La dottrina può cambiare? Cosa ha detto Papa Leone sulle persone LGBTQ+ e la chiesa cattolica
Testo di Daniel P. Horan, pubblicato sul sito del National Catholic Reporter (Stati Uniti) il 2 ottobre 2025. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
Lo scorso mese, il sito d’informazione cattolico Crux ha pubblicato le trascrizioni di due lunghe interviste che Papa Leone XIV ha rilasciato alla giornalista Elise Ann Allen per il suo libro di prossima uscita (in spagnolo) León XIV: Ciudadno del mundo, misionero del siglo XXI (Leone XIV: Cittadino del mondo, missionario del XXI secolo).
Queste conversazioni, della durata complessiva di circa tre ore, toccano una vasta gamma di temi che hanno ricevuto grande attenzione mediatica: la polarizzazione politica e la situazione negli Stati Uniti, la guerra a Gaza e le relazioni con la Cina, le finanze vaticane e la Curia, il ruolo delle donne nella chiesa cattolica e i dibattiti liturgici, oltre alle questioni LGBTQ+.
È proprio quest’ultimo argomento, relativo alle persone LGBTQ+ e alla chiesa cattolica, ad aver catturato la mia attenzione. Non tanto per ciò che Papa Leone ha detto sull’accoglienza e sulla pastorale — ha dichiarato esplicitamente che intende proseguire l’eredità di Papa Francesco di accoglienza e inclusione — quanto per quanto ha affermato sullo sviluppo della dottrina e sul suo rapporto con la necessità di “cambiare gli atteggiamenti prima ancora di cambiare la dottrina”.
A un primo ascolto, questa affermazione potrebbe sembrare un rifiuto scoraggiante di ogni possibile progresso teologico e morale per le persone LGBTQ+ e per i loro sostenitori, che da tempo sperano in una revisione del linguaggio ufficiale della chiesa cattolica sugli atti omosessuali definiti “intrinsecamente disordinati” e, forse, in un’apertura al riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso.
Condivido quanto scritto dal collega teologo cattolico Ish Ruiz nel suo recente articolo pubblicato su National Catholic Reporter: è stato “doloroso da sentire”. Ruiz ha ragione a mettere in luce l’ingiustizia implicita nel proclamare di accogliere tutti, ma nel rifiutarsi poi di riconoscere pienamente, nelle formulazioni dottrinali e nelle esortazioni morali, la dignità e il valore di coloro che si dice di accogliere.
Scrive in modo toccante: per quanto possiamo proclamare “a tutti, tutti, tutti” per accogliere le persone LGBTQ+, rimandare la riforma dottrinale perpetua il rifiuto. Suggerisce che i cattolici LGBTQ+ possano essere visti ma non pienamente abbracciati, accolti ma mai celebrati, inclusi ma sempre in modo condizionato. Ci si aspetta che ci accontentiamo delle briciole mentre abbiamo fame del pane pieno della comunione.
Non desideriamo soltanto stare dentro l’edificio della chiesa cattolica; vogliamo che il nostro amore e le nostre identità siano custoditi come parti integranti della storia cattolica.
Ruiz fa bene a sottolineare l’importanza della sinodalità e a insistere sul fatto che, se davvero vogliamo ascoltare tutte le voci, allora la chiesa cattolica deve riconoscere l’azione dello Spirito Santo nelle vite e nell’amore delle persone queer (persone LGBTQ+) e rispondervi di conseguenza, affinché le nostre formulazioni dottrinali e le affermazioni della teologia morale riflettano pienamente queste verità.
Quello che propongo qui non è un semplice approccio del tipo “aggiungi e mescola” rispetto alle persone LGBTQ+ e alla teologia cattolica. Credo invece che sia necessario qualcosa di più sostanziale e teologicamente fondato.
Si tratta di tendere verso una comprensione più piena della fede che professiamo, nello spirito del detto di sant’Anselmo fides quaerens intellectum (la fede che cerca l’intelligenza), e di riconoscere che non manca soltanto la presenza di persone queer alla tavola pastorale, ma esiste una vera e propria lacuna nella nostra attuale comprensione teologica della persona umana.
Come procedere, allora?
Senza sminuire il dolore reale e legittimo che provocano affermazioni secondo cui cambiamenti nelle formulazioni dottrinali ed etiche sono “altamente improbabili, certamente nell’immediato futuro”, mi domando che cosa accadrebbe se prendessimo sul serio il richiamo, quasi di passaggio, di Papa Leone XIV ai cambiamenti di mentalità e di cultura.
E se cogliessimo questa occasione per leggere le sue parole alla luce dell’antico insegnamento della chiesa cattolica sullo sviluppo della dottrina — un insegnamento che va da sant’Agostino a san John Henry Newman, fino al Concilio Vaticano II e a oggi? Possiamo guardare alla storia per vedere come i cambiamenti negli atteggiamenti abbiano effettivamente condotto a cambiamenti dottrinali, talvolta in breve tempo e talvolta nell’arco di secoli.
Per esempio, lo sviluppo della dottrina sulla divinità dello Spirito Santo e la formulazione del mistero trinitario richiesero secoli e diversi concili ecumenici per essere chiariti. Malgrado alcuni diano per scontato che il dogma della Trinità e la divinità dello Spirito Santo fossero chiari già ai tempi di Gesù e dei primi discepoli, fu soltanto nel 381 d.C., al Concilio di Costantinopoli, che venne aggiunta al Credo l’espressione sullo Spirito Santo: “Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato”.
Ci sono voluti più di trecento anni perché uno dei pilastri della fede cristiana fosse precisato e inserito nella dottrina universale della chiesa cattolica! Com’è avvenuto? È iniziato con “cambiamenti negli atteggiamenti” che, in molti modi, partirono dalla base.
Fu la prevalenza di una convinzione tra i fedeli, la preghiera della dossologia trinitaria nella liturgia, l’invocazione della Trinità nel battesimo e una comprensione sempre più profonda del sensus plenior (senso più pieno) della Scrittura, nel corso del tempo, a spingere i teologi a esplorare con maggiore rigore tali affermazioni per articolare chiaramente la dottrina; e furono poi i vescovi, esercitando al concilio il proprio magistero, a sancire che quella dottrina potesse essere tenuta da tutta la chiesa cattolica.
È importante ricordare che, per il dogma sullo Spirito Santo come per molte dottrine cristologiche dei secoli, “cambiamenti di atteggiamento” non significò unanimità. Al contrario, ci furono sempre fedeli, teologi e vescovi che dissentivano o non erano d’accordo.
È stato così in duemila anni, ed è così anche oggi. Non sorprende quindi che possano esserci sempre dei “resistenti” quando si parla di sviluppo dottrinale relativo alle questioni LGBTQ+.
Ma non è necessario attendere tre secoli perché tali mutamenti di mentalità conducano a sviluppi dottrinali. Basta guardare al secolo scorso e al caso della dottrina sulla libertà religiosa al Concilio Vaticano II per vedere come ciò possa avvenire nell’arco di decenni, non di secoli.
Negli anni Quaranta, il teologo gesuita padre John Courtney Murray iniziò a pubblicare articoli accademici e libri sul rapporto tra teologia cattolica e Stato, esplorando in particolare il cosiddetto “esperimento americano” della libertà religiosa (qualcosa che all’epoca la dottrina cattolica respingeva esplicitamente).
I suoi scritti furono considerati controversi e gli venne proibito di parlare o scrivere sull’argomento, finché non fu nominato peritus (esperto) al Concilio Vaticano II, dove servì come consulente di primo piano nell’articolazione di quello che fu, di fatto, un cambiamento di rotta della chiesa cattolica in favore della libertà religiosa.
Tra il 1945 e il 1965 gli atteggiamenti cambiarono, e da quei cambiamenti scaturirono mutamenti reali nella dottrina; e quegli stessi atteggiamenti poterono mutare grazie al lavoro di teologi come Murray, nonostante i venti contrari dell’inerzia teologica e di una visione antiquata del trionfalismo cattolico che, silenziosamente ma in modo inesorabile, stava già mostrando la corda.
Per quanto oggi possa sembrare impossibile ottenere cambiamenti reali che riconoscano pienamente la dignità e il valore delle persone LGBTQ+ nella chiesa cattolica, e per quanto possa essere doloroso per teologi e operatori pastorali impegnati in questo lavoro affrontare rifiuti e minacce, lo Spirito Santo prevarrà inevitabilmente.
Credo che oggi ci troviamo in una situazione non diversa dai vent’anni tra il 1945 e il 1965: per quanto possa apparire impossibile realizzare cambiamenti che riconoscano la piena dignità e il valore delle persone LGBTQ+ nella chiesa cattolica, e per quanto sia doloroso per teologi e responsabili pastorali proseguire questo lavoro in mezzo a rifiuti e minacce, lo Spirito Santo prevarrà.
Ma lo Spirito non agisce nel mondo in modo unilaterale; noi siamo chiamati a cooperare con la grazia di Dio. C’è molto lavoro da fare. Come ricorda san Tommaso d’Aquino, Dio opera attraverso cause seconde, e questo include teologi, attivisti e vescovi.
Lo Spirito comincia ispirando i battezzati a vivere pienamente la loro fede, ad abbracciare con autenticità ciò che sono, ad approfondire le relazioni gli uni con gli altri e con Dio, e a condividere questa verità con gli altri.
In una chiesa cattolica sinodale, i teologi e i vescovi devono ascoltare e riconoscere la verità testimoniata attraverso la varietà delle vite del Popolo di Dio, e assicurarsi che il modo in cui comprendiamo ed esprimiamo le nostre dottrine sulla persona umana abbia spazio per riflettere tutte le persone in modo adeguato e veritiero.
Testo originale: Can doctrine be changed? Another look at Pope Leo’s comment on LGBTQ+ Catholics

