La Veglia di Reggio Emilia: Dio ci ama proprio quando siamo feriti






Riflessioni di Antonio De Caro
A Reggio Emilia abbiamo celebrato la Veglia di preghiera per superare ogni forma di discriminazione. Siamo stati accolti da una comunità dalla fede forte e accogliente, da una parrocchia sinodale in cui ciascuna e ciascuno ha potuto arricchire con il proprio contributo la preghiera e la consolazione di tutte e tutti. Al di là di ciò che era stato preparato, la partecipazione spontanea delle persone -anche estranee al gruppo “Galilea della Genti” che ha promosso la Veglia- ha rivelato una profonda e stupefacente sintonia.
Il tema centrale era, certo, l’accoglienza e il riconoscimento dei credenti LGBTQ+ e delle loro famiglie; ma, come ormai accade sempre in questi casi, il senso finale era rinnovare la gioia di appartenere a una Chiesa davvero aperta a tutte e tutti; a una comunione autentica e calorosa. È così che le Veglie – ben lungi dall’essere asservite a un’inesistente ideologia – possono fecondare la comunità cristiana dandole il sapore concreto del Vangelo. L’accoglienza purifica coloro stessi che la offrono: quando permettiamo agli altri di essere liberi, in realtà siamo noi che diventiamo più forti.
La bellezza della Veglia di Reggio Emilia è stata proprio questa comunione viva e abbondante, donata scambievolmente e spontaneamente. Una gioia che nasceva dal sollievo: nessuno doveva avere più paura di nessuno. Dobbiamo questi doni allo Spirito Santo, che abbiamo invocato, e anche allo stile di famiglia a cui tutte e tutti si sono ispirati. È davvero strano che gli integralisti, che affermano di battersi “per la vita e per la famiglia”, poi non sappiano o non vogliano venire e vedere.
Accecati dal disgusto, dall’odio, dall’ossessione per la legge e dalla perversa convinzione che la fede sia più bella se permette di condannare qualcuno, gridano contro una presunta ideologia. Se venissero a trovarci, se ascoltassero le nostre storie con cuore aperto ai valori del Vangelo, forse capirebbero che non c’è nessuna ideologia, ma persone, persone vere, anime e corpi, genitori e figli, con il loro naturale bisogno di comprensione e d’amore. E con una grande fede nel Dio di Gesù Cristo, che fa risorgere le nostre storie e le rende feconde di bene.
Scrivo queste righe e mi rivolgo direttamente a loro. Se volete, possiamo dialogare. Possiamo cercare di capire le ragioni gli uni degli altri. Le persone credenti LGBTQ+ non sono ostili alla famiglia tradizionale (io personalmente ne ho una straordinaria): semplicemente non sono chiamate a quella vocazione. Non possono e, se lo facessero, sarebbe un disastro.
Vogliono, però, costruire relazioni buone, sane, autentiche, capaci di rispettare la loro natura e quella delle persone che incontrano. E per fare questo trovano forza nel Vangelo e nel mistero pasquale, resistendo a tutte le condanne e le ingiustizie ricevute. Non è ideologia, ma ricerca del bene che non mortifica la vera natura delle persone. È aspirazione di libertà e gioiosa affermazione che anche i nostri corpi veicolano e trasmettono amore.
Sarebbe ideologia se qualcuno volesse imporre agli altri le proprie scelte di vita, considerando assolutamente valido solo un modello di amore e di famiglia. Non siamo noi a fare questo. Non potremmo mai, proprio perché abbiamo sperimentato quanto sia doloroso essere costretti ad aderire a un modello che non corrisponde alla nostra natura.
La Tenda di Gionata lavora ogni giorno per questo. E quando un vescovo proibisce che essa venga persino nominata, sembra dimenticare quanto è importante, nella Bibbia, l’immagine della tenda: luogo di protezione, incontro e di accoglienza per i viandanti, simbolo dell’Alleanza e segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo: tanto è vero che -afferma il Vangelo secondo Giovanni- il Figlio di Dio ἐσκήνωσεν dentro di noi, cioè “si è accampato, ha posto la sua tenda” nel tempo e nello spazio delle nostre relazioni.
Fra tutti i verbi che potevano essere usati, questo allude a un cammino nomade, che non si ferma nello spazio e nel tempo, poiché cerca sempre il suo senso e la sua pace.
Cristo ha scelto di fare parte di questo viaggio, ha accettato di condividere il nostro cammino di vagabondi dell’esistenza per ricondurci passo dopo passo all’amore originario. È lui che ci spinge ad allargare i confini della tenda per accogliere tutte e tutti: come a Roma, lo scorso settembre, quando le celebrazioni giubilari ci hanno davvero rivelato un Dio che stende il suo amore per non escludere nessuno.

