“Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11, 44). Uscire dal sepolcro per tornare alla vita
Articolo di Gary Simpson* pubblicato sul sito Whosoever (Stati Uniti) il 1 settembre 2007. Liberamente tradotto dai volontari del Progetto Gionata
Il Vangelo di Giovanni (Giovanni 11,32-45) ci racconta uno dei momenti più intensi della vita di Gesù: la morte e la risurrezione di Lazzaro. Gesù, quando riceve la notizia della malattia dell’amico, non si affretta subito a raggiungerlo, ma attende. Quando arriva, Lazzaro è già morto da quattro giorni.
Maria, appena vede Gesù, gli cade ai piedi e gli dice: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». È un grido che nasce dal dolore… ma anche da una fede ferita.
Gesù, vedendo lei piangere e insieme a lei anche gli altri, si commuove profondamente. È turbato. Domanda: «Dove lo avete posto?». E poi accade qualcosa di straordinario nella sua semplicità: Gesù piange.
Quelle lacrime dicono tutto. Dicono l’amore. Dicono la partecipazione. Dicono che Dio non resta distante dal dolore umano.
Molte persone LGBTQ+ (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) si ritrovano in quel grido di Maria: «Signore, se tu fossi stato con me, questo non sarebbe accaduto. Non sarei nato così». È una domanda che nasce da anni di solitudine, di paura, di incomprensione.
E la risposta di Gesù non è una spiegazione. È la stessa di allora: si commuove, si lascia toccare, condivide il dolore. Gesù non condanna. Gesù piange con noi.
Nel racconto evangelico, anche il tempo ha un significato. Gesù sceglie quando intervenire. Lazzaro torna alla vita nel momento giusto. Questo ci dice qualcosa di importante anche per il cammino personale di ciascuno: ci sono tempi che non si possono forzare.
Uscire allo scoperto, dire la verità su di sé, fare coming out… è qualcosa di profondamente personale. Non può essere imposto. Va fatto quando è possibile, quando è sicuro, quando la vita può davvero essere custodita.
Il Pride, in questa prospettiva, non è solo una celebrazione. È un segno. È il momento in cui si afferma con forza: “La tua vita ha valore. La tua verità merita di essere detta. Tu sei parte di questa storia”.
È anche un invito più ampio. Non riguarda solo le persone LGBTQ+. Tutti, in qualche modo, conosciamo dei “luoghi chiusi” dentro di noi. Spazi nascosti fatti di vergogna, paura, ferite, segreti.
Molte persone vivono per anni dentro questi “armadi interiori”: persone segnate da malattie, da dipendenze, da storie familiari difficili, da violenze subite, da cambiamenti che non riescono a raccontare. Spesso si impara a sopravvivere nascondendo parti di sé.
Ma questo ha un costo. Un costo emotivo altissimo.
Come ricorda David Scasta, docente di psichiatria, «le persone che riescono ad accettare e dichiarare la propria identità tendono a essere più felici, più sane e più capaci di costruire relazioni» (David Scasta, “Issues in Helping People Come Out”, Journal of Gay and Lesbian Psychotherapy, vol. 2, n. 4, p. 87).
Nel racconto evangelico, Lazzaro è chiuso nel sepolcro. È il luogo più definitivo, più sigillato. Eppure è proprio lì che arriva la voce di Gesù: «Lazzaro, vieni fuori!». È una chiamata alla vita.
Anche oggi, quella voce raggiunge ciascuno di noi. Raggiunge i nostri nascondigli, i nostri silenzi, le nostre paure. E non ci chiama a essere diversi… ci chiama a essere vivi.
Uscire dal proprio “sepolcro” non significa che tutto si risolve immediatamente. Lazzaro esce ancora avvolto nelle bende. Ha bisogno degli altri perché lo liberino. «Slegatelo e lasciatelo andare», dice Gesù.
C’è bisogno di comunità. Di relazioni. Di persone che aiutino a sciogliere quei legami che tengono ancora prigionieri.
Quando una persona trova il coraggio di uscire allo scoperto, le reazioni intorno possono essere diverse: qualcuno ha paura, qualcuno si oppone, qualcuno accoglie. Ma accade anche qualcosa di nuovo: si scopre di non essere soli.
Ci sono altre persone che hanno fatto lo stesso cammino. Che conoscono quella strada. Che sanno cosa significa. E che possono abbracciare, sostenere, incoraggiare.
Piano piano, la vergogna lascia spazio alla dignità. Lo sguardo cambia. Ci si accorge che non c’era nulla di cui vergognarsi.
E allora si può fare un’esperienza profonda: sentirsi immersi nell’amore di Dio. Un amore che non esclude, non seleziona, non misura. Un amore che dice, ancora oggi: «Tu sei mio figlio amato, tu sei mia figlia amata».
Nel Vangelo si racconta che, dopo il battesimo di Gesù, si udì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento» (Matteo 3,16-17). È una parola che non riguarda solo Gesù. È una parola che continua a risuonare per ciascuno.
Le ferite non scompaiono magicamente. Ma possono trasformarsi. Possono diventare luoghi da cui passa la luce. Luoghi in cui si riconosce la presenza del Cristo crocifisso e risorto.
E allora la vita cambia… non tutta insieme, ma passo dopo passo. Una vita che diventa più vera, più libera, più luminosa. La sfida, alla fine, è questa: vivere in modo aperto, trasparente, autentico. Non per esibirsi, ma perché la luce che ci abita possa emergere.
Quando questo accade, qualcosa cambia anche intorno a noi. Non tutto, non subito… ma cambia. Una vita alla volta.
* Gary Simpson è counselor, educatore e formatore, membro della Canadian Counseling and Psychotherapy Association. Ha lavorato a lungo nell’ambito educativo e pastorale, occupandosi in particolare di identità cristiana delle persone LGBTQ+, prevenzione del bullismo e accompagnamento spirituale di giovani e adulti.
Testo originale: Lazarus in the Pride Parade

