La scelta di Tiziano. Il giorno in cui ho smesso di nascondermi come gay cristiano
Testimonianza di Tiziano tratta dal libro curato da Elisa Belotti*, Mi fido di te. In ascolto delle persone cristiane LGBTǪ+ e dei loro genitori, edito da La tenda di Gionata, marzo 2026, pp.1-2
«Come potevo farlo crescere libero se ero io il primo a nascondersi?»
Sono cresciuto in una realtà cattolica dai contorni ben delineati: il cammino neocatecumenale. Molto conosciuto, anche solo per nome, e molto discusso in Italia, è un itinerario di formazione cattolica nato nei primi anni ’60 in Spagna su iniziativa di Kiko Argüello e Carmen Hernández.
Tradizionalmente il cammino neocatecumenale ha posizioni molto rigide su varie tematiche, soprattutto quelle relative a identità e sessualità. Posizioni che io al tempo condividevo. La mia famiglia era – ed è tuttora – nel cammino e la mia esperienza di Chiesa cattolica si svolgeva tutta all’interno del ramo romano di questo movimento.
Capii di essere omosessuale a 14 anni. Nonostante ciò entrai in seminario, ma questa esperienza durò solo un anno. Ǫuando il rettore scoprì il mio orientamento sessuale, mi mandò via. Una volta tornato nella mia comunità neocatecumenale, i catechisti mi con- sigliarono, in modo privato, di portare la mia omosessualità come una croce, sopportare il dolore per questo tratto di me considerato sbagliato, offrire la mia sofferenza a Dio e, di conseguenza, guarire. Già in seminario mi proposero un percorso per allontanarmi dall’omosessualità. Io lo rifiutai perché avevo sentito puzza di terapie di conversione.2
Guardandomi indietro definisco questa situazione la tortura della goccia cinese. Pian piano, le piccole gocce riuscirono a scavarmi dentro e mi convinsi che avevano ragione: dovevo trovarmi una ragazza, vivere con lei una sessualità sana (cioè eterosessuale) e dimenticarmi dell’attrazione per i ragazzi. Trovai quindi la fidanzata che corrispondeva al profilo. Era una mia sorella di comunità – anche lei nel cammino neocatecumenale – e non sapeva della mia omosessualità.
Ci sposammo molto giovani. Avevamo 23 anni ed eravamo una delle giovani coppie più attive del cammino locale. Passavamo gran parte delle nostre serate in comunità, partecipavamo a numerose iniziative e corrispondevamo esattamente al modello di neo fami- glia che ci era stato proposto. Il nostro matrimonio durò 10 anni.
Un decennio non facile. Io sapevo come e perché ero arrivato a questo matrimonio. Dovetti vivere dei momenti molto conflittuali con me stesso, tanto che mi trovai al binario della metro con l’idea di farla finita. Ma mi fermai. Mi salvarono i sensi di colpa verso mia moglie e verso i miei genitori.
Dopo 6 anni di matrimonio, nacque nostro figlio. Fu il punto di rottura, il momento della svolta. Davanti alla realtà della sua vita, mi resi conto che non volevo più mentire. Come potevo farlo crescere libero se ero io il primo a nascondersi? Mi sentivo come una pentola a pressione pronta a esplodere. Era il momento di prendere in mano le cose e cambiarle.
Nel febbraio 2021 feci coming out per la prima volta. La prima persona da cui andai fu mio padre. Mi ascoltò e mi riservò un’accoglienza parziale. Aveva un tono di dubbio, un interrogativo nella voce che sembrava dire: «E adesso cosa fai?». La sera stessa parlai del mio orientamento sessuale con mia moglie. Lei mi accolse con grande comprensione e con l’intento di fare insieme un percorso. Avevamo tante cose da capire: cosa fare del nostro matrimonio, come far crescere nostro figlio, come relazionarci con la comunità.
Il terzo coming out fu proprio con la Chiesa. Andai dritto dal parroco, una persona che reputavo di grande saggezza. Era il mio padre spirituale, seguiva il nostro matrimonio e anche il cammino neocatecumenale di cui ero parte. Fu invece molto duro. Mi chiamò immaturo e mi disse: «Ma lo sai quante persone sono nella tua stessa condizione?», lasciando intendere che dovevo tenerlo segreto.
Il problema non sembrava essere (solo) la mia identità, ma il fatto che avessi deciso di chiuderla con il nascondimento. La colpa era aver portato tutto alla luce.
Fu un momento molto difficile e di grandi cambiamenti. Tagliai i ponti con la comunità neocatecumenale e non vi tornai più. Per me fu un rovesciamento notevole perché vi ero cresciuto, vi avevo dedicato tempo ed energie con convinzione e insieme a mia moglie avevo un certo status. Fino a quel momento io avevo vissuto praticamente solo nel cammino, non vedevo che c’era anche un’altra Chiesa.
Anzi, paradossalmente per me non esisteva proprio “la Chiesa”, ma solo quella di cui facevo esperienza nel contesto neocatecumenale. Cinque volte a settimana io e mia moglie eravamo in comunità, tutte le mie relazioni d’amicizia erano radicate nel cammino. Credevo fermamente e ciecamente che questa via fosse l’unica per me, la migliore, senza guardare ai suoi meccanismi e al dolore che mi provocava.
Con il coming out persi tutto per via della condanna che l’intero cammino locale riversò su di me. Nessuno mi chiamò più, quello che al tempo era un amico paragonò addirittura l’omosessualità alla pedofilia. Con grande amarezza capii che c’era un grosso stigma nei confronti del mio orientamento sessuale. Persi la comunità, gli amici. Rimasero mio figlio e mia moglie, una donna ferita con cui capire cosa fare.
Non fu semplice. Iniziammo insieme un percorso di psicoterapia di coppia per capire come gestire sia la relazione tra noi che la genitorialità. E piano piano trovammo un nuovo equilibrio. Oggi abbiamo un buon rapporto, fatto di rispetto reciproco e di collaborazione. Cresciamo insieme nostro figlio, a cui cerco di far capire che il mondo è vario e non c’è nulla di male in un orientamento sessuale non etero.
Per me è molto importante essere trasparente nel mio ruolo di padre e lui lo accetta con serenità. Voglio che sia un percorso di scoperta e di crescita molto fluido, senza inculcargli nulla. Semplicemente mi mostro per quello che sono, senza nascondermi più.
Dal punto di vista della vita di fede, dopo la grossa rottura seguita al mio coming out, continuavo ad avere un gran bisogno di comunità. Per me il cristianesimo è intrinsecamente comunitario. È confronto con altri fratelli e sorelle, dialogo, scambio. Ǫuindi non mi diedi pace e iniziai a cercare una comunità italiana di credenti LGBTǪ+. Mi dicevo: dovrà pure esistere da qualche parte, no?
Fu così che trovai online La Tenda di Gionata. Aprendo il sito, notai il banner di “Mi fido di Te”. Mandai una lunga mail raccontando di me e ricordo che mi rispose Innocenzo Pontillo[3] e mi disse che sì, le comunità locali di credenti LGBTǪ+ esistevano. Mi mise in contatto con la Parrocchia Universitaria di Santa Margherita Maria Alacoque. Praticamente sotto casa! Stavo cercando in lungo e in largo e ciò di cui avevo bisogno era a pochi passi.
Decisi di andarci il giorno di san Giuseppe, la festa del papà, una ricorrenza per me importante perché, da padre, avevo un turbamento da affrontare e ancora tante cose da capire. Quando aprii la porta, mi accolse una persona che non mi aspettavo di trovare lì. Era il babysitter di quando ero bambino, figlio di una coppia nel cammino neocatecumenale insieme ai miei genitori, i quali lo stimavano molto.
Mi ha dato un profondo senso di sicurezza, quasi di protezione. L’ho visto come un collegamento con il passato, come una via di sostegno possibile anche da parte della mia famiglia d’origine, che non vedeva di buon occhio il mio coinvolgimento in comunità simili. Così iniziai a frequentare con sempre maggior frequenza gli incontri e a far parte del gruppo Mosaiko Cristiani LGBT+4 di Roma, di cui oggi sono coordinatore.
Ǫuesta è stata un’ulteriore svolta. Da qui si sviluppò un’evoluzione di fatti e consapevolezze che mi portarono a prendere delle decisioni per me molto importanti, come richiedere la nullità matrimoniale. Scrissi una lettera a papa Francesco in cui gli raccontai la mia storia e come fui indirizzato al matrimonio per sopprimere la mia omosessualità. Lui mi chiamò e nel giro di poco tempo la nullità matrimoniale mi fu accordata.
Anche grazie a questo episodio, ho avuto la possibilità di vedere una Chiesa diversa da quella che conoscevo prima. Una Chiesa accogliente, fatta di piccoli passi, di una comunità che sostiene, di presbiteri che si accostano con amore, di un papa che ti dice: «Dio ti ama, vai avanti e segui il Vangelo».
Ora faccio parte dei Piccoli Fratelli dell’Accoglienza, una fraternità ispirata al carisma di Charles De Foucauld, noto come fratello uni- versale per aver incarnato una fede aperta a tutte le persone e tanto cara a Papa Francesco che lo canonizzò e lo prese di ispirazione per numerosi testi ed encicliche.
La fraternità comprende sia persone laiche – come me –, sposate o single, che religiose, rispettando lo stato di vita di ognuno, per vivere un percorso di fede nella quotidianità e in comunione con la propria identità. Tra l’altro Charles De Foucauld è stato di ispirazione anche all’iniziatore del cammino neocatecumenale, Kiko Argüello. Lo stesso De Foucauld e uno dei suoi più conosciuti sostenitori, Carlo Carretto, divenuto un Piccolo Fratello del Vangelo, sono state due figure molto importanti anche nella mia famiglia e amate dai miei genitori. Ǫueste assonanze mi hanno fatto sentire a casa.
Oggi sono anche un volontario di “Mi fido di Te”. Proprio la consapevolezza di quanto questo strumento sia stato utile per me mi ha spinto a mettermi in servizio per ascoltare e tendere una mano a chi ci scrive. Per mostrare che c’è tanto altro oltre l’esclusione.
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* Elisa Belotti è giornalista e insegnante, si occupa di diritti umani e comunità marginalizzate, con particolare attenzione all’impatto della religione sulla società. Per La Revue, ha scritto delle inchieste a fumetti sull’ora di religione a scuola, la violenza sulle religiose e le terapie di conversione. È l’autrice di Senza mulini, una newsletter sul cristianesimo nel mondo.
[2] Chiamate anche terapie riparative, sono pratiche prive di fondamento scientifico volte a cambiare l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona per portarla alla ciseterosessualità. Sono al centro di notevoli preoccupazioni espresse dalle principali organizzazioni relative alla salute mentale. Ricordiamo che l’OMS ha tolto l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali nel 1990 e ha fatto lo stesso con l’identità trans nel 2018.
[3] Innocenzo Pontillo è un volontario dell’associazione La Tenda di Gionata.
[4] Uno dei numerosi gruppi LGBTQ+ cristiani sul territorio italiano.


