La “teologia della maschera” di un pastore kenyota
Articolo del pastore Kevin Muteti* pubblicato sul sito di Outreach (USA) il 30 gennaio 2026, liberamente tradotto da Luigi e Valeria de La Tenda di Gionata
Sono cresciuto tra le mura di una chiesa aconfessionale che si distingueva dalle principali organizzazioni religiose del Kenya perché era indipendente dai protestanti, dai cattolici e dagli evangelici. La mia formazione religiosa non era basata su un unico percorso, ma era un mix di tutto.
Dopo che i miei genitori si separarono quando avevo nove anni, la mia vita divenne un susseguirsi di trasferimenti periodici. Io e mio fratello dovevamo spostarci tra le case dei parenti sia da parte di madre che di padre, vivendo esperienze molto diverse in ciascuna famiglia.
In questo contesto di spostamenti, ho imparato la solennità della liturgia cattolica in una casa e la rigorosa disciplina della Chiesa dell’Africa interna o delle tradizioni anglicane in un’altra. La tradizione cattolica, in particolare, mi ha insegnato il linguaggio del sacro.
Nel ritmo tranquillo e profumato di incenso della messa, ho trovato il senso del sacramentale, l’idea profonda che la grazia esiste e opera attraverso le cose materiali anche quando è nascosta ai nostri occhi. Sono diventato un camaleonte spirituale, imparando presto ad adattare le mie modalità espressive a qualsiasi santuario chiamassi casa.
Dopo il liceo, mi sono trasferito da mia zia a Nakuru, la quarta città più grande del Kenya, e ho iniziato a frequentare una chiesa aconfessionale. Per anni sono stato un figlio di quella chiesa, collaborando come fondatore di comunità parrocchiali e lavorando al fianco di mentori per stabilire associazioni di fedeli in tutto il Kenya.
Credevo che quello fosse l’unico posto al mondo dove tutti fossero al sicuro sotto l’ala protettrice della grazia di Dio. Tuttavia, le domande interiori sulla mia identità, che mi tormentavano senza trapelare all’esterno, mi spingevano a dedicarmi in modo intenso, quasi disperato, alle attività e al servizio della Chiesa.
Mi sono dedicato anima e corpo alle attività pastorali, sperando che costruendo la chiesa avrei potuto riparare ciò che sentivo essere rotto dentro di me. All’interno di quel santuario ho scelto di perseguire la pace nel silenzio, senza mai rivelare o parlare del mio vero io.
L’atmosfera era piena di cose non dette; la questione dell’identità LGBTQ veniva affrontata raramente, e quando ciò accadeva, era solo come un argomento appena accennato, da disapprovare.
Sotto l’apparenza della mia attività di servizio visibile, stavo perfezionando un diverso tipo di teologia: la teologia della maschera. Nel panorama religioso del Kenya, la sopravvivenza dipende dalla rappresentazione di un’identità che soddisfi le aspettative della famiglia e dell’istituzione.
Da giovane, sentivo il bisogno costante ed estenuante di dimostrare la mia virilità. Il coinvolgimento con il sesso opposto era sempre il risultato della pressione sociale o dei coetanei; era un modo per affermare il mio posto in un mondo che esigeva un certo tipo di mascolinità.
Le mie relazioni erano sempre passeggere, ma avevo sempre pronta una scusa spirituale o professionale per giustificare la distanza che sentivo dalle mie partner.
Solo mio fratello maggiore sapeva del mio orientamento sessuale. Lui non lo considerava un’identità, ma una cattiva abitudine che sperava avrei superato crescendo.
Nella nostra cultura, mentre gli adolescenti mantengono i segreti l’uno dell’altro, c’è una forte aspettativa che un fratello maggiore metta sulla retta via il proprio fratello minore.
Ricordo il sollievo visibile che provò quando fui nominato prefetto della cappella al liceo. Per lui significava che finalmente ero guarito. Credo che uno dei motivi per cui non mi ha mai smascherato sia stata la nostra storia comune di spostamenti da una casa all’altra dei nostri parenti.
In mezzo a quella instabilità, temeva di accendere un altro motivo di contrasto familiare che avrebbe potuto bruciare i pochi punti di riferimento e di supporto che ci erano rimasti.
Questa frammentazione interna culminò all’età di trentaquattro anni. Sotto l’immensa pressione della tradizione ecclesiastica e il disperato bisogno di rimanere una persona accettata all’interno della comunità, alla fine mi sono arreso alla pressione sociale e ho sposato una donna.
È stato un passo compiuto non per autentica convinzione interiore, ma per il disperato bisogno di adattarmi a uno stampo che non era stato fatto per me.
In un Paese in cui l’articolo 162 del codice penale punisce gli atti omosessuali con pene che arrivano fino a quattordici anni di carcere, questa recita era la mia unica difesa.
Per decenni ho vissuto in questa frammentazione spirituale. Predicavo la libertà di Cristo mentre mi sentivo prigioniero della mia stessa maschera. Ecco perché una tragedia avvenuta a Nakuru nel 2022 mi ha distrutto completamente.
Stavo portando avanti la mia attività ministeriale nella chiesa aconfessionale locale quando una giovane donna della mia congregazione si è tolta la vita perché non riusciva a conciliare la sua identità con la sua fede. Nella sua morte ho visto il riflesso della mia disperazione.
Mi sono reso conto che, mantenendo la mia “maschera” per conservare la mia posizione di potere, stavo silenziosamente avallando proprio quel sistema che le aveva fatto sentire che la sua vita non valeva la pena di essere vissuta.
Quando finalmente ho trovato il coraggio di affrontare i miei superiori nella speranza di promuovere un cambiamento nell’accoglienza e nell’atteggiamento di apertura, la reazione è stata immediata. Sono stato emarginato, la mia posizione sociale è svanita e sono diventato un estraneo nella congregazione che avevo servito per tutta la vita.
Eppure, è stato proprio in questo rifiuto che ho incontrato veramente Gesù. Sono passato da una religione fatta di regole a un cammino quotidiano con un Salvatore che era anch’egli visto con “puro giudizio e disprezzo” dalle istituzioni religiose del suo tempo.
Ho cominciato a capire che essere autenticamente me stesso non era un peccato da nascondere, ma un’offerta sacra di tutto me stesso a Dio.
Ho capito che il vero “sacrificio vivente” (Romani 12:1) era il coraggio di portare alla luce la mia verità nascosta, confidando che Dio è glorificato più dalla nostra verità interiore che dalle nostre performance esteriori e prive di sostanza.
Oggi il mio viaggio mi ha portato a Nairobi, dove si vive in uno stato di massima allerta. Anche gli spazi in cui ci riuniamo clandestinamente sono costantemente minacciati.
Il mio amico Peter una volta mi ha invitato a un incontro in cui ospitava famiglie di persone LGBTQ per un incontro di formazione per la conoscenza e l’accoglienza; il luogo doveva essere tenuto segreto per evitare attacchi.
Era stata invitata anche una persona che faceva parte dell’assemblea della contea, e non potrò mai dimenticare lo sguardo che mi ha lanciato quando Peter mi ha presentato: uno sguardo di puro giudizio e disprezzo.
Mi ha ricordato che anche nei luoghi sicuri, la minaccia della società in generale non è mai lontana. Questa è la costante pressione che si vive nei nostri rifugi: sono luoghi di pace che devono essere custoditi come una fortezza.
Un tempo nella mia chiesa locale ero una colonna, un punto di riferimento: oggi il mio ruolo può sembrare molto minore, ma sto gradualmente lavorando per costruire una vita autentica con Dio.
Porto con me le cicatrici invisibili dell’anima, i segni di una vita trascorsa a nascondermi e il dolore di essere stato cacciato dalla famiglia di fede che ho contribuito a costruire. Vivo con il timore di poter subire nuove ferite in futuro, poiché il cammino della verità in questa terra è spesso lastricato di spine.
Eppure, sono più che mai convinto della necessità di restare uniti per seguire la strada giusta. Nonostante il rifiuto, continuo a credere che la Chiesa possa diventare un luogo in cui la verità interiore e il senso di appartenenza alla comunità possono convivere armoniosamente.
Anche se le istituzioni in cui un tempo svolgevo il mio ministero non mi considerano più una vera guida, trovo conforto nella consapevolezza che Dio mi conosceva prima ancora di formarmi nel grembo di mia madre e che la mia esistenza non è una sorpresa per Lui.
In una realtà in cui la nostra stessa esistenza è messa in discussione e in pericolo, la semplice scelta di tenere insieme sia la nostra fede sia la nostra identità autentica è il nostro atto di resistenza più profondo. Confido che Cristo è dalla mia parte (Romani 8:31) e che difenderà la fedeltà alla mia autenticità.
* Kevin Muteti è un pastore di Nairobi, che si occupa di impegno comunitario ed è il fondatore di The Place of Rehoboth, uno spazio dedicato a promuovere l’inclusione, il dialogo e una condivisione autentica. Dopo un periodo di attività pastorale in parrocchia, ora lavora per creare realtà in cui la fede e la vita pubblica possono convivere con la verità della propria identità e il senso di appartenenza alla comunità.
Titolo originale: Kenyan pastor: A Theology of the Mask

