La tenda di Gionata. Il sogno di una chiesa per tutti di un curato di montagna

Riflessioni di Innocenzo Pontillo
Don David Esposito amava definirsi, con un sorriso un po’ sornione, “un curato di montagna”. Non era un modo di dire, ma la pura verità: la sua piccola parrocchia stava aggrappata a un clinale ripido della diocesi di Fermo, nelle Marche, poche case sparse tra boschi e pascoli.
Eppure, da quel piccolo luogo disperso tra le montagne marchigiane, coltivava un sogno che superava di gran lunga le dimensioni del suo campanile.
Un sogno che non lo abbandonò neppure quando la malattia lo costrinse in un Centro di riabilitazione, inchiodato a una sedia a rotelle. Anche lì continuava a celebrare Messa ogni domenica e, tra un respiro e l’altro, parlava di una Chiesa cattolica diversa: una Chiesa capace di accogliere chi era stato messo alla porta, e in particolare le persone LGBTQ+ e i loro genitori.
Fu lì che, navigando in rete, scoprì il Progetto Gionata, un sito animato da volontari che raccoglievano esperienze e riflessioni su fede e omosessualità. “Finalmente qualcuno che ci prova!”, pensò. E cominciò a ripeterlo con ostinazione a Francesca, l’amica che gli stava accanto da sempre, a cui disse: «Trova questi ragazzi. Digli che stanno facendo tanto. E aiutali».
Quando il messaggio arrivò ai volontari del Progetto Gionata, la reazione fu di panico. Abituati a muoversi discretamente online, tra articoli e testimonianze, si trovarono davanti a una richiesta che sembrava enorme: trasformare quel laboratorio virtuale in una realtà in carne e ossa, in un’associazione vera. “Ma chi siamo noi per farlo?”, si chiedevano. Era una cosa più grande di loro, e lo sapevano. Eppure, come la vedova importuna del Vangelo, la voce di don David non smise di bussare alla loro porta.
Il 18 marzo 2018, la paura lasciò spazio al coraggio. Nacque così La Tenda di Gionata. Una tenda da allargare, come suggeriva Isaia («Allarga lo spazio della tua tenda», Is 54,2), per far posto a tutti. E con un nome che evocava anche la storia di Gionata, l’amico-amato di Davide, simbolo di legami affettivi profondi, di alleanze che non hanno paura di dire amore (1Sam 18,1; 2Sam 1,26).
Da allora, la Tenda è diventata un luogo reale dove i cristiani LGBT, i loro genitori e gli operatori pastorali si incontrano, si ascoltano, si formano, costruendo ponti dove per troppo tempo c’erano stati muri. Un segno piccolo e fragile, certo, ma vivo. Perché – come dice il Vangelo – dai loro frutti li riconoscerete.
E il frutto di questa storia è un sogno che continua: che la Chiesa cattolica sappia diventare sempre più, come dice papa Francesco, una casa accogliente per “todos, todos, todos”.
Così la Tenda di Gionata non smette di cercare strade nuove, proprio come desiderava quel curato di montagna che sapeva sorridere anche nel dolore.

