La spiritualità dell’anima di restare lì dove la vita è più fragile. Pensieri dall’India
Riflessioni di suor Prema Chowallur* pubblicato sulla rivista Northeast Mosaic (India) del dicembre 2025, liberamente tradotte dal Progetto Gionata
«Le nuvole parlano della sapienza dei nostri antenati,
i fiumi trasportano le canoe del nostro futuro, i bambini,
la terra custodisce le ceneri delle generazioni passate,
l’aria sussurra le preghiere dei nostri padri e delle nostre madri,
gli spiriti che abitano il cosmo mormorano la spiritualità di un’anima.»
Di che cosa ho bisogno nella vita? Che cosa sto cercando davvero? Dove sto andando e quale sentiero desidero percorrere? Sono queste le domande fondamentali che abitano chi è in ricerca di una spiritualità.
La mia anima sta cercando un cammino mai percorso? Un sentiero mai battuto è ruvido, pieno di sfide e di stigmi. Se qualcuno decide di camminarvi, può trovarsi a procedere da solo, in mezzo a onde negative. Forse si sentono alcune voci lontane, deboli, che offrono un po’ di incoraggiamento, ma non abbastanza da sostenere uno spirito che si affievolisce.
C’è chi sceglie il sentiero già tracciato, levigato dal passaggio di molti altri. È una strada che offre conforto ai piedi e sicurezza all’anima. Ma chi la percorre non è un cercatore: è un seguace cieco. Non corre rischi, non conosce sconfitta né stigma. E se il rischio arriva, esiste sempre una forte protezione istituzionale pronta a intervenire. La vita, così, appare sicura.
Altri osano camminare da soli, affrontando sfide e stigmi, qualunque cosa accada. Ma i tifoni sono così violenti da non permettere loro di avanzare. Lentamente iniziano a essere trascinati via, con sogni e aspirazioni spezzati. Alla fine accettano la sconfitta, che lascia su di loro un marchio.
E poi ci sono coloro che camminano con una profonda convinzione interiore. Anche su di loro piovono pietre, perché la strada è strana e sconosciuta. Le pietre sembrano dire: questa via è troppo dura. Eppure continuano, andando avanti da soli, ascoltando voci e rumori inquietanti nelle foreste fitte e oscure. Nessuno ascolta il pianto silenzioso delle lacrime mute. A volte quelle lacrime lavano via il dolore, ma la tristezza rimane nel cuore del cercatore. La voce di chi non ha voce non raggiunge le città e le metropoli.»
Una cosa però non li fa mai sprofondare: lo spirito che portano nell’anima. E la passione per Dio, insieme alla compassione per le persone.
«Cominciano a vedere il Dio in cui credono come un Dio vivo.
Un Dio che sorride, che ride, che soffre.
Un Dio che piange senza voce.
Un Dio che dorme sulle banchine delle stazioni, dentro grandi tubi,
un Dio che vive nei cortili nascosti.»
Questa è una spiritualità viva, attiva, che genera speranza in sé e negli altri. Una spiritualità che tiene insieme tutte le spiritualità. È la spiritualità del profeta Gesù: un Dio sempre presente e operante, una spiritualità praticata e vissuta.
È una spiritualità che apre gli occhi per vedere il bisogno delle persone, le orecchie per ascoltare il grido dei poveri e della terra. Una spiritualità che porta addosso l’odore delle pecore, che tocca i marginalizzati e gli esclusi. Questa è la spiritualità della Croce.
La spiritualità di un’anima non resta muta: parla. È profondamente compassionevole e conduce all’azione.»
«Dà il coraggio di affrontare le tempeste della vita, di nuotare controcorrente, di restare soli per diventare voce di chi non ha voce, con sapienza. Anche quando le difficoltà avvolgono ogni cosa, questa spiritualità continua a scrutare oltre le nuvole con speranza. Riesce ancora a vedere le lucciole brillare e le stelle nel cielo.
Questa spiritualità va oltre la religiosità e i rituali. Cerca le impronte perdute di chi piange senza voce: i bambini abortiti e gettati nei rifiuti, chi muore di HIV/AIDS, chi è stato violentato, abusato e ucciso, chi è ostracizzato e marginalizzato, e persino le specie che si estinguono a causa dell’avidità umana.
Mi unisco al salmista e dico:
i loro idoli sono argento e oro.
Hanno bocca e non parlano,
hanno occhi e non vedono,
hanno orecchi e non odono,
hanno naso e non odorano,
hanno mani e non toccano,
hanno piedi e non camminano.
Una persona veramente spirituale porterà addosso l’odore delle pecore.
«È bene chiedermi: qual è la mia spiritualità? Confondo religiosità, rituali e spiritualità?»
E forse è proprio qui che il testo di Sr. Prema ci lascia senza appigli comodi. Non offre soluzioni, non chiude il cerchio, non consola. Rimette la domanda nelle mani di chi legge. Che tipo di spiritualità sto vivendo.
Una spiritualità che protegge, che rassicura, che mantiene intatto ciò che già funziona. O una spiritualità che espone, che cammina su sentieri non battuti, che accetta di portare addosso l’odore della strada, delle persone, delle ferite.
La spiritualità di un’anima, come ci racconta suor Prema, non si misura dalla purezza dei riti, ma dalla capacità di restare presenti dove la vita è più fragile. E alla fine, senza retorica, chiede solo questo: non smettere di cercare. Anche quando il cammino è ruvido. Anche quando si è soli.
* Suor Prema Chowallur è una suora cattolica che vive e lavora nel Nord-Est dell’India, nella regione di Assam. È parte del Rainbow Home of Seven Sisters e accompagna da anni persone e comunità che vivono ai margini, in particolare appartenenti alle comunità hijra e LGBTQ+. Nel numero di dicembre 2025 della rivista Northeast Mosaic ha pubblicato un testo intitolato The Spirituality of a Soul che vi riporponioamo in una nostra traduzione.

