“La mia vita è stata segnata da due parole: TROPPO e MA”. Dalla veglia di Firenze
Testimonianza di Agnese tenuta il 21 maggio 2026 alla Veglia diocesana di preghiera per il superamento dell’omotransbifobia nella parrocchia Maria Ausiliatrice di Firenze, organizzata dalla Pastorale di inclusione della Pastorale familiare diocesana con la collaborazione del gruppo Kairós – cristiani LGBTQ+ e loro genitori di Firenze.
La mia esistenza è stata segnata, ed è tuttora segnata, da due parole: TROPPO e MA. Fin da quando ero piccola, in tutti i contesti della mia vita – casa, scuola, sport, scout – io ero, o diventavo, “troppo” per gli altri.
Il mio modo di vestire, di comportarmi e di parlare era così “troppo” da andare oltre i bordi del quadratino della cosiddetta “normalità”, entrando in quello della “diversità”.
Io stesso sentivo di non farne parte, perché non mi sentivo normale. E quando ho compreso la mia sessualità, la mia identità e il mio modo di stare in relazione, ho capito che non rientravo neanche nel quadratino della diversità: uscivo proprio dal foglio, dalla realtà conosciuta da qualsiasi persona intorno a me.
Ero e sono così “troppo” che spesso mi è stato chiesto di nascondermi, invisibilizzarmi. Questo “troppo” non poteva essere visto o spiegato agli altri per essere capito.
Nella Chiesa, e nel mio caso negli scout cattolici, sono così “troppo” che mi è stato detto che probabilmente non ci sarà mai un vero spazio per me, un posto in cui essere capita. Ed è proprio in questo contesto scout – il mio gruppo di provenienza e la zona – che mi sono stati detti anche tanti ma.
Il concetto era: la Chiesa mi accoglie… ma è meglio se non parlo di me, perché non è ancora pronta per dinamiche così complesse e “troppo” confusionarie. Ma lo faremo più avanti. Ma non siamo ancora pronti.
E nel frattempo sono due anni o più che non faccio servizio perché considerata “troppo” diversa; quattro anni da quando ho iniziato a espormi su chi ero e sono e a sentirmi sola, non compresa e discriminata.
Ci sarà mai un posto in cui potrò non chiedere il permesso per esistere? Un posto in cui io possa muovermi, parlare, ridere, essere me stessa senza i “se” e senza i “ma”, che ogni volta pesano come macigni sul mio cuore da barricata rivoluzionaria?
È difficile spiegare come ci si sente in queste occasioni: è come se ci fosse sempre qualcosa di più importante di te, qualcuno che ha bisogno di essere protetto da te e dalla tua essenza.
C’è sempre una stabilità da tutelare: uno status quo raggiunto dopo anni di lotte, il buon costume, la rispettabilità, o magari qualcuno con ruoli più elevati dei tuoi.
Non è mai il momento in cui io vengo scelta per essere tutelata, in cui i miei bisogni e necessità di espressione vengono accolti e lasciati liberi di disegnare sulla parete tutta la meraviglia che Dio ha messo dentro me.
E mi dico: tu chi sei, se non un’umile persona che non ha il diritto di rompere questo equilibrio, né parlando, né presentandosi per ciò che è, né pretendendo visibilità?
A volte mi chiedo se ci sarà mai un posto in cui potrò davvero essere me stessa. Ci sarà mai un momento nel tempo in cui potrò raccontare come vivo la mia diversità?
Nei momenti più bui, invece, mi chiedo: Dio, perché a me? Perché mi hai creata con tutte queste diversità, con tutta questa complessità… non potevi tenerti qualcosa? Potevi farmi normale?
E in questi momenti non posso che affidarmi alla preghiera, a te Dio, per non annegare nelle mie paure ma provare a restare a galla, ad affidarmi all’amore infinito che ogni volta tramite la Sacra Scrittura tu mi trasmetti.
Intensamente ti cerco dentro di me e fuori di me, ti sento abbracciarmi stretta e sussurarmi all’orecchio “Tu sei l’amato e l’amata e in te ho riposto il mio compiacimento”.
Richiamata dallo Spirito Santo apro la Scrittura, mi lascio guidare nel capire dove vuoi che io legga. Sono sul passo del vangelo delle beatitudini e il mio occhio si ferma su questa frase:
“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.”
Allora inizio di nuovo a respirare, piango e mi faccio coraggio perchè so che non sono sola, ho Te vicino a me.
La strada è lunga e tortuosa ma Tu mi hai donato una comunità che non smetterò mai di ringraziare, quella di Kairos, nello specifico il mio gruppo, i giovani. Ognuno, ognuna e ognunu di loro sono stati casa e comunità viva.
Kairos Giovani per me è grazia di Dio, è il vento dello Spirito Santo che soffia dolce su di me, su di noi, ci fa respirare di nuovo, ci scuote le anime arrese dalle ingiustizie e gli ridona il fuoco della rivalsa. Il Tuo Vento Signore che asciuga le nostre lacrime e che non ci fa sentire soli.
Nel volto dei miei fratelli, delle mie sorelle io vedo te Padre e Madre mia, che mi dai forza e continui a dirmi: “Alzati e cammina!”
Ed oggi, mi rialzo insieme alla mia comunità kairossina, pronta a servire te Dio, cercando di rendere questo mondo e questa Chiesa una comunità migliore e più accogliente di come io non l’avevo trovata.
Buona Strada a tutti, tutte e tuttu.

