La sinodalità richiede un dialogo con tutti i cattolici LGBTQ+ e non solo con quelli “giusti”
Articolo di Maxwell Kuzma* pubblicato sul sito di NCR – National Catholic Reporter (USA) il 5 agosto 2026, tradotto liberamente da Luigi e Valeria de La Tenda di Gionata.
La pubblicazione del rapporto del gruppo di studio n. 9 del Sinodo sulla sinodalità ha suscitato il dibattito ormai abituale. Alcune persone hanno accolto con favore l’inclusione di cattolici LGBTQ che hanno parlato apertamente delle loro esperienze di fede, esclusione e senso di appartenenza.
Altre persone hanno obiettato che il rapporto privilegiasse alcune posizioni, trascurando quelle di chi ha un approccio più tradizionale alle tematiche dell’identità sessuale. Da allora la discussione si è estesa a considerazioni più ampie sulle persone transgender, sulla pastorale e sui limiti delle posizioni della dottrina della Chiesa.
A prima vista, queste controversie sembrano riguardare la sessualità. Ma alla base di esse si cela una questione teologica ben più importante: chi ha l’autorità di contribuire alla ricerca autentica della verità da parte della Chiesa?
Questa questione va ben oltre qualsiasi singolo documento sinodale. Spiega anche perché le recenti discussioni sui cattolici LGBTQ spesso sembrano conversazioni in cui si va avanti parlando a vuoto.
Troppo spesso, le persone emarginate vengono trattate principalmente come oggetti di riflessione teologica — problemi da risolvere, questioni morali su cui pronunciarsi o situazioni pastorali da gestire. Le nostre vite diventano prove a sostegno delle argomentazioni altrui, anziché fonti autentiche di intuizione teologica.
Nel corso della sua vita, papa Francesco ha costantemente proposto un modo diverso di procedere. La sua visione della sinodalità non si è mai limitata semplicemente al tentativo di rendere più partecipativo il governo della Chiesa.
Papa Francesco era mosso dalla convinzione teologica secondo cui lo Spirito Santo parla attraverso l’esperienza vissuta dell’intero Popolo di Dio, specialmente di coloro le cui voci sono state a lungo ignorate.
Francesco ha ripetutamente esortato la Chiesa a passare dall’astrazione all’incontro, insistendo sul fatto che il vero discernimento non inizia con la convinzione ideologica di possedere la verità, ma con l’ascolto.
Questa intuizione è confermata in diversi contesti. Il recente libro di Antonio Pagliarulo, Queer Saints, esplora le profonde radici del cattolicesimo popolare e della devozione popolare, sostenendo che la santità è stata spesso riconosciuta innanzitutto dai fedeli comuni prima di ricevere la conferma istituzionale.
Allo stesso modo, le recenti riflessioni sull’immaginario sacramentale del cattolicesimo ci hanno ricordato che la Chiesa non è mai stata sostenuta solo da filosofi e teologi. Pellegrini, mistici, donne, operai e poveri hanno tutti contribuito ad arricchire e modellare la vita di fede attraverso pratiche religiose scaturite dall’esperienza vissuta piuttosto che dalla riflessione accademica.
Nella sua forma migliore, la teologia cattolica non ha mai ritenuto di essere un sistema filosofico chiuso in possesso di una conoscenza assoluta di Dio. Al contrario, parte dalla convinzione che Dio superi sempre i limiti della comprensione umana.
La teologia cattolica ha da tempo riconosciuto che ogni descrizione umana di Dio rimane incompleta. Il Quarto Concilio Lateranense dichiarò che «tra il Creatore e la creatura non si può esprimere alcuna somiglianza senza implicare una dissomiglianza ancora maggiore».
Anche Tommaso d’Aquino sosteneva che conosciamo Dio più facilmente riconoscendo ciò che Dio non è piuttosto che immaginando che le nostre elaborazioni mentali possano contenere pienamente il mistero divino. Possiamo conoscere veramente Dio, ma mai in modo esaustivo. Ogni dottrina dice il vero, ma rimanda sempre al di là di sé stessa a una realtà più grande di quanto il linguaggio umano possa comprendere.
Se questo vale per Dio, allora influenza anche il modo in cui comprendiamo la persona umana. Le categorie attraverso cui interpretiamo i vari aspetti della vita umana non sono né arbitrarie né prive di significato, ma non sono nemmeno esaustive.
Devono rimanere aperte a modifiche e aggiornamenti man mano che la Chiesa riconosce esperienze umane storicamente ignorate o emarginate e continua il proprio discernimento sotto la guida dello Spirito Santo.
È qui che la teologia queer entra nella discussione pubblica ed ecclesiale.
Contrariamente ad alcune descrizioni superficiali e grossolane, la teologia queer non è semplicemente il rifiuto delle norme per il gusto della trasgressione a tutti i costi. Se ben compresa, parte da una visione profondamente cattolica: le nostre categorie teologiche sono sempre parziali perché Dio è sempre più grande delle nostre descrizioni.
Quando le vite delle persone mettono a nudo i limiti dei nostri schemi esistenti, la risposta cristiana appropriata non è il rifiuto immediato e totale, ma un discernimento più profondo.
La dottrina sociale cattolica offre proprio questo metodo. La recente decisione di papa Leone XIV di parlare di «dottrina sociale cattolica» nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, sottolinea che la Chiesa possiede non solo un corpus di insegnamenti sociali, ma anche uno stile di fare teologia.
Chiede a coloro che sono nella Chiesa di interpretare la realtà dalla prospettiva di coloro che sono più facilmente emarginati dalla società, confidando nel fatto che i margini possano rivelare verità che il centro non sempre riesce a percepire.
La teologia della liberazione, la teologia della disabilità, la teologia nera e la teologia femminista sono tutte nate da questa stessa convinzione. Esse non sostituiscono la teologia cattolica, ma la invitano a realizzarsi più pienamente, consentendo alle persone che sono stati storicamente escluse di partecipare alla ricerca della verità da parte della Chiesa.
La teologia queer sostiene che le persone LGBTQ credenti non siano semplicemente destinatarie dell’assistenza pastorale, ma partecipino direttamente al discernimento teologico. Le nostre vite non sono ostacoli al Vangelo, ma luoghi in cui la Chiesa può scoprire dimensioni del Vangelo che non ha ancora pienamente colto.
Gran parte delle critiche rivolte al rapporto del gruppo di studio n. 9 del Sinodo si è concentrata sul fatto che il Vaticano abbia ascoltato o meno i cattolici LGBTQ «giusti». Eppure, al di là di tale disaccordo, si può cogliere un passo avanti fondamentale: in qualche modo, quasi tutti i soggetti coinvolti riconoscono ormai che la testimonianza in sé è importante. Il disaccordo riguarda chi debba avere voce in capitolo.
La Chiesa si è già trovata ad affrontare questioni simili in passato. Più e più volte, lo sviluppo dottrinale è stato preceduto da incontri che hanno messo in discussione i limiti di presupposti consolidati da tempo.
Le esperienze dei lavoratori hanno influenzato la moderna dottrina sociale cattolica. Il dialogo con persone di altre fedi ha influenzato l’approccio cattolico alla libertà religiosa. La testimonianza dei poveri ha ridefinito la concezione della giustizia da parte della Chiesa. La Chiesa non è rimasta immutata nei suoi 2.000 anni di vita.
Se la teologia queer ha qualcosa da offrire al cattolicesimo, non è perché incoraggia la ribellione contro ogni norma, ma perché ricorda alla Chiesa che coloro che vengono più facilmente emarginati sia dalla Chiesa che dalla società non sono semplicemente problemi da risolvere. Sono interlocutori indispensabili nella ricerca della verità da parte della Chiesa.
Riconoscere questo non significa abbandonare la tradizione cattolica, ma abbracciare una delle sue più antiche convinzioni: che incontriamo continuamente Cristo proprio dove meno ce lo aspettiamo.
* Maxwell Kuzma è un uomo transgender e cattolico da sempre, che si batte per l’inclusione delle persone LGBTQ nella Chiesa e scrive dei doni specifici delle persone queer e della bellezza della diversità nel creato. È stato citato dal New York Times e dall’Associated Press in merito alle notizie provenienti dal Vaticano relative alle persone transgender.
Testo originale: Synodality requires engagement with LGBTQ Catholics – and not just the ‘right’ ones

