La Chiesa cattolica che tradisce. Come l’omofobia diventa strumento attivo di abuso
Riflessioni di Emilio Motta del gruppo La Porta Aperta – Spazi di Inclusione per credenti LGBTQIA+ e i loro familiari di Lugano (Svizzera)
Ci sono ferite che non dovrebbero mai sanguinare dentro la Chiesa cattolica. Eppure, ancora una volta, ci troviamo davanti al dolore indicibile di giovani traditi proprio da chi avrebbe dovuto custodirli.
Nei giorni scorsi si è conclusa (almeno in prima istanza) la dolorosa vicenda giudiziaria che ha coinvolto un sacerdote ticinese (Svizzzera) condannato per diversi reati connessi all’abuso sessuale, anche su minori. È una ferita che resterà aperta a lungo nella Chiesa cattolica del nostro territorio, chiamata ad affrontare non solo la rabbia e l’impotenza, ma prima di tutto il dolore delle vittime. Dolore che si accumula, come sangue su sangue.
Questo caso è emblematico. Perché riguarda un uomo che avrebbe dovuto essere guida e pastore e che invece ha esercitato un potere perverso su chi era più fragile. Perché mostra ancora una volta quanto poco peso si dia alle ferite interiori – psicologiche e spirituali – che gli abusi infliggono. Ferite invisibili, ma che continuano a sanguinare molto più a lungo di quanto un tribunale sappia riconoscere.
Tra i fatti emersi nel procedimento, ce n’è uno che dovrebbe farci tremare. Uno dei giovani che hanno avuto il coraggio di denunciare, aveva confidato al sacerdote di sentirsi attratto da persone del suo stesso sesso. In quel momento aveva consegnato al prete il segreto più intimo, il nucleo stesso della sua identità. Chiunque abbia fatto coming out, o abbia accompagnato un figlio o un amico in questo delicato passaggio, sa quanta fiducia si riponga nelle prime persone a cui lo si confida.
Quella fiducia, invece di essere custodita, è stata manipolata. Prima indirizzata verso un percorso di “guarigione” dall’omosessualità, poi sfruttata per creare ulteriore vulnerabilità, fino ad arrivare all’abuso vero e proprio. È difficile immaginare un tradimento più profondo: spegnere la fiamma nascente della fiducia, farla diventare catena per legare e rendere preda.
La pretesa di “curare” l’omosessualità o la trans-identità come se fossero patologie costruisce un cammino già malato in partenza. Il messaggio che trasmette è sempre lo stesso: “così come sei, non vai bene”. E questo messaggio è una ferita che rimane. Non porta guarigione, ma genera colpa, vergogna, ansia, depressione, autolesionismo. È un abuso che scava nell’anima e prepara il terreno ad altri abusi: psicologici, spirituali e persino fisici.
Non possiamo chiudere gli occhi davanti a questo. Possiamo accettare anche solo il rischio che i nostri giovani, nelle parrocchie, possano essere spinti verso forme tanto devastanti di violenza psicologica e spirituale? Possiamo tollerare che qualcuno usi la fede come leva per piegare, invece che per liberare?
Chi racconta che l’orientamento sessuale o l’identità di genere non eteronormati siano “disordini” tradisce il Vangelo stesso. Lo trasforma da annuncio di libertà e dignità in strumento di oppressione. E c’è di peggio: tra i commenti di alcuni sedicenti “difensori della fede” abbiamo letto persino accuse alle vittime, come se fossero loro la causa degli abusi subiti. È il rovesciamento totale del messaggio cristiano: invece di portare a Dio, lo allontana; invece di generare amore, genera disperazione.
E allora la domanda resta: come possono le persone fidarsi ancora? Come convincerle che proprio nelle nostre comunità parrocchiali dovrebbero sentirsi accolte e non giudicate? Che la Chiesa dovrebbe essere il primo porto sicuro e non un luogo di paura?
Tempo fa riflettevamo, insieme ad altri credenti, sulla parabola del buon samaritano. Siamo chiamati a essere samaritani, a fermarci accanto a chi è ferito. Ma la parabola ci dice anche altro: c’è una locanda, un luogo dove il ferito viene accolto, curato, custodito.
E allora la vera domanda è: quando la Chiesa diventerà davvero locanda? Quando sarà casa aperta, rifugio di misericordia, luogo dove nessuno deve prima giustificarsi per ciò che è, per poter essere amato?

