La leggerezza come strumento di guarigione è il segreto delle canzoni di Corook
Articolo di Hojung Lee* pubblicato sul sito di NCR – National Catholic Reporter (USA) il 28 giugno 2025, liberamente tradotto da Luigi e Valeria de La Tenda di Gionata
Il senso dell’umorismo e la giocosità nei confronti della vita possono essere potenti strumenti per riconoscersi e accettarsi: Corook, artista non binary, ne ha fatto il tema centrale della musica che scrive e interpreta. L’ultimo album di Corook, Committed to a Bit, esplora la ricerca sulla sua identità e sulla sua queerness, a partire dalla sua infanzia cattolica.
Corook, che quest’estate è stato in tour negli Stati Uniti e in Canada, si muove in un mondo che il più delle volte è ostile nei confronti di chi osa esprimersi in modo autentico e personale. La musica di Corook ci accompagna in una storia di amore per sé stesso in cui si mescolano le lotte affrontate e il suo percorso di crescita.
Ma anche se i testi affrontano il desiderio nostalgico di amore familiare e romantico e la complessità del coming out, Corook è capace di affrontare questi temi irradiando una luce fatta di allegria e determinazione.
Committed to a Bit accompagna gli ascoltatori nel viaggio che il cantante compie per ritagliarsi uno spazio di autenticità interiore, mettendo insieme gioia e incertezza. Già nel primo brano dell’album sentiamo: «Dirò che tutto / Viene naturale / Ma so che la verità è che / Molto molto tempo fa / Ho inventato qualcuno / Per potermi inserire nella società».
Questo percorso di ricerca di sé stesso può apparire nebuloso; può dare l’impressione di volersi adeguare indossando le maschere che la società ci chiede di indossare.
Ma la crescita non è mai lineare e Corook va avanti e indietro tra il mettere in discussione la sua identità più profonda e la rivendicazione coraggiosa di uno spazio in questo mondo. Sprazzi di gioia e di orgoglio per la sua nuova identità sono accompagnati da attimi di dubbio e di insicurezza.
Alla fine, però, c’è speranza. Nell’ultimo verso dell’ultima canzone dell’album, Corook canta dolcemente: «Se potessi ritrovare me più giovane / mi abbraccerei e mi stringerei / e direi ‘hai tutto quello che ti serve’ / adesso posso invecchiare».
In THEY!, la canzone più ascoltata dell’album, Corook parla della sua crescita in un ambiente «cristiano in un sistema rigido». Corook prosegue: «Ma nessuno ti mette fretta / Ti vogliamo solo bene / Quando sarai pronto / Saremo qui con le orecchie aperte quando lo dirai / Sai che sono gay? / Beh, ora mi sento ‘They’ / Non è un grosso problema, sono più me stessə ora».
Corook si sente finalmente a suo agio, ora più che mai, e questo si traduce in un senso di giocosità e di stravaganza nel suo lavoro artistico. La canzone THEY! colpisce proprio perché è buffa. Dei bip sono collocati a caso in tutta la canzone e voci assurde – una che ricorda Patrick Star di Spongebob – sono distribuite qui e là come coriandoli. L’interiorità più autentica di Corook brilla così tanto che gli ascoltatori sono portati a chiedersi cosa possa significare la vera autenticità anche per noi.
In teoria, le esperienze di fede potrebbero essere autenticamente parte di questo percorso di riscoperta interiore, ma in pratica questo crea ancora qualche difficoltà. Corook non si identifica più come una persona cattolica, ma la sua musica genererà senza dubbio delle risonanze interiori in chi sta esplorando nella fede la propria identità di genere e il proprio orientamento sessuale.
Cosa significa esprimere il proprio vero io in un ambiente che potrebbe non essere percepito come sicuro? In che modo chi ha potere può contribuire a rendere le nostre parrocchie un luogo di accoglienza e accettazione?
Promuovere il vero senso di appartenenza non significa costringersi ad allinearsi alle rigide strutture sociali esistenti, ma creare comunità pienamente accoglienti. Le Chiese hanno molto da imparare dall’approccio di Corook: riconoscere l’intero spettro dell’identità umana, l’essere queer e tutto il resto.
*Hojung Lee è assistente editoriale della rivista Sojourners. Nata a Seoul, in Corea del Sud, Lee crede che l’arte crei naturalmente uno spazio di riflessione sulla società, con un vasto potenziale per portare l’attenzione sulle ingiustizie strutturali del sistema e ispirare una chiamata all’azione.
Testo originario: Playfulness is a powerful tool for healing in the music of Corook

