La parola crea, la parola distrugge. Reimpariamo ad usarla nelle nostre comunità cristiane
Prefazione di Luigi Testa1 tratta dal libro “Pietre d’angolo. Come la Parola può dare voce ai cristiani LGBT+?“, Atti dell’incontro Pietre d’Angolo (Firenze, 5 aprile 2025), volume 3, edito da La tenda di Gionata, dicembre 2025
Tra le cose che ho più tenacemente trattenuto dagli studi del mio liceo classico, ormai più di venti anni fa, c’è questo passaggio dell’Encomio di Elena di Gorgia: “λόγος δυνάστης μέγας ἐστίν – La parola è un gran dominatore, che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, sa compiere cose divinissime; riesce infatti e a calmar la paura, e a eliminare il dolore, e a suscitare la gioia, e ad aumentar la pietà”[2].
Tutto così cristiano, peraltro. La parola crea: ce lo dice la Scrittura sin dall’inizio. E non si tratta solo della prima creazione. La parola ri-crea, dà nuova vita, dà nuova consistenza alla realtà: è una ri-creazione. Lo fa anche il Figlio di Dio: “Verbum caro, panem verum verbo carnem efficit – La Parola fatta carne, con la sua parola, muta il pane in carne”[3].
Dopo di Lui, una catena ininterrotta si innesterà su quella nuova creazione fino a noi: tutti contemporanei di quell’Evento ogni qualvolta che un uomo pronuncerà la frase “Hoc est corpus meum”. Siamo nel cuore delle “cose divinissime”.
Gorgia, cinque secoli prima di Cristo, neanche se lo immaginava. Così potente è la parola. Le scienze umane ce lo confermano a pieno titolo. È noto l’apologo autobiografico di Freud, secondo il quale, alla madre che vuole spegnere la luce perché ormai è tardi, la bambina acconsente purché la mamma le continui a parlare.
È la parola che fa da luce; e, d’altra parte, è la luce la prima cosa che Dio crea con la sua parola. “Con piccolissimo corpo e invisibilissimo”, la parola fa emergere la realtà dal buio, dal nulla; dà rilievo alle cose; le porta alla luce; le fa esistere; le genera. Ciò che non è nominato, non viene alla luce; non esiste.
È l’esperienza che si fa, ad esempio, nella pratica psicoanalitica: “È solo nell’atto stesso di nominare una cosa che la si fa esistere dal nulla convocandola sulla scena del mondo, estraendola dalla notte senza mondo. Questo significa, a rigore, che è solo l’esistenza del nome a far esistere la Cosa, che l’atto della nominazione incarna il più profondamente possibile l’atto della Creazione”[4].
Soltanto molti anni dopo il mio liceo e la lettura di Gorgia, ho cominciato a rendermi conto di quanto la parola, oltre che potente, e forse proprio perché potente, fosse pericolosa. Generalmente, a quell’età, la volontà di potenza non lascia molto spazio alla capacità di analisi; poi, gradualmente, l’esperienza dell’umanità inverte il rapporto. Così oggi mi affascina pensare, più che alle parole con cui Dio crea e ri-crea, al silenzio che le precede, al suo esitare gravido.
Trovo formidabili, come sempre, alcune riflessioni di Turoldo, a questo proposito: “Una cosa mi impressiona nei vangeli in maniera tutta particolare: il silenzio di Cristo. […] Tutta l’umanità lo invocava; la terra gemeva sotto i dolori di parto, perché finalmente fosse rivelato. E ora, dopo essere finalmente disceso, ecco che si attarda per trent’anni a fare di pialla e di intaglio […]” Io penso che Cristo abbia veramente sofferto
di più nel decidersi a parlare che nell’accettare la passione. Articolare il mistero dentro sillabe; dare un suono al silenzio; cercare una immagine per ciò che è al di là di ogni immagine: questa la grande impresa di Gesù. [5]
La prima lezione del Verbo fatto carne, prima delle sue parole, è quella sua esitazione. Come quella di un poeta, di uno scrittore, che sente crescere dentro di sé la realtà, e che, nel lungo travaglio, prima di darvi luce, sceglie le parole adatte, più aderenti, sensuali, come velo che si posa sulle forme, per svelarle anziché per coprirle.
Le accarezza, le modella, le forma, perché sa che quelle parole fanno emergere dalla luce, generano una realtà, la chiamano all’esistenza. E ci metterà una vita a fare pace con il dramma di accorgersi che quelle parole, una volta consegnate all’altro, finiscono per generare mondi così diversi.
Personalmente, mi delude sempre un po’ quando scrivo qualcosa, e chi le legge ne riceve sensazioni, emozioni, realtà così diverse da quelle che avevo in mente io, ma poi non mi resta che sorriderci.
Non esiste vera comunicazione, né vera comunione: solo una più o meno riuscita approssimazione. È il dramma anche di Dio, questo; e Lui sa quanto sia il dramma anche nostro, da sempre: adattandosi alle parole dell’uomo, la prima grande kénosis, Dio si consegna al rischio di essere frainteso. “Una parola ha detto Dio, due ne ho udite” (Sal 62, 12): anche la parola della Scrittura è costitutivamente ambigua. Della potenza e del pericolo della parola parlano magistralmente Roberto Massaro e Vera Gheno, nei contributi raccolti in questo volume “Come la Parola può dare voce ai cristiani LGBT+?“.
Roberto Massaro, nella sua riflessione sull’eros nella Sacra Scrittura, mette in guardia rispetto all’ambiguità delle parole sacre, prodotto sempre umano, e dunque culturalmente mediato. Non esiste l’umano a prescin- dere dalla cultura; “La grazia presuppone la cultura e il dono di Dio si incarna nella cultura di coloro che lo ricevono”6.
Giustamente, quindi, l’autore nota che è pericolosa una parola, e ancor più una parola “sacra”, quando la leggiamo senza considerare il contesto in cui è nata e la proiettiamo diretta- mente sulla nostra realtà.
In chiave positiva, invece, Vera Gheno, nella sua riflessione sui linguaggi inclusivi, mostra in che modo la parola possa rigenerare la realtà, o almeno la sua narrazione. Scrive: “La parola agisce sul modo in cui vediamo il mondo: sugli immaginari, sulle tradizioni, sui giudizi, sui pregiudizi. Cambiare il modo di parlare può aiutare a cambiare il modo di pensare”. E cambiare il modo di pensare può significare cambiare il modo in cui generiamo la realtà.
Da persona omosessuale, mi ha sempre colpito pensare che, probabilmente, la prima volta che ho sentito nominare la mia realtà è stato con disprezzo e così, Dio sa solo, per quante e quanti altri. C’è un momento, in cui, ancora piccolo, cominci a intuire qualcosa di altro, qualcosa di diverso. Non sai cos’è, non sai che nome dargli, non sai come dirlo. Poi, quando ti arriva alle orecchie quella parola, quel nome che ti fa dire: “Ah, ecco, forse io sono questo”, generalmente è perché quel nome è stato usato come insulto.
Forse oggi le cose stanno lentamente cambiando, ma per quelli almeno fino alla mia generazione, quando sentivi per la prima volta nominata la tua realtà, era per offendere qualcuno.
Difficile credere che questo non lasci segni. Gorgia non sapeva, o aveva dimenticato, che la parola non fa solo “cose divinissime”, ma fa anche cose diaboliche: cose che, etimo- logicamente, creano divisioni, spaccature, separazioni, ferite. A noi sta di reimparare, sempre, a usarle, e a usarle bene.
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[1] Luigi Testa insegna diritto pubblico comparato presso l’Università degli Studi dell’Insubria e l’Università Bocconi di Milano. Collabora con diverse testate giornalistiche nazionali ed è autore di pubblicazioni a carattere scientifico e di divulgazione giuridico-politica. Nel 2024 ha pubblicato il libro di natura spirituale Via crucis di un ragazzo gay con Castelvecchi, tradotto ora in tedesco, inglese ed olandese, in cui rilegge la passione del Signore alla luce dell’esperienza di un giovane omosessuale. Altre sue riflessioni e testi su spiritualità e fede sono pubblicate anche sul portale Gionata.org.
[2] Gorgia, Encomio di Elena, 8.
[3] Inno eucaristico Pange lingua.
[4] M. Recalcati, La Legge della parola, Einaudi, 2022, 11
[5] D.M. Turoldo, Anche Dio è infelice, San Paolo, 2016, 15-19.
[6] Francesco, Esort. Ap. Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 115

