Le chiese hanno accumulato molte colpe con le persone queer
Riflessioni di Christian Höller* pubblicate su Evangelisch.de (Germania) il 29 ottobre 2025. Liberamente tradotte dai volontari del Progetto Gionata
Le chiese evangeliche – come altre chiese cristiane e comunità religiose – hanno accumulato molte colpe nel modo in cui hanno trattato le persone queer. Qui non c’è nulla da aggiungere, nulla da attenuare, nulla da rendere più accettabile. Le responsabilità sono reali, profonde, e hanno segnato delle vite. Proprio per questo ho accolto con gratitudine la decisione della Chiesa evangelica in Assia e Nassau (Germania) di celebrare, in occasione del Buß- und Bettag del 19 novembre 2025, a Darmstadt, un culto centrale dedicato al riconoscimento delle colpe verso le persone queer.
Il culto portava un titolo che parlava da sé: “Nell’arcobaleno di Dio – ricordare, confessare, celebrare”. L’invito era stato promosso dalla direzione della Chiesa e dalla presidenza del sinodo. La celebrazione, nella Pauluskirche di Darmstadt, era stata preparata da un gruppo di pastori e volontari che lavorano con attenzione e sensibilità queer. Durante il culto, la vicepresidente della Chiesa, Ulrike Scherf, e Sonja Löytynoja, membro della presidenza sinodale, intervenivano sul contenuto del riconoscimento di colpa e sui passi futuri che la Chiesa evangelica in Assia e Nassau intendeva compiere. Un elemento decisivo era che, all’interno del culto, trovavano spazio anche le esperienze delle persone queer, finalmente ascoltate e riconosciute.
La riconciliazione non è una parola rassicurante da pronunciare nei momenti solenni. È un processo che chiede fiducia, verità, una richiesta di perdono sincera e anche forme concrete di riparazione. Ne fa parte il confronto onesto delle chiese evangeliche con le ingiustizie commesse per decenni. Per me è altrettanto essenziale che le chiese imparino a riconoscere le emozioni delle persone queer: rabbia, dolore, tristezza, vergogna. Chi ha responsabilità ecclesiali deve comprendere quanto profondamente siano state ferite tante persone queer. Si tratta di ferite esistenziali, che si sono incise nella carne e nell’anima.
Perché continuiamo a essere discriminati?
Mi ha fatto male invece sapere che, pochi giorni prima, il sinodo della Chiesa evangelica regionale del Württemberg (Germania) avesse respinto il matrimonio ecclesiastico per le coppie dello stesso sesso che si amano Al suo posto resta ora solo la possibilità di una benedizione, senza una reale parità giuridica e liturgica rispetto al matrimonio tradizionale. Questo non è giusto. Fatico a capire perché noi persone queer continuiamo a essere discriminate e perché il cammino verso il pieno riconoscimento sia ancora così lungo e accidentato.
La Chiesa evangelica in Assia e Nassau, che ha promosso il culto penitenziale per il Buß- und Bettag, aveva già approvato con ampia maggioranza, nel sinodo dell’aprile 2023, un riconoscimento ufficiale di colpa nei confronti delle persone queer. In quel dibattito mi avevano colpito profondamente le parole di Nulf Schade-James: «È stato un cammino lungo, prima di potermi sentire davvero sicuro di essere accolto come pastore allo stesso modo dei miei fratelli eterosessuali». Raccontava di come, in passato, nella Chiesa evangelica avesse chiaramente percepito che l’omosessualità veniva considerata un problema.
Il suicidio di un compagno di studi gay
«Durante un incontro della mia chiesa, un professore di teologia mi sputò addosso quando gli chiesi solidarietà», raccontò Schade-James. «Da una parte questi incontri (i Kirchentage) erano segnati da entusiasmo ed euforia, dall’altra noi gay e lesbiche sperimentavamo odio e disprezzo». Poi il ricordo più doloroso: «Penso a quel compagno di studi che, per la paura di essere smascherato come uomo gay, si è impiccato. E penso ai tanti che hanno voltato le spalle alla nostra Chiesa». Schade-James ricordò anche i nomi di pastori omosessuali che per anni non avevano potuto esercitare il loro ministero.
Anche Yvonne Fischer, durante il dibattito sinodale, raccontò la propria esperienza di esclusione. Ricordò una predica del suo pastore su Genesi 1, in cui affermava: «Uomo e donna sono immagine di Dio e per questo l’omosessualità non è conforme a Dio». Lei era seduta lì ad ascoltare e dentro di sé pensava: «Io sono sbagliata. Io sono sbagliata».
“Io sono sbagliata?”
“Io sono sbagliata?” è una frase che non appartiene solo a Yvonne Fischer. È una frase che tante persone queer hanno portato dentro di sé per anni. Non nasce dal nulla: nasce da parole ascoltate, da prediche subite, da sguardi che giudicano, da un clima che ti fa sentire fuori posto ancora prima di poter dire chi sei.
E non sono solo le chiese evangeliche ad aver accumulato colpe. Anche lo Stato e la società hanno contribuito a costruire questo senso di esclusione. La scrittrice lesbica Sara Miles lo racconta nella composizione All the Rage: il suo mondo si spezzò quando qualcuno pronunciò per la prima volta la parola “queer” e lei capiscì che quella parola la riguardava. Per lei, “queer” significava soprattutto una cosa: essere sbagliata.
Parole simili tornano anche nei testi del sociologo e scrittore francese Didier Eribon. Quel termine gli aveva fatto capire di non essere come gli altri, di non rientrare nella norma. Essere queer significava essere percepiti come strani, malati, anormali. Non sono concetti astratti: sono etichette che si attaccano addosso e che lasciano segni profondi.
Secondo Eribon, queste ferite non restano solo nella memoria, ma si imprimono nel corpo. Timidezza, paura, insicurezza, vergogna non sono semplici tratti del carattere, ma reazioni corporee prodotte dall’ostilità del mondo esterno.
Vivere sotto pressione
Per questo molte persone queer vivono sotto una pressione sociale ed emotiva costante. Questo stress da minoranza può portare a disturbi come ansia intensa e depressione. Non è raro sentirsi senza valore, non abbastanza. Vergogna e auto-disprezzo sono emozioni che molte persone queer conoscono bene.
È vero: oggi molte chiese evangeliche in Germania sono diventate più accoglienti e hanno eliminato pratiche apertamente discriminatorie. Ma le ferite del passato non scompaiono. Le cicatrici restano. E non possiamo ignorare la situazione di tante persone queer cristiane in Europa orientale e in altri Paesi, dove purtroppo anche diverse chiese evangeliche continuano a sostenere posizioni ostili.
Per questo considero importante che sempre più chiese e comunità religiose arrivino a un riconoscimento pubblico delle proprie colpe verso le persone queer. A metà ottobre, ad esempio, la Chiesa norvegese ha chiesto ufficialmente perdono.
In passato aveva definito le persone che amano persone dello stesso sesso come “perverse” e “spregevoli”, arrivando a descriverle come una “minaccia sociale globale”. Particolarmente gravi furono le affermazioni che interpretavano l’Aids come una “punizione di Dio”. Le parole del vescovo Olav Fykse Tveit – «La Chiesa norvegese ha inflitto vergogna, gravi danni e dolore alle persone LGBTQ» – hanno avuto un peso enorme. Non a caso, le organizzazioni queer norvegesi hanno accolto con favore quelle scuse.
Essere queer fa parte della creazione
Sento una profonda gratitudine verso tutte le persone che, nelle chiese, si impegnano per sostenerci. Molte chiese evangeliche regionali hanno avviato un vero cammino di riforma. Nell’aprile scorso, per esempio, la Chiesa evangelico-luterana in Baviera ha deciso che anche le persone queer possono sposarsi. È stato un passo importante e necessario.
Perché le forme di vita non binarie e queer, l’omosessualità, la bisessualità, le persone trans e inter non sono un errore. Fanno parte della creazione. (…) Per questo mi rivolgo a chi continua a opporsi alla piena parità: smettete di aggrapparvi a versetti biblici fraintesi e usati come armi. Pensate al dolore che continuate a infliggerci.
Il Buß- und Bettag è il tempo giusto per farlo. È un giorno di presa di coscienza, di conversione, di cambiamento di rotta. Un giorno che dovrebbe aiutare le chiese evangeliche a riflettere sulle proprie derive teologiche e pastorali. Non per restare imprigionati nel senso di colpa, ma per aprire finalmente strade nuove, più giuste e più umane.
* Christian Höller è giornalista e commentatore sui temi della fede, della società e dei diritti delle persone queer nelle chiese cristiane.
Testo originale: Die Kirche hat viel Schuld auf sich geladen

