L’arcivescovo Gambelli alla veglia di Firenze: “La notte finisce quando riconosciamo l’altro come fratello”
Intervento di mons. Gherardo Gambelli, Arcivescovo della Diocesi di Firenze, tenuto il 21 maggio 2026 alla Veglia diocesana di preghiera per il superamento dell’omotransbifobia nella parrocchia Maria Ausiliatrice di Firenze, organizzata dalla Pastorale di inclusione della Pastorale familiare diocesana con la collaborazione del gruppo Kairós – cristiani LGBTQ+ e loro genitori di Firenze.
“Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe, che ti ha plasmato, o Israele: ‘Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Se dovrai attraversare le acque, sarò con te; i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare, poiché io sono il Signore, tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo salvatore. Io do l’Egitto come prezzo per il tuo riscatto, l’Etiopia e Seba al tuo posto. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo, do uomini al tuo posto e nazioni in cambio della tua vita’” (Isaia 43,1-4)
Sono parole molto belle quelle che abbiamo appena ascoltato, tratte dalla seconda parte del libro di Isaia, noto come “libro della consolazione”. Parole rivolte da Dio al suo popolo in un tempo drammatico e buio. Israele è in esilio, affranto e abbattuto non soltanto perché deportato in terra straniera, ma ancor più per il sentirsi, in quella situazione, respinto e abbandonato da Dio.
Nel buio di questa crisi le parole del profeta, rivolte al popolo come a ciascuno di noi questa sera, aprono uno squarcio di luce: “Non temere, perché io sono con te” (Is 43,5).
“Io sono” o meglio “Io ci sono”, è il nome stesso di Dio fin dal libro dell’Esodo. Un nome che dice prossimità, cura, presenza incrollabile e fedele al nostro fianco.
Non può abbandonare nessuno il Dio creatore di tutti: quel Dio che un giorno, chiamandoci alla vita, ha detto “voglio che tu esista: sì, proprio tu, con le tue doti e i tuoi limiti, con la tua identità meravigliosa e fragile ad un tempo, con l’unicità racchiusa in quel nome che io solo conosco fino in fondo”. Non può abbandonare nessuno il Dio dell’alleanza, che benedice ogni esistenza, che desidera per tutti pienezza di vita; Lui, che per tutti, senza eccezioni, ha dato la vita e che oggi continua a ripetere: “Sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo”.
Se stasera siamo qui, anche su invito del Sinodo delle chiese italiane da poco concluso, è per lasciare che questa parola d’amore non soltanto ci consoli ma continui a plasmare e a convertire la nostra vita e la vita delle nostre comunità, rendendoci sempre più a sua immagine e somiglianza.
Siamo qui a chiedere a Dio il dono di occhi simili ai suoi, in grado di riconoscere la dignità e la bellezza di ogni volto; orecchie attente, capaci di ascolto profondo del vissuto di ciascuno; una bocca da cui escano non giudizi sferzanti ma parole buone, che benedicono ed incoraggiano invece di ferire; un cuore pronto a gioire con chi gioisce e a piangere con chi piange.
In questo spirito di comunione profonda vogliamo ricordare nella preghiera nomi e volti di persone, in particolare omosessuali e transgender, che nella società, ma anche nelle nostre famiglie e comunità cristiane, hanno sofferto e purtroppo talvolta ancora soffrono a causa di pregiudizi, ignoranza, dinamiche di emarginazione, quando non addirittura di esclusione e violenza: tutte logiche inconciliabili con la prospettiva evangelica.
Quest’ultima è invece ben richiamata dalla conclusione del brano di Isaia che abbiamo letto: “Dirò al settentrione: ‘Restituisci’, e al mezzogiorno: ‘Non trattenere; fa’ tornare i miei figli da lontano e le mie figlie dall’estremità della terra’”.
Parole capaci di comunicare il desiderio profondo del cuore di Dio che, come il padre misericordioso della parabola di Lc 15, muore di nostalgia per ogni figlio lontano e non può incominciare a far festa finché tutti non abbiano ritrovato la gioia del sentirsi a casa.
Questa è la nostalgia che anche noi, come chiesa, portiamo nel cuore: essere casa davvero per tutti.
Invochiamo allora lo Spirito Santo, che domenica celebreremo nella festa della Pentecoste. Spirito capace di trasformare ogni morte in vita, ogni dolore in gioia, ogni esilio in cammino di ritorno. Spirito che scende sugli apostoli come fuoco che non distrugge ma infiamma i cuori, donando il coraggio di spingere lo sguardo al di là di sé e della propria cerchia, di superare muri e aprire porte, perché la comunione della famiglia di Dio finalmente non conosca confini.
Un giorno un rabbino domandò ai suoi studenti: “Come si fa a dire che la notte è finita e il giorno sta ritornando?”. Uno studente suggerì: “Quando si può vedere chiaramente che l’animale a una certa distanza è un leone e non un leopardo”. “No”, disse il rabbino. Un altro disse: “Quando si può dire che un albero produce fichi e non pesche?”.
“No”, disse il rabbino. “È quando si può guardare il volto di un altro e vedere che quella donna, quell’uomo, è tua sorella o tuo fratello. Poiché fino a quando non siete in grado di fare questo, non importa che ora del giorno sia, è ancora notte”.
Che anche il vegliare di questa sera contribuisca, Signore, a porre fine alla notte e ad affrettare l’alba di un mondo nuovo!

