La mia storia di pastora transgender tra fede, ferite e rinascita
Testo di Ellen Shanna Knoppow*, pubblicato sul sito LGBTQ Nation (Stati Uniti) il 9 aprile 2026. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata.
Quando chiama qualcuno per parlare della sua candidatura come rappresentante statale in Michigan (Stati Uniti), non sa mai davvero come andrà quella telefonata… A volte dall’altra parte c’è qualcuno che la conosceva prima della sua transizione. E allora tutto si ferma per un attimo.
«Alcune conversazioni diventano davvero strane», racconta. C’è chi resta spiazzato, chi cambia tono, chi non sa cosa dire. E poi ci sono i vecchi amici cristiani… quelli che cercano ancora di “salvarla”. «Mi dicono che sto vivendo nel peccato».
E pensare che per vent’anni Joanna è stata dall’altra parte. Pastora in alcune delle megachiese più grandi degli Stati Uniti. «La mia rubrica è piena di persone molto evangeliche».
Il suo cammino, però, non è lineare. È fatto di tentativi, di cadute… di silenzi. E soprattutto di quindici anni passati dentro le cosiddette “terapie di conversione”. Quando a 34 anni decide di vivere apertamente la sua identità, il prezzo è altissimo. «Nell’inverno del 2022 sono stata costretta a dimettermi dal mio incarico di pastora… perché avevano saputo che stavo pensando alla transizione».
Da lì… si riparte. Lentamente. Trova posto in una chiesa accogliente a Royal Oak (Michigan, Stati Uniti). «Ho iniziato ad ascoltare tante persone queer che sentivano di aver perso la fede…». (…)
Per capire davvero tutto questo, bisogna tornare indietro. Joanna cresce in una famiglia «molto cattolica». Poi entra in ambienti segnati dal nazionalismo cristiano. «Sono diventata anch’io così. Era quello che mi veniva insegnato».
A 17 anni lavora già in chiesa. A 20 è pastora. «Avevo molte responsabilità per la mia età…». (…) E intanto, dentro di lei, qualcosa si muove.
«Tra gli 8 e i 10 anni sentivo che qualcosa non tornava». Ma negli anni ’90 mancavano le parole per dirlo. Solo all’università, incontrando una persona trans, qualcosa si illumina. «È stato come avere finalmente un nome: credo di essere una persona trans».
Quando prova a dirlo nel suo ambiente… tutto si spezza. «È lì che è iniziata la terapia di conversione». Non è una scelta. È qualcosa che le viene imposto. Perché dire la verità su di sé avrebbe significato perdere tutto. Quelle “terapie” iniziavano sempre allo stesso modo.
Con la Bibbia sul tavolo. «Mi dicevano: qualunque cosa accada, si parte e si finisce da qui».
E poi aggiunge, con una lucidità che colpisce: «Ecco… parlando della Bibbia, questo non è affatto un buon modo di fare terapia. Il messaggio che ricevevo era che non importava davvero cosa stessi vivendo. Dovevo semplicemente adeguarmi all’interpretazione della Scrittura che mi veniva data».
Ma quello che accadeva dentro quelle stanze lasciava segni profondi. Le dicevano che il problema era la sua famiglia… o traumi vissuti da bambina. «Mi mettevano contro la mia famiglia». E alla fine di ogni seduta… «Mi sentivo come spazzatura». C’era anche un ciclo che si ripeteva. Per un po’ sembrava funzionare… poi crollava tutto.
Nel secondo percorso, le chiedono di raccontare tutto pubblicamente. «Salivo su palchi e dicevo che Dio mi aveva liberata». Ma non era vero. E dopo qualche anno… di nuovo il crollo.
È un racconto che lascia addosso un senso di fatica… di stanchezza profonda. Perché mostra cosa succede quando una persona prova, davvero prova, a cambiare per essere accettata… e ogni volta si ritrova punto e a capo, sempre più svuotata.
E poi c’è il presente… quello concreto, fatto di bisogni quotidiani, di persone che fanno fatica ad arrivare a fine mese, di bollette da pagare.
In questo, Joanna Whaley è molto chiara: la sua candidatura alle elezioni come persona transgender nasce anche da qui, da una realtà che conosce bene, perché la vive accanto agli altri.
I suoi due principali avversari hanno già avuto incarichi pubblici. Ma, nel frattempo, è stata lei — insieme al suo team — a muoversi sul territorio. Quando più di 300 case a Melvindale (Michigan, Stati Uniti) si sono ritrovate senza acqua per un’interruzione improvvisa, sono stati loro a consegnarla direttamente alle famiglie.
E quando i sussidi alimentari sono finiti e alcune persone non riuscivano nemmeno a raggiungere i centri di distribuzione… hanno raccolto oltre 10.000 dollari per portare il cibo direttamente a casa.
È lì che si gioca tutto, dice Joanna. «Il fatto che io sia una persona trans, o queer, nella maggior parte dei casi non entra nemmeno in gioco nelle conversazioni con le persone della mia comunità… perché siamo concentrati sulle stesse cose su cui sono concentrati loro. E la cosa numero uno sono le bollette». È una frase semplice… ma dice tanto. Riporta tutto a terra, alla vita reale. (…)
Oggi Joanna continua a esporsi. Non cancella i commenti sui social contro di lei. Lascia che tutto resti visibile… anche l’odio. Ha ricevuto minacce di morte. «Mi hanno detto: devi proteggerti». (…) Eppure non si ferma.
«Mi avevano insegnato che saremmo stati perseguitati per la fede… ma in realtà non è persecuzione. È responsabilità». E tutto quello che ha vissuto oggi lo usa per restare centrata. «Sto usando tutto per restare focalizzata su ciò che conta davvero». Poi sorride… «Vengo dalla famiglia Whaley. Siamo testardi».
È una storia imperfetta… vera… una storia fatta di dolore, di tentativi, di cadute. Ma anche di una voce che, alla fine, ha trovato il coraggio di restare. Di restare… così com’è.
* Ellen Shanna Knoppow è una giornalista statunitense che scrive per LGBTQ Nation, occupandosi di diritti civili e storie delle persone LGBTQ+.
Testo originale: This trans megachurch pastor survived 15 years of conversion therapy. She’s now running for office

