La Tenda di Gionata: tra le pieghe del Vangelo, una tenda che accoglie
Intervista di Sara Spera* a Innocenzo Pontillo, presidente de La tenda di Gionata
L’associazione La Tenda di Gionata è stata fondata il 18 marzo 2018, su ispirazione di don David Esposito, un sacerdote prematuramente scomparso, che portava nel cuore un sogno grande: che la Chiesa cattolica sapesse aprirsi concretamente all’ascolto e all’accoglienza dei cristiani LGBT+, delle loro famiglie e degli operatori pastorali che li accompagnano. Non un’iniziativa “di nicchia”, ma un servizio ecclesiale che parlasse a tutta la comunità, perché – come ricorda la Gaudium et Spes – «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo».
Anche il nome “Tenda di Gionata” non è casuale: rimanda al profeta Isaia che invita ad “allargare la tenda” (Is 54), segno di una Chiesa che non si chiude ma fa spazio, e all’amicizia biblica tra Davide e Gionata, simbolo di legami autentici, profondi e liberanti, oltre ogni pregiudizio.
La Tenda di Gionata è nata dal basso, dal desiderio di tanti cristiani LGBT+, dei loro genitori e di pastori e pastore che non si sono voltati dall’altra parte. Insieme hanno scelto di costruire ponti tra fede e vita, superando discriminazioni e paure. Negli anni l’associazione è diventata un luogo di ascolto e di speranza: uno spazio dove le famiglie con figli LGBT+ trovano sostegno, dove le comunità imparano a farsi più accoglienti e dove la fede incontra le domande, le ferite e le attese di chi troppo spesso si è sentito ai margini.
A guidarla come presidente oggi c’è Innocenzo Pontillo, fisioterapista toscano che lavora con ad anziani e disabili. La sua è la voce di un credente che ha imparato a passare “dalla paura al coraggio, dall’essere giudicato al riconoscere la propria identità come dono di Dio”.
Innocenzo, dopo quasi sette anni di cammino, La Tenda di Gionata ha attraversato momenti di ascolto, confronto, dolore e speranza, costruendo ponti tra fede e vissuto LGBTQ+, tra famiglie e Chiesa.
Un percorso nato dal basso, fatto di relazioni, testimonianze e ricerca di accoglienza autentica.
In questo contesto, che cosa rappresenta per la Tenda di Gionata, essere presente a questo Giubileo? Di più: essere unica realtà impegnata nell’accompagnamento pastorale delle persone omoaffettive presente nel calendario ufficiale degli eventi giubilari?
Tutto parte dal sogno un po’ “ostinato” di don David, parroco di montagna che desiderava una Chiesa cattolica capace di aprire le porte a tutti, soprattutto a chi era stato messo da parte. Quando iniziai a pensarci mi sembrava impossibile: “Da dove si comincia?” – mi chiedevo. Poi la vita ha fatto il resto.
Ho incontrato persone LGBT+, i loro genitori, tanti preti e religiose che ci hanno camminato accanto. E le parole di papa Francesco – quel famoso “Chi sono io per giudicare?” – mi hanno fatto capire che non era un’illusione, ma Vangelo vivo e concreto.
In questi anni ci siamo comportati come la vedova insistente della parabola: bussiamo, bussiamo ancora. A volte le porte si aprono, altre restano chiuse, ma noi non smettiamo di bussare.
E il pellegrinaggio giubilare nasce così: non per creare un recinto, ma per camminare dentro la Chiesa. Non è un ghetto, ma un segno concreto di riconciliazione e rinascita. È l’occasione di dire che nella Chiesa nessuno deve sentirsi ospite indesiderato. Per me il Giubileo è proprio questo: ripartire, rimettersi in cammino, ricordando che la casa di Dio è di tutti i suoi figli e figlie.
Come può questa tappa, pur non essendo un punto d’arrivo, diventare un’occasione per fare memoria del cammino fatto, rilanciare l’impegno e immaginare con coraggio il futuro?
Per me il pellegrinaggio è la foto di un cammino e di una storia che esiste da decenni. Già negli anni ’80 nascevano in Italia i primi gruppi di credenti LGBT+ che dicevano: “Ci siamo anche noi”, ma solo oggi, in alcune diocesi, iniziano percorsi di accompagnamento nella pastorale ordinaria. Non è tutto risolto, ma non siamo più invisibili.
Quando varcheremo la Porta Santa porteremo volti e storie: catechisti, ministranti, genitori, religiosi e religiose che già vivono e servono la Chiesa. E porteremo anche le ferite: penso ad Alfredo Ormando, che nel 1998 si diede fuoco in piazza San Pietro perché non riusciva a conciliare fede e identità. Noi cammineremo anche per lui, e per tanti come lui.
Il nostro messaggio è semplice: nessuno dev’essere escluso dal Vangelo. A volte ci sentiamo come “pietre scartate”, ma il Signore ci ricorda che «la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo» (Salmo 118,22; cf. Mt 21,42).
Il futuro? Non ho la ricetta in tasca, ma so una cosa: la Chiesa cattolica non si è fermata su questi temi, e non si fermerà. Lo abbiamo visto nei passi di papa Francesco, e lo vediamo oggi in papa Leone che, incontrando padre James Martin, ha voluto ricordare a tutta la Chiesa che l’accompagnamento delle persone LGBT+ non è un optional, ma una ragione profonda del servizio pastorale. Tantissime persone infatti negli anni sono state allontanate dal messaggio di salvezza di Gesù a causa di pregiudizi e ignoranza.
E questo pellegrinaggio, con i suoi colori e i suoi volti, mostrerà a tutti che l’invito liberante del Vangelo è davvero per todos, todos, todos.
* Sara Spera, nata nel 1986, è laureata in Scienze della Comunicazione – indirizzo Mass Media – all’Università degli Studi di Siena. Da oltre nove anni lavora nel settore della comunicazione, occupandosi di realizzare contenuti redazionali specialistici, tenere relazioni istituzionali ed eventi per il mondo dell’impresa e del terzo settore.
La sua esperienza spazia da tematiche come disabilità, edilizia pubblica, associazionismo, tutela dei minori, ambiente, sanità e legalità. Attualmente ricopre il ruolo di Ufficio Stampa per una nota azienda italiana attiva nel settore impiantistico con sede a Novara. Crede fermamente, infatti, che ogni realtà, produttiva o associativa che sia, se consapevole del proprio ruolo nella comunità, possa contribuire in modo concreto a valorizzare ogni persona.

