuti come pericolosi, come le derive autoritarie e antidemocratiche che attraversano oggi molte società… e che, dice, si riflettono anche dentro la chiesa cattolica.
«Anch’io ho paura dello spirito del tempo», ammette. «Di quelle ideologie che chiudono, che isolano, che si impongono».
Ma accanto a queste paure ce ne sono altre, più sottili, più diffuse: la paura che, accogliendo una visione più moderna dell’essere umano, della sessualità, dell’amore, qualcosa della fede si perda. La paura che leggere la Bibbia in modo storico e critico tolga forza alla Parola di Dio.
È qui che, secondo Werbick, entra in gioco la teologia: non come qualcosa di debole o accomodante, ma come uno spazio serio di ricerca, capace di aiutare la comunità credente a orientarsi in mezzo alle domande.
Alla domanda su cosa debba cambiare, la risposta è sorprendentemente aperta: possono cambiare il linguaggio, i concetti, i sistemi teologici. Ma anche le convinzioni etiche e gli stili di vita religiosi… quando non rendono più visibile il cuore del cristianesimo.
Perché la fede, dice, non è fatta per essere difesa come una fortezza, ma per essere vissuta a partire dal suo centro.
E qual è questo centro?
Quando gli viene chiesto cosa debba cambiare perché la chiesa cattolica resti viva, Werbick risponde in modo molto concreto: deve cambiare tutto ciò che impedisce di testimoniare l’amore di Dio per l’umanità sulle orme di Cristo. Devono cambiare le strutture che hanno favorito abusi… devono cambiare tutte quelle dinamiche che ostacolano la vita e la fiducia.
Il resto, in fondo, esiste solo in funzione di questo centro. E se lo ostacola, allora sì, deve cambiare.
Partendo da questa prospettiva, anche la richiesta di cambiamento nella chiesa cattolica sulle questioni LGBTQ+ prende una luce diversa. Non si tratta semplicemente di “aggiornarsi” ai tempi… ma di tornare a ciò che è essenziale.
Non guardare solo avanti, ma guardare dentro.
È quello che affermava anche il documento teologico A Home for All: A Catholic Call for LGBTQ+ Non-Discrimination, promosso nel 2021 da New Ways Ministry e sostenuto da centinaia di teologi cattolici: il punto di riferimento non dovrebbe essere solo l’etica sessuale, ma l’insegnamento sociale della chiesa cattolica, cioè la dignità delle persone, la giustizia, il bene comune.
Nel commentare l’intervista, il giornalista Tobias Glenz osserva che in Germania la chiesa cattolica continua a perdere fedeli… anche perché fatica a cambiare su temi come il ruolo delle donne, il celibato obbligatorio e le questioni LGBTQ+.
E dice una cosa molto semplice, ma che resta addosso: le persone non vogliono piccole concessioni, frasi tipo “in fondo non siete così male”… vogliono essere accolte pienamente.
«Non mancano le occasioni per rendere la Chiesa più vicina alle persone», scrive. «Ma deve volerlo davvero. Non si tratta di inseguire lo spirito del tempo, ma di riconoscere la realtà… e trarne le conseguenze».
Riconoscere la realtà.
Da una parte, la realtà concreta delle vite delle persone LGBTQ+, delle loro esperienze, della loro fede che continua a resistere, a cercare, a sperare… anche quando si sente respinta.
Dall’altra, la realtà più profonda del Vangelo: quel comandamento semplice e immenso che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli… «amatevi gli uni gli altri».
E forse è proprio lì che tutto torna. O dovrebbe tornare.
* Francis DeBernardo è direttore esecutivo di New Ways Ministry, un’organizzazione statunitense che promuove il dialogo tra la chiesa cattolica e le persone LGBTQ+, con un’attenzione particolare alla giustizia, alla pastorale e alla riflessione teologica.
Testo originale: Can the Church Change on LGBTQ+ Issues? Why Should It?

