La libertà di Ofra. Il libro di Rut letto con lo sguardo delle donne
Testo liberamente estratto da un intervento della teologa Maricel Mena-López* raccolto negli atti del VIII Congresso Latino-americano de Gênero e Religião, a cura di Daniéli Busanello Krob, Marli Brun e Sabrina Senger, pubblicato da Editora Recriar (Brasile), 2025. Liberamente tradotto e rielaborato dai volontari del Progetto Gionata
E se la Bibbia avesse messo a tacere Orfa perché la sua scelta era troppo libera? E se tornare alla casa della madre fosse stato, per lei, un gesto di fedeltà a sé e alla sua storia? E se, rileggendo Rut 1 con uno sguardo femminista, scoprissimo che la Bibbia custodisce molte più vie di libertà di quante siamo stati abituati a riconoscere?
Il libro di Ruth (Rut) è un testo breve, composto da soli quattro capitoli, ma densissimo di significati. Per il primo capitolo proponiamo una lettura che segue lo sviluppo narrativo del racconto, lasciandoci guidare da tre categorie chiave che attraversano tutta la storia: i corpi (vv. 1-5), le voci (vv. 6-21) e i movimenti (vv. 19-22).
Concentriamoci esclusivamente sul primo capitolo. L’analisi parte da alcune domande fondamentali: quali temi emergono dal testo e in quale situazione storica e sociale si collocano? Che cosa raccontano i corpi e i nomi dei personaggi? Quali movimenti compiono e che cosa producono? E, infine, quali elementi del racconto ci permettono di entrare in dialogo con le loro tradizioni? (Terra; Rocha, 2019).
I corpi (vv. 1-5)
I corpi delle persone – sia quelle nominate esplicitamente sia quelle solo evocate nel racconto – ci aiutano a entrare nel contesto storico e culturale della narrazione. Sono corpi che sperimentano sulla propria pelle una situazione di precarietà estrema, tanto da costringerli a migrare dalla loro città d’origine, Betlemme, fino ai campi di Moab. Non si tratta solo di uno spostamento geografico, ma di un vero e proprio trauma corporeo ed esistenziale.
Ogni corpo, inoltre, porta un nome, e il nome nel mondo biblico non è mai neutro: dice qualcosa della persona, del suo destino, della sua collocazione nella storia.
Il racconto si apre collocando gli eventi “al tempo dei giudici”, ma molti elementi rimandano chiaramente alla situazione esilica e post-esilica dei secoli V–IV a.C. (Navarro, 1995). Questo ci porta a chiederci perché l’autore del testo senta il bisogno di ambientare la storia nel periodo dei giudici e delle giudicesse dell’Israele tribale. Una possibile risposta è che il libro richiami, in modo implicito, memorie femminili di resistenza, soprattutto quelle delle donne cananee che lottarono per difendere le proprie terre durante la conquista di Canaan (Debora in Gdc 4,4; Giaele in Gdc 4,9; la donna anonima di Tebez in Gdc 9,50-55; Mena-López, 2009).
Il testio racconta che la famiglia di Elimelech è costretta a lasciare Betlemme a causa della carestia. Fame e povertà sono la cornice concreta della storia (Rut 1,1; Ne 1,3; 5,2). La maggior parte della popolazione viveva della terra, ma la terra non bastava più (Ne 5,5). I poveri, anche quando possedevano campi, erano costretti a venderli per sopravvivere e per pagare le tasse (Rut 1,1; Ne 5,3-4).
Qui emerge un paradosso fortissimo: Betlemme in ebraico significa “Casa del pane” (בֵּית לֶחֶם). Il nome stesso richiama abbondanza, nutrimento, fertilità. Eppure, proprio nella “casa del pane”, il pane manca. È questo paradosso a spingere Elimelech a migrare con la sua famiglia. Ma a Moab la tragedia continua: muoiono lui e i suoi figli, e restano solo Noemi e le due nuore.
Il racconto nomina ogni personaggio, e questo non è casuale.
– Elimelech significa “Il mio Dio è re”.
– Noemi significa “graziosa”, “amabile”, ma più avanti lei stessa chiederà di essere chiamata Mara, “amara”.
– Malon può significare “debolezza” o “fragilità”.
– Chilion richiama l’idea di “consunzione”.
– Obed significa “servo”.
– Orpa può significare “nuca”, ma anche “voltare le spalle”, un significato simbolico che anticipa la sua scelta di tornare indietro.
Moab, dal punto di vista biblico, è una terra ambigua: nasce da una relazione incestuosa (Gen 19,30-38), ma è anche una regione fertile, agricola, capace di garantire sopravvivenza. I campi di Moab non sono solo luoghi di lavoro, ma anche spazi di rivelazione: come l’aia di Gedeone (Gdc 6,11-24), sono luoghi in cui il divino può manifestarsi.
Il testo non spiega perché anche quei campi diventino luogo di dolore. Solo al versetto 20 Noemi attribuisce la sua disgrazia a Shadday, una divinità il cui nome può significare “Onnipotente”, ma anche – ed è il significato che qui ci interessa – “colei dei seni”, la Grande Madre che nutre e sostiene la vita (Werlhof, 2015).
Le voci (vv. 6-21)
Una volta morti il marito e i figli, Noemi decide di tornare con le sue nuore dopo aver saputo che a Betlemme c’è di nuovo pane. E lungo la strada si sviluppa il dialogo tra lei e le nuore.
Noemi invita Orpa e Ruth a tornare ciascuna alla casa di sua madre. Questa espressione è potentissima. Non indica semplicemente un luogo fisico, ma uno spazio simbolico di protezione, cura e appartenenza femminile. Nelle culture cananee la “casa della madre” era il centro della vita spirituale, affettiva e comunitaria, spesso in contrasto con la “casa del padre”, struttura patriarcale basata sull’autorità maschile.
Orpa, dopo aver esitato, sceglie di tornare alla casa di sua madre, alla sua tradizione. Rivendica la casa della madre come luogo di rifugio e protezione, specialmente per donne e bambine. Torna nello spazio che offre sicurezza e sostegno emotivo. La casa è, per eccellenza, uno spazio spirituale: molte tradizioni e rituali religiosi e culturali venivano celebrati nella casa della madre, rafforzandone il ruolo centrale nella vita spirituale e comunitaria.
Eppure il ritorno alla casa della madre è stato spesso letto con lenti colonialiste, fino a trasformare Orpa in una donna fragile che “abbandona” il progetto di Dio. Noi invece la vediamo come una donna fedele alla propria tradizione, una donna autonoma capace di dire di no. Torna alla casa di sua madre e alla sua religione. È una donna controculturale per il suo tempo, perché non accetta il destino a cui le donne vengono confinate nella religione che si sta formando in Giuda.
Ruth, invece, sceglie di restare. Il suo nome significa “amica”, e la sua scelta è raccontata come un legame radicale con Noemi.
«Dove andrai tu, andrò anch’io… il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio».
In questi versetti Ruth fa una professione di fede e di adesione al Dio d’Israele. Colpisce come questo “inno”, ancora oggi, venga usato come simbolo dell’unione sponsale nei matrimoni eterosessuali, mentre qui è un canto che una donna intona a un’altra donna. È una confessione d’amore che comprende un amore appassionato e, forse, anche erotico: almeno questa è l’intuizione di alcune letture, secondo cui la relazione tra Ruth e Noemi può essere vista come un esempio di affetto profondo e solidarietà tra donne.
Anche se il racconto biblico non suggerisce esplicitamente una relazione romantica, la lealtà e l’impegno di Ruth verso Noemi sono straordinari e possono essere interpretati come un modello di amore e sostegno incondizionato, che risuona con le esperienze di molte persone LGBTQ+.
L’invisibilità lesbica non è qualcosa di “naturale”: deriva da diversi fattori, tra cui misoginia, machismo e una socializzazione destinata a quei corpi in una società che funziona a partire da una moralità giudaico-cristiana, la quale sostiene e rende operativi una serie di binarismi, maschile-femminile (Santos; Tagliamento, 2021, pp. 9-10).
I movimenti (vv. 19-22)
Noemi e Ruth camminano fino ad arrivare a Betlemme, provocando grande agitazione in città. Le donne riconoscono Noemi, ma lei le rimprovera dicendo che ormai non è più Noemi, bensì Mara, “amara”, perché lo Shadday l’ha amareggiata e maltrattata; e che YHWH l’aveva mandata via con le mani piene, ma lei è tornata con le mani vuote: una testimonianza amara, quasi di accusa.
In questi versetti colpiscono i nomi attribuiti alla divinità. Tra i significati associati a Shadday, i più noti sono “Dio della montagna” e, più spesso, “Onnipotente”. Un terzo significato è “Grande madre” o “colei dei seni”.
Per il nostro studio, ci interessa esplorare quest’ultimo significato, perché sembra più appropriato al contesto. Shadday, come indica Harriet Lutzky, avrebbe radice shad (“seno/i” o “petto” femminile), e potrebbe essere tradotto come “colei dei seni”, cioè colei che nutre o sostiene tutte le cose (Lutzky, cit. nel testo). Anche il suffisso -ay sarebbe un morfema femminile (-a) presente nel semitico occidentale: Tallay, Arsay, Pidray; Rahmay “l’utero”, e anche Shadday (Lutzky, cit. nel testo).
Questi aspetti mostrano come i nomi fossero parte integrante dell’identità e della spiritualità nella cultura israelitica biblica: non semplici etichette, ma portatori di significati che vanno oltre l’identificazione, e che riflettono anche tratti della personalità di ciascuno.
Nel libro di Ruth, il nome non è solo un’etichetta, ma una storia incarnata. È attraverso i corpi, le voci e i movimenti che la vita prende forma, resiste e si trasmette.
* Maricel Mena-López è una teologa biblica latinoamericana. È docente ordinaria di Bibbia presso la Universidad Santo Tomás di Bogotá (Colombia), Facoltà di Teologia, dove svolge anche attività di ricerca post-dottorale. Ha conseguito il dottorato e il master in Scienze della Religione (Bibbia ebraica e greca) presso la Universidade Metodista de São Paulo (Brasile) ed è laureata in Scienze Religiose presso la Pontificia Universidad Javeriana di Bogotá.
Ha svolto un post-dottorato in ermeneutica femminista presso la Escola Superior de Teologia (Brasile) ed è stata coordinatrice per l’America Latina del programma di genere dell’Associazione Ecumenica dei Teologi del Terzo Mondo (EATWOT). Fa parte del comitato editoriale della rivista Interpretación Bíblica Latinoamericana ed è ricercatrice senior, direttrice del gruppo di ricerca Gustavo Gutiérrez: Teologia latinoamericana.
Il suo ambito di ricerca riguarda in particolare lo studio del mondo afro-asiatico (Egitto–Etiopia) nella Bibbia, in dialogo con le letture femministe, nere e intersezionali (genere, classe, etnia), con una speciale attenzione alle divinità e ai leadership femminili nelle tradizioni religiose antiche.
Testo originale: Orfa, a mulher que volta à sua tradição ancestral: uma leitura hermenêutica negra e feminista de Rute 1

