La giustizia pesa più di una macina al collo? Una riflessione sulla Giornata di preghiera per le vittime di abusi nella Chiesa cattolica
Riflessioni di Rosario Lo Negro*
Il 18 novembre ricorre la V Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti di abusi nella Chiesa. Da cinque anni, in questo periodo le diocesi italiane preparano veglie intense, cariche di parole solenni, intenzioni profonde, richieste di perdono. Sono momenti in cui la comunità prova a mettersi in ascolto del dolore, e in cui la preghiera assume un valore simbolico e umano.
E tuttavia, proprio perché si affronta una delle ferite più gravi della storia recente della Chiesa, è inevitabile interrogarsi non solo sulla forma e sul senso di questi gesti, ma anche sulla loro coerenza con la richiesta di verità e giustizia che continua ad emergere con forza ormai da molti anni.
Che cosa stiamo celebrando con esattezza? E cosa sperano i sopravvissuti ad abusi quando la comunità si riunisce a pregare per loro?
Di seguito mi propongo di sollevare alcune questioni critiche, tralasciando volutamente i passi fatti in avanti e ben esposti nella Terza Rilevazione CEI pubblicata nel maggio 2025. Un’altra sintesi che evidenzia punti di forza e debolezza delle politiche di tutela delle Chiese locali è il Rapporto Annuale 2025 della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili.
Il primo elemento critico riguarda il linguaggio. Nei testi diffusi per la Giornata ricorrono concetti come “rispetto”, “fragilità”, “vulnerabilità”, “relazioni autentiche”, “cura”: parole nobili, ma spesso generiche. Molto più rari sono i termini “abuso”, “violenza”, “responsabilità”, “reato”.
A volte sembra che la realtà venga sollevata da terra e collocata su un piano spirituale dove tutto si fa più sfumato: le persone diventano categorie e gli atti abusanti si dissolvono tra i mali indistinti del mondo. Dietro la vulnerabilità, di fronte a cui dobbiamo “chiedere permesso”, c’è una carne ferita, una psiche devastata e una spiritualità tradita da chi avrebbe dovuto custodirla.
Mi sembra inopportuno, quindi, applicare la vastissima categoria della vulnerabilità, un «tratto dell’umano», ai casi di abuso: un tale accostamento rischia di diluire la loro gravità nel mare della finitezza e imperfezione della condizione umana.
Nominare gli abusi, in modo chiaro e nella loro crudezza, è essenziale per non cadere nella tentazione della sublimazione, che trasforma i traumi in simboli, invece che riconoscerli come fatti concreti.
Il versetto evangelico scelto quest’anno – “Lasciate che i piccoli vengano a me” (Mc 10,14) – porta con sé un altro rischio, che non è imputabile al linguaggio usato nei Vangeli, ma a quello delle strutture di peccato che innervano la nostra contemporaneità.
Ciò a cui mi riferisco è la retorica dell’infantilizzazione, che rischia di riprodurre lo stesso meccanismo dell’abuso. Essa è l’istaurazione di un rapporto di stretta dipendenza tra “i piccoli” bisognosi di ogni cura e “i grandi” salvatori e custodi.
Questa retorica ha con sé un portato di pregiudizi che attribuisce a chi viene identificato come “piccolo” una condizione di immaturità, perenne bisogno e incapacità di autodeterminazione, privandolo di fatto di una qualsivoglia autorità.
Ciò avviene in particolare nei confronti delle donne e delle persone LGBTQ+ che hanno subito abusi in età post-adolescenziale o anche da adulti. È risaputo che uno dei pregiudizi sottesi al fenomeno del victim blaming, la colpevolizzazione della vittima, è legato all’attribuzione essenziale dell’immaturità e dell’impulsività, specialmente in materia sessuale, a donne e persone omosessuali; per cui una denuncia per abuso è interpretata come una ripicca per un rifiuto opposto a una capricciosa persistenza nell’ottenere ciò che si vuole.
Ma ritornando all’infantilizzazione, questa retorica giunge a costituire due poli: da un lato, la Chiesa salvatrice che deve custodire i suoi piccoli; dall’altro, i piccoli incapaci di difendersi e con nessuna autorità – e magari con la pretesa di chiedere giustizia.
Benvenga, dunque, la riflessione sulla condizione esistenziale degli ‘anawîm, dei “piccoli di Dio”, ma ad essa si accosta una necessità di chiarificazione dovuta alle moderne dinamiche di potere e di abuso, che vedono proprio nell’infantilizzazione una delle loro strategie di giustificazione.
Vittime e sopravvissuti agli abusi non sono categorie astratte e molti e molte di loro non sono più nemmeno piccoli: sono persone giovani e adulte, religiose e religiosi, seminaristi, catechisti, animatori dell’oratorio, preti.
Non sono categorie, ma persone pienamente autonome che sono cadute in trappole manipolatorie narcisistiche e violente; sono persone reali che frequentano le nostre parrocchie, i nostri oratori, in nostri stessi luoghi di aggregazione e formazione, spesso – troppo spesso – nel silenzio.
Molte preghiere che si recitano il 18 novembre parlano di compassione, tenerezza, guarigione. Pochissime parlano esplicitamente di giustizia. Eppure, la giustizia è il primo passo per curare le ferite e riacquisire la fiducia perduta in un percorso di riconciliazione.
Senza riconoscimento delle responsabilità, senza procedure trasparenti, senza collaborazione incondizionata (se non dalla privacy e dalla presunzione di innocenza) con le Autorità Giudiziarie Italiane, senza un ascolto libero e non mediato, insomma, senza un vero sistema di riparazione la preghiera rischia di diventare un gesto isolato.
La giustizia riparativa appare, in questa logica astratta e sublimata, come il grande assente del discorso ecclesiale; piuttosto la giustizia sembra essere trattata come un elemento esterno, mondano. Tutto ciò è sorprendente, se solo si pensa al capitolo 18 di Matteo e alla reazione diretta e senza sconti di Gesù contro chi scandalizza proprio “i piccoli”.
È vero: qualcosa si muove. L’istituzione dei Servizi di tutela dei minori, la nascita dei centri di ascolto, alcune diocesi includono e coinvolgono testimoni diretti di abusi o loro familiari nelle veglie e nelle attività di sensibilizzazione. Ma il cammino da fare è ancora molto lungo, soprattutto rispetto all’assunzione di responsabilità e dell’impegno alla riparazione.
Ciò che emerge è una profonda dissonanza tra i testi proclamati e le preghiere recitate, da una parte, e le prassi effettive delle Chiese locali, dall’altra.
La preghiera non è inutile, né secondaria. Può essere un luogo di riconoscimento della vergogna, un momento in cui la comunità – almeno per un’ora – smette di voltarsi altrove e si lascia raggiungere e ferire dalle ferite dei sopravvissuti.
Ma la preghiera non può diventare un’alternativa all’azione. Se non è accompagnata da riforme strutturali, ascolto istituzionale, trasparenza dei dati, responsabilità chiare, comunicazione esterna, essa rischia di essere un balsamo che lenisce le coscienze di chi prega più di quanto sostenga chi ha sofferto.
La Chiesa ha bisogno di momenti spirituali, di guarigione interiore, ma ancora di più ha bisogno del coraggio di chiamare le cose con il loro nome, di non temere la parola “abuso”, di assumersi le responsabilità di azioni, omissioni e omertà, di restituire dignità attraverso la giustizia.
Le veglie di preghiera possono essere un seme; ma un seme per germogliare ha bisogno di terra fertile.
La Giornata di preghiera per le vittime e i sopravvissuti di abusi nella Chiesa, fortemente voluta dalla CEI nel 2020, è di certo un’espressione di buona volontà, una esposizione e una presa di posizione della Chiesa su temi delicati e scomodi. Ma il suo vero valore dipenderà da ciò che accade dopo, ovvero dalle azioni che ne deriveranno.
Senza la ferma volontà di noi esseri umani nel perseguire la giustizia, la preghiera affinché Dio risolva i nostri problemi rimarrà sterile, sarà solo un desiderio consegnato al cielo, mentre Dio sta già gridando insieme alle vittime e ai sopravvissuti degli abusi di uomini di chiesa.
Sta alla Chiesa ascoltarlo o metterlo a tacere.
*Rosario Lo Negro, 27 anni, studente di Filosofia all’Università San Raffaele di Milano, è membro del Comitato nazionale del cammino sinodale e del Progetto Giovani Cristiani Lgbtq+

