L’anno del Giubileo: una occasione per destabilizzare, non per rassicurare
Articolo di Julia D. E. Prinz* pubblicato sul sito di America – The Jesuit Review (USA) il 22 ottobre 2025 e liberamente tradotto da Luigi e Valeria de La Tenda di Gionata.
Se si tratta di carri o sandali,
io scelgo i sandali.
Mi piace la prua alta del carro,
la velocità spericolata, il vento
una melodia veloce che non riesci
a cogliere
ma voglio andare
lontano
e voglio seguire
sentieri dove le ruote si bloccano.
E non voglio stare sempre
tra ingranaggi e cavalli,
sangue, schiuma, polvere.
Vorrei
liberarmi dal loro strano fascino.
Correrò il rischio
dei sandali da pellegrino. (A Traveler, di Denise Levertov)
Possiamo ancora «correre il rischio dei sandali da pellegrino» durante questi ultimi mesi dell’Anno Giubilare 2025? Indetto da papa Francesco con il tema Peregrinantes in Spem (Pellegrini nella speranza), il Giubileo ha già attirato milioni di pellegrini, che hanno raggiunto Roma e le Porte Sante di varie chiese locali per ricevere le indulgenze plenarie del Giubileo. Immagini bellissime hanno riempito i social media: pellegrini di tutto il mondo solenni, sfavillanti, coinvolti.
Ogni 25 anni, la Chiesa cattolica romana, guidata dal Papa, indice un Giubileo. Il primo Papa a farlo fu Bonifacio III nel 1300. Ispirato dalla devozione del popolo per l’occasione del nuovo secolo, il XIV secolo, il suo Giubileo servì anche alla sua ambizione politica di attirare pellegrini a Roma.
Nella bolla papale che indiceva il nuovo Giubileo, Spes Non Confundit (La speranza non delude), papa Francesco, come Bonifacio otto secoli prima, citò Levitico 25, l’antico appello profetico dell’antico popolo ebraico al Giubileo. Francesco ha anche fatto riferimento a Isaia 61,1-2, il testo che Gesù legge nella sinagoga inaugurando la sua missione (Lc 4,18-19). Con tutto questo ricco patrimonio biblico e la consapevolezza del suo grande significato nella storia del cristianesimo, cosa potrebbe significare celebrare gli ultimi mesi dell’Anno Giubilare 2025 liberandoci dallo strano fascino dei carri e indossando invece i sandali dei pellegrini?
La storia del Giubileo
Il concetto di Anno Giubilare (Lev 25,8-17; 29–31) è strettamente correlato nell’Antico Testamento all’anno sabbatico, che si trova in tre raccolte giuridiche della Torah: il Codice dell’Alleanza (Es 23,10–11), il Codice Deuteronomico (Dt 15,1–3) e il Codice della Santità (Lv 25,2–8). L’importante relazione tra il Giubileo e il Sabato è cambiata nel corso del tempo, passando da «un sabato di riposo solenne per la terra» (Lev 25,4) a un «anno di grazia», che sottolineava in particolare la liberazione dei prigionieri e il perdono dei debiti. La liberazione (shemitta) diventa il centro di un contesto che è mutato dal punto di vista sociale ed economico. È importante sottolineare che il ciclo opprimente dei debiti e della prigionia per i poveri ha costituito il contesto della reinterpretazione del sabato e del giubileo. Sia il sabato che il giubileo sono radicati spiritualmente nella comprensione che né la terra né gli esseri umani possono essere venduti perché appartengono a Dio (Lv 25,23).
Poiché i Settanta hanno tradotto le parole ebraiche yôbel (giubileo) e shemitta (liberazione) con lo stesso termine greco, aphesis, questo termine appare due volte in Luca 4:18 (che cita Isaia 61:1-2). Luca usa questo termine per annunciare l’inizio programmatico della vita pubblica di Gesù.
Il Gesù di Luca richiama le tradizioni combinate del Giubileo e del Sabato quando legge dal profeta Isaia: «Lo Spirito del Signore è su di me perché mi ha consacrato per portare la buona novella ai poveri; mi ha mandato per liberare i prigionieri e ridare la vista ai ciechi, per liberare gli oppressi e proclamare un anno gradito al Signore» (Lc 4,18-19).
È un momento solenne, ma non è né gioioso né trionfante. Il suo compimento comporta varie provocazioni: la liberazione dei prigionieri e degli oppressi dal debito e, implicitamente, la guarigione di coloro che sono affranti. La prima reazione degli ascoltatori nella sinagoga è di suspense e stupore, perché lo interpretano come un riferimento a sé stessi: che cioè l’anno di grazia porterà loro liberazione e guarigione. Tuttavia, quando si rendono conto che questo Giubileo si applica a tutti coloro che sono fuori dalla sinagoga, «si riempirono tutti di rabbia» (Lc 4,2b) e tentarono di uccidere Gesù. Quanto includiamo effettivamente coloro che sono «fuori» nelle nostre celebrazioni? Siamo colpevoli della stessa rabbia di coloro che volevano uccidere Gesù?
Accogliere gli emarginati
La studiosa di Scritture e storica Sandra Schneiders ha sostenuto che il carisma di ogni ordine religioso è nato da esigenze sociali, offrendo quella che si potrebbe definire una “speranza giubilare”. Spesso, la gerarchia ufficiale della Chiesa stessa non era in grado di rispondere a tali esigenze. In alcuni casi, ha persino contribuito a creare le condizioni che hanno generato tali esigenze sociali. I fondatori degli ordini religiosi spesso si sentivano emarginati e dovevano darsi da fare in maniera creativa per rispondere a tali urgenti bisogni.
Nella Chiesa primitiva, le madri e i padri del deserto mantennero vivo il carattere di testimonianza della fede, che non sempre era riconosciuto come centrale nell’organizzazione ecclesiale nascente. Secoli dopo, lo studio della scienza e della religione era al centro della tradizione monastica primitiva. L’educazione e l’influsso dei monaci erano accessibili anche alle donne. Ildegarda von Bingen, ad esempio, predicò dal pulpito nel 1160, poco prima che la catastrofica Inquisizione iniziasse a perseguitare (soprattutto) le donne.
Più tardi, le comunità questuanti chiamarono alla conversione papi e vescovi che erano caduti nella morsa decadente del potere e delle ricchezze, in un momento in cui la crescente urbanizzazione lasciava la maggior parte delle persone in condizioni di estrema povertà. San Francesco d’Assisi sentì Dio che gli chiedeva di «ricostruire la mia Chiesa», cosa che l’organizzazione ecclesiale non poteva fare da sola.
Dal XVI al XVIII secolo, sempre più comunità si concentrarono sulla consapevolezza di un rapporto personale con Dio. Le intuizioni del pellegrino Sant’Ignazio di Loyola sui moti interiori dell’uomo contribuirono a promuovere il discernimento come stile di vita. Santa Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce descrissero entrambi il processo spirituale come qualcosa di accessibile a tutti gli uomini e le donne in egual misura. Questi movimenti si rivelarono cruciali per una Chiesa in declino all’inizio dell’era moderna. Dal XVIII secolo in poi, soprattutto grazie alla possibilità per le religiose di uscire finalmente dal convento per aiutare le persone nella società, gli ordini religiosi contribuirono a realizzare istituzioni sociali e progetti ambientali più importanti di qualsiasi altro gruppo sociale.
Questa storia della rilevanza degli ordini religiosi, certamente molto semplificata, si complica quando subentra l’abuso di potere. I membri al vertice degli ordini religiosi erano, in alcuni casi, non meno corrotti dei loro omologhi diocesani. La storia della Chiesa e dei suoi ordini religiosi rivela che ovunque l’autorità si confonda con il potere, il controllo delle coscienze o la ricchezza, il risultato è tragico nel migliore dei casi e orribile nel peggiore. Un esempio classico è la crisi degli abusi sessuali che ha travolto la Chiesa negli ultimi due decenni, una crisi che ha molto più a che fare con il potere che con la sessualità in sé.
Vita religiosa e Giubileo
«Lo strano fascino» del sangue, della schiuma e della polvere dei carri – per tornare alla poesia di Levertov – fa parte della «memoria pericolosa» della Chiesa. Abbiamo bisogno di questa «memoria pericolosa» per riportare alla luce un Giubileo che guarisca la Chiesa e, attraverso di essa, la società in generale. Luca vide chiaramente che la proclamazione profetica di Gesù sul sabato/giubileo richiedeva un tempo per l’autocritica, una “santa pausa” che portasse a un riallineamento delle priorità e a una rivalutazione onesta della memoria storica. Qui sta la nostra speranza escatologica.
Il filosofo ebreo Elie Wiesel ha parlato dell’importanza della memoria nella sua conferenza per il Premio Nobel nel 1986: «Senza memoria, la nostra esistenza sarebbe sterile e opaca, come una cella di prigione in cui non penetra la luce; come una tomba che rifiuta i vivi… Per me, la speranza senza memoria è come la memoria senza speranza… Il contrario del passato non è il futuro, ma l’assenza di futuro; il contrario del futuro non è il passato, ma l’assenza di passato. La perdita dell’uno equivale al sacrificio dell’altro… Il richiamo della memoria, l’invito alla memoria, ci giunge fin dagli albori della storia».
Non c’è speranza senza memoria. Non si tratta di un ricordo romantico di battaglie gloriose o di angeli barocchi che suonano le loro trombe in absidi dorate. La vita religiosa, in particolare, può camminare nella speranza solo se è intrisa del ricordo autentico e critico delle basi su cui è stata fondata, basi che spesso sono nate in contrasto con le istituzioni gerarchiche ecclesiali, rifiutando i carri e scegliendo i sandali.
Bernardo di Chiaravalle criticò le dotazioni dei monasteri ai bambini. Ildegarda di Bingen eliminò il dominio maschile dall’amministrazione del suo monastero. Francesco d’Assisi denunciò i legami del clero con l’aristocrazia e la ricchezza. Teresa d’Ávila scrisse coraggiosamente anche se apparteneva a una famiglia di ebrei convertiti. Nano Nagle creò un sistema scolastico per tutti i bambini, comprese le ragazze indigene che non erano sostenute dalle parrocchie, spesso concentrate solo sui parrocchiani di origine europea.
Mary Elizabeth Lange, di origini haitiane, affrontò una opposizione ecclesiastica apparentemente insormontabile alla sua visione di un ordine religioso che testimoniasse la piena umanità dei neri. Mary Baptist Russell costruì un sistema ospedaliero durante la corsa all’oro di San Francisco che salvò dalla morte migliaia di immigrati di ogni etnia e credo religioso.
Tutte queste fondatrici hanno testimoniato il vero significato del giubileo, rispondendo alle necessità urgenti degli emarginati, come proclamato da Gesù.
Oggi, varie congregazioni religiose operano ancora ai margini del mondo. Spesso «percorrono lunghe distanze» con sandali da pellegrini per creare percorsi nel mondo per persone che hanno un disperato bisogno di sostegno sociale e spirituale. Il patrimonio di memoria storica e le tradizioni delle istituzioni di vita religiosa si oppongono e denunciano la commistione tra potere statale e potere ecclesiale.
Quando scelgono i sandali, i credenti cristiani (soprattutto i religiosi che hanno preso i voti) diventano veramente pellegrini nella speranza. Protestano contro il modo in cui il potere e la ricchezza hanno devastato la terra, inquinando l’acqua e l’aria. Sono solidali con i migranti e i rifugiati che hanno bisogno di assistenza legale e offrono sostegno spirituale a coloro che hanno bisogno di cibo e di un posto dove vivere, in cui i loro figli possano crescere. La speranza risplende ogni volta che ci troviamo proprio in quei luoghi che, dal punto di vista della ricchezza e del potere, sembrano essere i “rifiuti” lasciati dopo lo sfruttamento delle risorse naturali, compreso lo sfruttamento degli esseri umani. Come dice Abraham Heschel, la speranza e l’amore non possono essere presi, si ricevono solo donandoli. La speranza non può nascere quando il potere e la ricchezza controllano tutto ciò che accade attraverso algoritmi.
Quando la mia piccola comunità nel Mission District di San Francisco prega, troppo spesso sentiamo spari appena fuori dalle nostre mura. Vivendo tra i poveri delle città, preghiamo per avere il coraggio dei sandali dei pellegrini. Quando contrastiamo la paura e la violenza nel nostro quartiere creando una comunità, lo facciamo con umili sandali da pellegrini. Quale altra possibilità abbiamo? E quando educhiamo gli immigrati affinché diventino protagonisti della propria vita, sono i sandali dei pellegrini a sostenerci.
Umile e pericoloso
Che bella tradizione quella di celebrare un Giubileo ogni venticinque anni. Ma come può questo Giubileo permetterci, nel nome di Gesù, di proclamare profeticamente un anno di grazia per il mondo intero? Ricordando i calcoli politici di Bonifacio III, ci si potrebbe chiedere in che modo il Giubileo del 2025 rifletta non interessi egoistici ma, secondo le parole della studiosa dell’Antico Testamento Helen Graham, lo spirito che si trova nel vangelo di Luca della «giustizia interumana»?
Un’altra domanda: come possiamo essere più inclusivi nella nostra celebrazione del Giubileo? Le istruzioni per i pellegrini del Giubileo di quest’anno sono state fornite in polacco, italiano, spagnolo, francese e inglese, ma non in tedesco (cosa che ha attirato la mia attenzione in quanto suora missionaria tedesca negli Stati Uniti) né in swahili, zulu, vietnamita, coreano, cinese o qualsiasi altra lingua africana o asiatica.
La nostra Chiesa ha urgente bisogno di un Giubileo. Il nostro mondo ha disperatamente bisogno di un Giubileo! Ogni mese per tutto il 2025, la Chiesa ha accolto a Roma un gruppo specifico di pellegrini cattolici nell’ambito del Giubileo del 2025. Ma è davvero questo l’obiettivo del Giubileo? Dividerci in gruppi omogenei? Separare rigidamente i religiosi dai sacerdoti e dai seminaristi, dagli imprenditori e gli operatori pastorali dell’evangelizzazione? Mantenere confini rigidi su chi appartiene e chi no? Non è forse vero che questa separazione favorisce una Chiesa che rafforza la propria identità in una sicurezza immutabile, invece di ascoltare realmente le voci profetiche sopra menzionate?
È possibile, in questi ultimi mesi del Giubileo del 2025, fare eco a Isaia e Gesù nella proclamazione di un sabato-giubileo “pericoloso”, cioè fragile e critico, che solleva problemi anziché dare facili soluzioni? Una tale celebrazione non dovrebbe essere né autocelebrativa né trionfante, ma autocritica e profetica, in modo da mostrare al mondo l’umiltà di cui ha così disperatamente bisogno in un mondo ubriaco di sangue e schiuma alla velocità del diavolo. Nel 2025 il mondo ha bisogno di sandali da pellegrino più che mai. Per favore, scegliamoli.
* Julia D. E. Prinz è una suora tedesca dell’ordine Verbum Dei che lavora nella zona della Baia di San Francisco e nella Valle di San Joaquin con le popolazioni migranti.
Testo originale: The Jubilee year should be dangerous

