Pellegrini di speranza al giubileo. La mia storia di lesbica cristiana dentro la storia

Testimonianza di Carola, una partecipante al pellegrinaggio giubilare de “La Tenda di Gionata e le altre associazione” nella chiesa del Gesù di Roma il 5 settembre 2025.
Devo confessare che all’inizio ero tiepida rispetto al pellegrinaggio giubilare de “La Tenda di Gionata; la pigrizia mi stava tenendo a casa, poi, non fosse altro che per accompagnare il mio amico Enrico e salutare gli amici della Spagna, mi sono iscritta anch’io al pellegrinaggio.
Alla veglia di preghiera nella chiesa del Gesù ho rincontrato tanti pezzettini della mia storia e della
Storia del cammino lgbt credente; sulla porta del Gesù ho salutato Gianni Geraci, un’istituzione! E poi dentro tanti riabbracci e tanti sorrisi; poi, piano piano, sono riaffiorati i ricordi: il primo incontro di preghiera al gruppo Ichthys, lo aveva animato proprio Juanse, che ho appena riabbracciato. E quel mio primo incontro di Chipiona, nel 2010, dove il padre Pere, predicando la parabola dei talenti, parafrasò: “ecco il tuo talento, Signore: il talento della dottrina, della tradizione, dei tuoi insegnamenti. L’ho sotterrato per paura. Servo malvagio! Avresti dovuto rischiarlo, metterlo in gioco!” Quell’omelia mi cambiò un po’ la vita, mi smosse qualcosa dentro.
E poi tanti altri altri “memoriali”: tante “Firenze” da Kairos e dalle suore domenicane, tanti “Albano laziale” prima coi Forum e poi con la Tenda di Gionata, i genitori, le coppie con cui abbiamo condiviso i percorsi di preparazione all’unione…
Mi sono poi ritrovata nelle testimonianze, e specialmente in ogni parola di Luana e Fabiana!
Sabato alla Messa mi hanno colpito i sorrisi e gli sguardi dei nostri sacerdoti in processione; ho sentito tanta gratitudine per le persone consacrate che si spendono per noi, sopportando anche difficoltà e ostilità. Dell’omelia di mons. Savino, Raquel mi fa capire la potenza profetica: restituire la dignità (un percorso che è appena agli inizi) significa riportarci pienamente allo stesso livello delle altre persone credenti, e superare l’accoglienza “pietistica”; i nostri atti non più intrinsecamente sbagliati, ma da giudicare sulla base della coscienza, come quelli di ogni persona.
Siamo nella Chiesa del Gesù, fra le tombe di Ignazio e Francesco Saverio; penso a come il Signore mi è andato accompagnando in questi anni proprio attraverso la spiritualità ignaziana e le persone che ha messo al mio fianco nel cammino: padre Pino, don Cristobal, Maria Luisa,…
Allora, attraversando la Porta Santa, prego proprio con le parole di Ignazio:
“Prendi, Signore, e ricevi
tutta la mia libertà,
la mia memoria,
la mia intelligenza
e tutta la mia volontà,
tutto ciò che ho e possiedo;
tu me lo hai dato,
a te, Signore, lo ridono;
tutto è tuo,
di tutto disponi
secondo la tua volontà:
dammi solo il tuo amore e la tua grazia;
e questo mi basta”.
Sulla tomba di Pietro in San Pietro abbiamo recitato il Credo. Lo vivo come un atto di fedeltà e di fiducia nella Chiesa che tanto ho criticato, e che invece ha bisogno di essere amata e ri-costruita dal di dentro.
Se non fossi rimasta, il mio posto sarebbe rimasto vuoto, mi piace ricordarmelo.
Torno a casa con tanta gratitudine e con negli occhi l’immagine dell’ultima catechesi di Papa Francesco: una tomba semplice, spoglia, un monito, un invito all’umiltà.

