La via di Damasco è a doppio senso
Articolo di Abigail Peralta*, pubblicato sul sito di Outreach (USA) il 23 gennaio 2026, liberamente tradotto da Luigi e Valeria de La Tenda di Gionata
Il 25 gennaio si commemora la festa della Conversione di san Paolo, il momento in cui Cristo incontrò Saulo di Tarso sulla via di Damasco e Paolo scoprì di aver perseguitato il Dio che amava.
Non sono l’unico tra i cattolici LGBTQ ad avere un rapporto difficile con questo santo. Dopotutto, Paolo ha scritto tutti i “passaggi controversi” del Nuovo Testamento che vengono spesso usati contro persone come me. Ma la storia della conversione di Paolo contiene anche alcuni elementi – l’incontro con Cristo e l’aiuto di persone compassionevoli come Anania e Barnaba – che sono simili alla mia esperienza e forse a quella di altri cattolici che hanno sperimentato la conversione nella loro vita.
Anche senza avere le parole per definirlo, ho saputo fin dall’età di tre anni di essere ciò che oggi chiamiamo “una persona transgender”. A parte questa precoce consapevolezza, ho avuto un’infanzia normale. Sono cresciuto nelle Filippine negli anni ’90, durante il tumultuoso periodo di ripresa dopo la dittatura di Marcos. Le persone omosessuali erano sicuramente presenti nella vita di ogni giorno, e c’erano anche alcune celebrità omosessuali, ma le questioni relative ai diritti LGBTQ non venivano mai sollevate.
Durante la mia giovinezza mi è stato facile rimandare la questione “LGBTQ”. Le mie priorità erano la scuola, lo sport e la musica, e in questi campi eccellevo. Mi sono impegnato nel servizio musicale della mia parrocchia e mi sono appassionato alla musica liturgica. Lì ho trovato uno spazio nella messa domenicale che non sembrava risentire della mia crescente consapevolezza del disallineamento fra il sesso che mi era stato assegnato alla nascita e il mio genere. Anche se il contrasto tra il sesso che il mio corpo sembrava indicare e la mia identità di genere era già allora molto netto, ero in una condizione che mi consentiva di mettere da parte le questioni relative all’identità di genere che altrimenti avrebbero potuto assorbire tutte le mie energie durante l’adolescenza.
Essere conosciuto come l’affidabile “ragazzo del violino” mi ha anche messo in ottima luce con il personale della parrocchia, compresi i sacerdoti, che mi hanno invitato a unirmi a loro nell’impegno pastorale a favore dei detenuti e delle donne nei centri di accoglienza. Tutto ciò ha reso la chiesa il luogo in cui mi sentivo più al sicuro, ed è probabilmente per questo che, quando ho fatto coming out da adulto, l’ho fatto con un sacerdote mio amico. Mi ha immediatamente assicurato il suo sostegno, arrivando persino a offrirsi di parlarne con i miei genitori (un’offerta che non ho accettato, con mio grande rimpianto). Anche se non abbiamo parlato direttamente del mio essere transgender, ho comunque trovato molto facile, all’età di 19 anni (troppo giovane per prendere queste decisioni), dire con sicurezza: “Non si preoccupi, padre, semplicemente non avrò relazioni con nessuno”.
Nella mia mente, probabilmente pensavo che, finché fossi rimasto “casto”, avrei potuto evitare del tutto le questioni relative alla sessualità e all’identità di genere. Se da un lato questa ingenuità era già di per sé tragica, dall’altro peggiorai la situazione sviluppando un sentimento di disprezzo per i miei coetanei LGBTQ che, secondo me, erano troppo frettolosi nel respingere gli insegnamenti della Chiesa sulla sessualità. Si trattava di amici, persino persone della mia stessa famiglia, che per la maggior parte non godevano degli stessi privilegi di cui godevo io: un’ottima reputazione e un facile accesso alle persone che detenevano il potere nella parrocchia. Sono diventato un fanatico di un’istituzione, e guardavo dall’alto in basso le persone che vivevano la loro identità in modo autentico.
La riflessione sui “momenti di Damasco” della vita di Paolo mi hanno spinto a vedere Cristo in coloro che sono emarginati perché LGBTQ. Ma avevo anche bisogno di diverse figure come Anania e Barnaba, persone che si preoccupavano di accogliere e accompagnare persone dalle quali avrebbero potuto tenersi lontani senza problemi.
Il primo spunto di riflessione è arrivato quando, preoccupati per la mia incapacità di instaurare relazioni significative, alcuni amici più grandi della squadra di basket del college mi hanno preso da parte per parlarmi. Con tutta l’esperienza di vita in più – al massimo di due anni -, mi hanno insegnato ciò che sapevano sull’esperienza LGBTQ. Invece di condannarmi, i miei amici, come Anania, mi hanno aiutato a capire che il mio atteggiamento e le mie azioni non erano espressione della correttezza della mia attitudine interiore, ma denotavano una mancanza di accettazione e comprensione di me stesso. Mi hanno spiegato pazientemente come il mio atteggiamento fosse soltanto una condanna per me stesso e per coloro che mi stavano intorno. Sebbene questo “intervento” mi abbia aiutato a iniziare a vivere apertamente come persona LGBTQ, non ha risolto completamente la mia tendenza a essere meno accogliente e inclusivo, che ogni tanto si ripresentava.
Il momento decisivo sarebbe arrivato circa quindici anni dopo, durante i miei primi incontri con ministri che portavano avanti la pastorale con le persone LGBTQ. A quel punto, avevo smesso per un periodo gli incontri occasionali dopo la fine di una lunga relazione e mi stavo finalmente dedicando a un discernimento personale per affrontare i miei dubbi sulle questioni LGBTQ. Mi ero reso conto, ad esempio, che la mia esperienza transgender, sebbene strettamente correlata, meritava una sua esplorazione in maniera indipendente dal mio orientamento sessuale. E facevo ancora fatica a immaginare un mondo in cui la Chiesa smettesse semplicemente di presumere che tutte le persone LGBTQ in relazioni omosessuali fossero in stato di peccato mortale.
In modo piuttosto aggressivo, ho chiesto a diversi cattolici LGBTQ di “dare ragione della speranza” (1 Pietro 3:15) che sembrava permettere loro di vivere in modo autentico. Forse volevo che ammettessero che anche loro vivevano nella paura del peccato mortale. Ma le loro risposte serene e non reattive irradiavano una tranquilla fiducia in Cristo piuttosto che nella legge. Un anziano cattolico omosessuale della mia nuova parrocchia mi ha persino invitato a pranzo per discutere della questione, e la sua compassione e sensibilità alla fine mi hanno portato a rivolgere le mie domande a me stesso. Quest’uomo è diventato una figura simile a Barnaba: ha garantito per me con alcune persone che da tempo erano coinvolte nella pastorale cattolica LGBTQ.
Mentre meditavo su questi incontri, sentivo sempre più chiaramente che Cristo mi stava chiedendo: «Non vedi o non ti importa che anche molti dei tuoi fratelli e sorelle LGBTQ stanno vivendo un momento difficile a causa di tutto questo?».
Non sono certo san Paolo, che ha trascorso il resto della sua esistenza diffondendo il Vangelo a costo della sua stessa vita. Ma, come spesso ci viene detto, la sua storia dimostra che Dio può scegliere di trasformare anche i grandi peccatori, e lo fa. Grazie agli scritti di Paolo, sono giunto a credere che nulla potrà mai separarmi da Dio. E anche se ho ancora molte domande, ho deciso che la mia risposta alla domanda che Cristo mi ha posto sarà quella di concentrarmi sulle persone piuttosto che sulle regole, sull’imparare ad amare Dio e il mio prossimo come Dio ama tutti noi.
La storia della conversione di Paolo mostra che Dio spesso ci trasforma agendo attraverso altre persone. Riflettendo sui dettagli del primo ministero di Paolo, mi colpisce quanto devono essere state difficili e vissute con paura le azioni di Anania e Barnaba. Anania scelse di obbedire alla chiamata di Dio di accompagnare una persona che aveva ottimi motivi per temere. Barnaba costruì un ponte tra Paolo e gli apostoli. Il mio percorso verso una vita più autentica è dipeso da coloro che hanno scelto la compassione invece della condanna.
Forse, mentre speriamo e preghiamo per la conversione di coloro che emarginano le persone LGBTQ, o di altri cattolici LGBTQ che sembrano opporsi alla loro inclusione, possiamo anche riconoscere la nostra chiamata ad essere Anania e Barnaba gli uni per gli altri, a costruire ponti dove molti nella Chiesa hanno costruito fossati e a confidare che Dio può trasformare anche quelli tra noi da cui meno ci si aspetterebbe una conversione. La conversione di san Paolo mi ispira a sognare il giorno in cui la Chiesa accoglierà pienamente i cattolici LGBTQ e in cui tutti potremo dire apertamente e senza riserve: «Per grazia di Dio, io sono quello che sono».
* Abigail Peralta è una persona cattolica transgender della parrocchia della Holy Trinity Catholic Church di Washington, DC, dove partecipa alla Young Adult Community e alla pastorale LGBTQIA+.
Testo originale: The road to Damascus runs both ways

