Le 10 ragioni per cui è importante includere le persone LGBTQ+ nelle nostre chiese
Riflessioni di David P. Gushee pubblicate nel 2021. Liberamente tradotte dai volontari del Progetto Gionata
David P. Gushee è uno dei più conosciuti studiosi statunitensi di etica cristiana provenienti dal mondo evangelico. Dopo molti anni trascorsi all’interno della tradizione battista ed evangelica, nel 2014 si è pronunciato a favore dell’inclusione delle persone LGBTQ+ nelle chiese.
Come molti cristiani evangelici, considerava l’eterosessualità la norma stabilita dalla creazione e pensava che l’insegnamento cristiano tradizionale sulle persone LGBTQ+ fosse sostanzialmente corretto. In queste pagine racconta le dieci ragioni che lo hanno portato a cambiare idea: l’incontro con i cristiani LGBTQ+, una rilettura della Bibbia e, soprattutto, la convinzione che dignità, giustizia, amore e inclusione appartengano al cuore stesso del Vangelo.
In ogni società c’è chi ha il potere di dare un nome alla realtà e di definirla: stabilire che cosa è reale, come è fatto il mondo, quale storia ne spiega le origini e quale posto ciascuno dovrebbe occupare al suo interno. Nel cristianesimo questo potere è legato soprattutto alla Bibbia e alla Chiesa, ed è esercitato dai responsabili ecclesiali e dalle diverse tradizioni di fede, spesso molto gelosi della propria capacità di definire ciò che è vero e ciò che non lo è.
Ancora oggi, nella maggior parte delle chiese, la realtà viene interpretata in modo tale che la stessa esistenza delle persone LGBTQ+ finisca per essere considerata un problema. Le persone LGBTQ+ costituiscono una minoranza per orientamento sessuale e identità di genere presente all’interno dell’intera famiglia umana, nonostante tutti i tentativi culturali — compresi quelli religiosi — di cancellarne l’esistenza o di ricondurle alle norme dominanti sulla sessualità e sul genere. Oggi considero la loro condizione, sotto molti aspetti, simile a quella di altre minoranze che hanno subito oppressione da parte delle strutture di potere della società e della Chiesa, compreso proprio quel potere di definire e interpretare la realtà.
Nel 2014 il mio modo di vedere le cose è profondamente cambiato. Sono arrivato alla convinzione che la chiamata morale che Dio rivolge ai cristiani sia quella di includere le persone LGBTQ+ alle stesse condizioni di qualsiasi altra persona. Per comprendere come sia arrivato fin qui, bisogna sapere qualcosa della mia storia. Sono cresciuto cattolico romano e, durante gli anni delle scuole superiori, ho vissuto un’esperienza di conversione evangelica. In seguito sono diventato ministro della Southern Baptist Convention, la grande denominazione battista del Sud degli Stati Uniti.
Quando i battisti del Sud presero una direzione sempre più conservatrice, mi allontanai da loro. Eppure continuo a portare dentro di me molto della tradizione battista ed evangelica, anche se, dopo aver cambiato posizione sull’inclusione delle persone LGBTQ+, mi sono ritrovato in una sorta di esilio rispetto al mondo evangelico. Ho raccontato più diffusamente questa vicenda nel mio libro Still Christian: Following Jesus Out of American Evangelicalism (2017).
Da oltre venticinque anni insegno etica cristiana e, inevitabilmente, uno dei temi con cui mi sono dovuto confrontare è la sessualità. Eppure non penso che questa discussione riguardi innanzitutto un cambiamento dell’etica sessuale. Il nucleo della mia visione è rimasto lo stesso: credo in una relazione fondata sull’alleanza, monogama, fedele e pensata per durare tutta la vita. Ciò che è cambiato è il cerchio delle persone che considero chiamate a vivere questa stessa etica.
Per me l’inclusione delle persone LGBTQ+ riguarda dunque la possibilità di partecipare pienamente alla comunità cristiana e di essere comprese, senza eccezioni, nell’annuncio dell’amore di Dio per l’umanità manifestato in Gesù Cristo. Non è soltanto una questione di etica sessuale. È una questione di dignità umana.
Sono arrivato inoltre alla convinzione che tutte le formule intermedie — come “accogliere ma non approvare” o “amare il peccatore ma odiare il peccato” — possano essere, nel migliore dei casi, soltanto delle tappe di passaggio. Alla fine, infatti, non permettono alle persone LGBTQ+ di essere pienamente parte della comunità cristiana alle stesse condizioni degli altri e continuano a produrre ferite spirituali, psicologiche, familiari ed ecclesiali. Possiamo comprenderne davvero le conseguenze soltanto ascoltando le persone LGBTQ+ credenti. Per molto tempo le loro voci sono rimaste ai margini; oggi, finalmente, cominciano a essere ascoltate.
Queste sono le dieci ragioni principali che mi hanno portato a cambiare idea. Ne parlo più approfonditamente nel mio libro Changing Our Mind. A ciascuna ragione affiancherò anche un testo biblico che, a mio giudizio, illumina direttamente il tema dell’inclusione. Spero che queste riflessioni possano aiutare i cristiani evangelici, e più in generale i cristiani delle diverse tradizioni, a interrogarsi nuovamente su questo tema.
1. Ho conosciuto e imparato ad amare cristiani LGBTQ+
Ho conosciuto personalmente cristiani LGBTQ+ e ho cominciato a capire ciò che molti di loro avevano vissuto: persone costrette a nascondersi, ferite, allontanate dalle proprie comunità, molto diverse tra loro e spesso straordinarie, che continuavano ad amare Gesù nonostante una Chiesa che non sempre aveva saputo amarle.
Matteo 23,13: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché chiudete davanti alla gente il regno dei cieli; infatti non entrate voi, e non lasciate entrare quelli che vogliono entrare».
I cristiani LGBTQ+ sono presenti in moltissime comunità cristiane, ma spesso vengono spinti fuori da esse. Ancora più dolorosamente, alcuni vengono rifiutati dalle proprie famiglie cristiane. Per molto tempo questo mondo mi era rimasto sconosciuto. Ora queste persone sono mie sorelle e miei fratelli.
Oggi vedo i cristiani LGBTQ+ come uno dei gruppi che più hanno sperimentato l’esclusione all’interno delle chiese. Non si può capire il mio cambiamento senza considerare le persone che ho incontrato. Ho conosciuto uomini e donne che desideravano semplicemente trovare posto nella Chiesa e nel regno di Dio, e che invece si sono trovati davanti cristiani animati magari da buone intenzioni, ma spesso inconsapevoli delle ferite che stavano provocando.
2. Mi sono ricordato che cosa significa davvero, per me, il Vangelo
Giovanni 3,16: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna».
Tornando a studiare questa realtà e rileggendo testi che sono stati fondamentali nella mia stessa esperienza di fede, come Giovanni 3,16, sono arrivato alla conclusione che una parte del cristianesimo tradizionalista si sia comportata come se nel mondo amato da Dio non fossero comprese anche le minoranze sessuali e di genere. Alcuni hanno accusato quanti si impegnano per la piena inclusione delle persone LGBTQ+ di compromettere il Vangelo. Io sono arrivato alla convinzione opposta. Dire che ogni essere umano è amato da Dio in Gesù Cristo è precisamente il cuore del Vangelo. E oggi credo che stare dalla parte dei miei amici che sono stati esclusi significhi vivere questa convinzione in maniera più coerente.
3. Ho preso sul serio la distanza crescente tra l’accettazione sociale delle persone LGBTQ+ e l’intransigenza di molte chiese
Mi sono interrogato sulla crescente distanza tra i passi avanti compiuti dalla società nel riconoscere la dignità delle persone LGBTQ+ e la rigidità con cui molte realtà cristiane continuavano a opporsi alla loro piena inclusione. E sono arrivato alla conclusione che, almeno su questo punto, la società stesse comprendendo qualcosa che molte chiese faticavano ancora a vedere.
Luca 15,1-2: «Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”».
Mi colpiva vedere come il movimento culturale verso il pieno riconoscimento della dignità delle persone LGBTQ+ sembrasse, per certi aspetti, più vicino al Vangelo di ciò che i custodi del Vangelo dicevano ai propri fedeli gay e lesbiche. Pensavo al modo in cui Gesù incontrava le persone, riconoscendone la dignità e accogliendole con un amore capace di superare i confini. E pensavo anche a quanto proprio questo atteggiamento lo avesse messo in conflitto con i custodi dell’ortodossia religiosa del suo tempo. Perché così spesso chi non si definisce cristiano sembra comprendere l’amore inclusivo di Gesù meglio di quanti affermano di seguirlo?
4. Ho smesso di vedere l’accettazione delle persone LGBTQ+ come un segno di apostasia o di decadenza
A un certo punto ho smesso di leggere l’accettazione delle persone LGBTQ+ come parte di una storia di apostasia o di declino della società. Ho cominciato invece a leggerla come parte di un’altra storia: quella di una partecipazione sempre più ampia delle persone alla comunità modellata dal Vangelo.
Atti 10,28: «Voi sapete che a un Giudeo non è lecito avere contatti o recarsi da stranieri; ma Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun essere umano».
La prima comunità cristiana, nata all’interno del giudaismo, vide sconvolta la propria comprensione di Dio e della Legge quando si accorse di ciò che Dio stava facendo tra i pagani. Qui troviamo un esempio di come lo Spirito Santo possa aprire una strada inattesa: quella della piena partecipazione al Vangelo di persone che fino a quel momento erano state considerate estranee. Gran parte del Nuovo Testamento testimonia proprio lo sforzo teologico ed esegetico necessario per confrontarsi con questa novità sorprendente: il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe stava accogliendo anche i pagani. Pietro lo esprime con particolare forza in Atti 10,28: tutti “sappiamo” ciò che è permesso e ciò che non lo è, ma Dio ci ha mostrato qualcosa di nuovo. Credo che oggi stia accadendo qualcosa di simile.
5. Ho riconosciuto la mia responsabilità nell’aver sostenuto un insegnamento che ha ferito le persone LGBTQ+
Giovanni 10,11-12: «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario […] vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde».
Mi sono reso conto che non bastava essere un tradizionalista educato e rispettoso. Nella situazione che avevo davanti era necessaria una solidarietà piena, anche se questo avrebbe avuto un prezzo. Ho provato dolore e pentimento pensando alle volte in cui, in passato, non ero stato capace di questa solidarietà. Come studioso di etica cristiana avevo una responsabilità pubblica, e non sempre l’avevo esercitata nel modo giusto. Come pastore, non mi ero preso cura di tutte le pecore del mio gregge. È proprio ciò che molti cristiani LGBTQ+ hanno sperimentato: i loro pastori non hanno saputo, o non hanno voluto, essere davvero anche i loro pastori.
6. Ho riletto i cosiddetti “sei grandi testi” biblici utilizzati contro le persone LGBTQ+
Ho ripreso in mano i cosiddetti Big Six, i “sei grandi passi” che, secondo una lettura molto diffusa, stabilirebbero una normatività eterosessuale assoluta, una rigida divisione maschio/femmina e la condanna di qualsiasi deviazione da questo schema. Alla fine mi sono reso conto che il peso maggiore della discussione ricade soprattutto su due testi — Genesi 1-2 e Romani 1 — e su un grande tema: l’ordine della creazione voluto da Dio.
Dopo essermi a lungo confrontato con questi testi, sono arrivato alla conclusione che il modello della creazione descritto in Genesi 1-2 rappresenti certamente la realtà vissuta dalla maggioranza delle persone, ma non necessariamente la totalità dell’esperienza umana. Anche gli altri passi abitualmente citati presentano difficoltà proprie. Il racconto di Sodoma e Gomorra in Genesi 19 non parla di relazioni d’amore tra persone dello stesso sesso. Le condanne a morte contenute in Levitico 18 e 20 appartengono a un sistema di prescrizioni che comprende molte altre pene che oggi i cristiani non applicano. Ed è molto difficile stabilire con certezza a chi si riferiscano esattamente alcuni termini presenti nella breve lista di vizi di 1 Corinzi 6,9.
Alla fine, i testi davvero centrali restano soprattutto Genesi 1-2 e Romani 1. Entrambi sembrano presentare l’unione tra uomo e donna come parte del disegno della creazione, mentre Romani 1 sembra descrivere alcuni comportamenti sessuali tra persone dello stesso sesso come una ribellione a quel disegno. Ma questi testi devono essere messi in dialogo con ciò che oggi conosciamo della diversità sessuale e di genere attraverso la ricerca scientifica, l’esperienza della vita e le relazioni concrete con le persone. Dobbiamo imparare a tenere insieme esperienza umana, narrazione biblica e conoscenza scientifica per poter rispondere alla realtà così come realmente si presenta davanti a noi.
Se leggiamo il racconto della creazione alla luce del mondo che conosciamo, possiamo continuare a riconoscere molte verità fondamentali: l’essere creati a immagine di Dio, la relazionalità, l’interdipendenza, la sessualità, il valore del corpo e il diventare “una sola carne” come costruzione di un legame profondo e di una nuova forma di parentela. Sono intuizioni preziose. E sono convinto che possano riguardare anche le relazioni tra persone dello stesso sesso.
7. Mi sono ricordato quante volte la Chiesa ha interpretato male il racconto della creazione
La storia cristiana offre molti esempi di interpretazioni della creazione che oggi riconosciamo come troppo rigide, letterali o condizionate dai pregiudizi del tempo. Si è sostenuto che la Terra avesse soltanto seimila anni; che l’evoluzione fosse incompatibile con la fede; che la Terra dovesse essere al centro dell’universo; che le donne dovessero essere subordinate agli uomini perché Adamo era stato creato per primo; oppure che gli esseri umani potessero dominare senza limiti la Terra e le altre creature sulla base del mandato contenuto in Genesi 1. E dalla Genesi sono state ricavate interpretazioni ancora più gravi, come il mito della “maledizione di Cam” di Genesi 9, utilizzato per secoli da cristiani bianchi per giustificare il razzismo.
Mi sono allora chiesto: se molti cristiani hanno saputo rivedere queste interpretazioni della Genesi senza abbandonare la fede nella creazione, perché non potrebbe accadere qualcosa di simile anche riguardo alla realtà delle persone LGBTQ+? Sono arrivato così a credere che la realtà LGBTQ+ possa trovare posto all’interno di una teologia cristiana della creazione.
8. Ho cominciato a leggere Genesi 1-3 come un’unica storia
Ho iniziato a considerare insieme Genesi 1, 2 e 3. Il racconto del peccato e delle sue conseguenze sulla prima relazione umana mi è apparso allora come una storia che riguarda tutti noi: la difficoltà, comune a ogni essere umano, di costruire relazioni fedeli, feconde e capaci di durare. Leggere Genesi 1-3 come un’unica narrazione ha spostato la mia attenzione. Ho smesso di concentrarmi soprattutto sulla domanda del perché alcune persone non rientrino perfettamente nello schema maschio/femmina o uomo + donna presente nei primi capitoli della Genesi. Ho cominciato invece a guardare alla questione umana più ampia: la nostra sessualità e la nostra capacità di amare sono buone, ma vengono vissute da persone fragili all’interno di un mondo imperfetto. Genesi 3 è anche una storia di relazioni che si feriscono e si spezzano.
A quel punto ho capito che la mia etica sessuale non stava realmente cambiando. Si stava allargando. Continuavo a credere in una visione rigorosa della relazione come alleanza fedele e duratura. Ma cominciavo a comprendere che anche le persone LGBTQ+ potevano essere pienamente chiamate a viverla. Tutti noi, insieme alla persona che può davvero essere nostra compagna o nostro compagno, dobbiamo affrontare la stessa sfida: costruire e custodire relazioni capaci di dare forma e stabilità alla nostra vita.
Questo mi riporta alle parole di Gesù in Matteo 19,6: «Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Una norma fondata sull’alleanza mi sembra molto più feconda di una norma fondata semplicemente sulla divisione binaria dei generi. Perché tutti possono essere chiamati a vivere una relazione fondata sull’alleanza.
9. Uno studio più approfondito di Romani 1 ha cambiato il mio modo di leggere Paolo
Lo studio di diverse interpretazioni di Romani 1 mi ha portato a vedere questo testo in modo differente. Paolo condanna qui atti sessuali tra uomini — e forse anche tra donne — ma lo fa all’interno di una strategia retorica molto più ampia, il cui vero centro non è la sessualità. Il suo scopo è demolire l’orgoglio dei diversi gruppi presenti nelle comunità cristiane di Roma, profondamente divise tra giudei e pagani, e mostrare contemporaneamente la corruzione morale che caratterizzava alcuni ambienti dell’Impero romano.
Romani 1,21-23: «Pur avendo conosciuto Dio, non lo glorificarono né lo ringraziarono come Dio, ma si persero nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si ottenebrò. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno scambiato la gloria del Dio immortale con immagini rappresentanti esseri umani mortali, uccelli e altri animali».
Mi ha convinto in particolare l’interpretazione proposta da Robert Jewett nel suo ampio commentario alla Lettera ai Romani. Secondo Jewett, Paolo cerca di ricomporre una comunità cristiana romana attraversata da profonde tensioni tra credenti provenienti dal giudaismo e credenti provenienti dal mondo pagano. Romani 1-3 vuole mostrare che nessun gruppo può considerarsi moralmente superiore agli altri. Tutti hanno bisogno della salvezza in Cristo. Romani 1 descrive con grande forza i peccati attribuiti ai pagani, con diversi riferimenti che possono far pensare alla stessa Roma e alla corte imperiale. Romani 2 si rivolge invece a chi giudica gli altri, denunciando il rischio dell’ipocrisia. Romani 3 conduce infine tutti, senza distinzioni, ai piedi della croce.
Leggere Romani 1 sullo sfondo delle pratiche sessuali legate alle corti di imperatori come Caligola e Nerone, e tenere conto della possibilità che alcuni cristiani romani — spesso schiavi, ex schiavi o persone degli strati sociali più poveri — avessero subito abusi sessuali da parte di uomini socialmente più potenti, mi ha aiutato a vedere quanto il testo di Paolo fosse comprensibile all’interno di quel mondo. Molto più difficile è considerarlo automaticamente applicabile al caso di un ragazzo credente di quattordici anni che oggi scopre di essere gay.
10. Ho capito che i grandi temi dell’etica cristiana conducono alla piena inclusione dei cristiani LGBTQ+
Alla fine sono arrivato a vedere che i temi fondamentali dell’etica cristiana, così come io stesso li avevo sempre compresi, mi conducevano verso la piena accettazione e inclusione dei cristiani LGBTQ+.
Matteo 7,12: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro».
Il Regno di Dio che si apre sempre più, la giustizia per gli oppressi, l’amore del prossimo come se stessi, la Regola d’oro, la solidarietà con chi vive ai margini e la compassione verso chi soffre appartengono tutti al cuore della tradizione cristiana. La Regola d’oro, in particolare, continua a parlare con straordinaria chiarezza anche in questa situazione. Il fatto che la maggioranza cisgender ed eterosessuale abbia impiegato così tanto tempo anche soltanto per ascoltare il grido delle minoranze sessuali e di genere rappresenta un profondo fallimento nell’applicazione di quella regola.
Viviamo un momento di transizione e di forte conflitto morale. La società continua a cambiare. Alcuni cristiani rimangono fermi sulle proprie posizioni, altri sono combattuti, mentre cresce anche il numero di coloro che si muovono verso una piena e inequivocabile accettazione e uguaglianza. Credo che, tra non molto, guarderemo a questa controversia come a qualcosa che appartiene al passato. Per ora, però, il conflitto resta intenso, inevitabile e doloroso. In mezzo a questo conflitto, io scelgo di stare accanto al numero crescente di cristiani che esprimono solidarietà alle sorelle e ai fratelli LGBTQ+ nella fede.
«Nel nome della fede e della ragione, della giustizia e dell’amore, vi chiedo di unirvi a noi».
Riferimenti bibliografici:
- David P. Gushee, Changing Our Mind: Definitive 3rd Edition of the Landmark Call for Inclusion of LGBTQ Christians with Response to Critics, David Crumm Media, 2017.
- David P. Gushee, Still Christian: Following Jesus Out of American Evangelicalism, Westminster John Knox Press, Louisville, 2017.
- Robert Jewett, con Roy D. Kotansky, a cura di Eldon Jay Epp, Romans: A Commentary, collana Hermeneia, Fortress Press, Minneapolis, 2007.
Testo originale: David Gushee’s Top 10 Reasons I Changed My Mind on LGBTQ Inclusion (file pdf)

