Le domande che i genitori cristiani si fanno dopo il coming out di un figlio
Testo tratto da Relational Guide for Parents of Newly Out LGBTQ+ People di B.T. Harman*, edita da Q Christian Fellowship (Stati Uniti), nel febbraio 2023, pp.19-23. Liberamente tradotta dai volontari del Progetto Gionata.
Ho sbagliato qualcosa nel crescerli? Nessun genitore è perfetto, è vero. Ma non c’è davvero nulla che tu abbia fatto per renderli lesbica, persona gay, bisessuale o transgender. Quando un figlio fa coming out, è normale che nella mente dei genitori parta il film di tutta la vita familiare: si riavvolge il passato, ci si riascolta, ci si rivede, e ogni parola detta o non detta sembra tornare a giudicarci. Magari ti sei ritrovato a pensare cose del tipo:
- Forse suo padre lavorava troppo quando era piccolo.
- Forse avremmo dovuto incoraggiarla di più a frequentare ragazzi al liceo.
- Forse avremmo dovuto spingerlo a fare sport.
- Forse non gli abbiamo dato abbastanza regole da seguire.
Il coming out di un figlio appare come un “risultato”, un punto d’arrivo che spesso non ci si aspettava o che magari si avrebbe voluto diverso. Ed è umanissimo chiedersi da dove arrivi tutto questo. Ma davvero, ti prego: non mettere te stesso al centro di questo risultato.
Per decenni si è trascinato avanti un mito durissimo a morire secondo cui i figli gay sarebbero il frutto di genitori troppo presenti o troppo assenti. La ricerca non lo conferma, e la mia esperienza personale – racconta l’autore – lo smentisce del tutto. Sono cresciuto in una casa piena d’amore, con due genitori cristiani attenti e affettuosi. Sono totalmente attratto da persone dello stesso sesso, ma nemmeno un secondo del loro modo di essere genitori ha contribuito a questo.
Le ricerche mostrano che tra il 3 e il 5% della popolazione si identifica come LGBTQ+. Eppure non sappiamo ancora perché alcune persone siano eterosessuali e cisgender e altre no. È un mistero, e ti incoraggio a far pace con questo mistero. Resisti alla tentazione di puntare il dito su di te o su qualcun altro in cerca di colpe.
Non potrebbe essere solo confusione? O magari una fase?
Nella maggior parte dei casi, no. Ognuno di noi ha una consapevolezza profondissima e immediata delle proprie attrazioni romantiche. Pensa a te stesso: se sei eterosessuale, qualcuno ha dovuto “insegnarti” a esserlo? Qualcuno ti ha mai spiegato cosa significasse la tua attrazione? Ovviamente no. Semplicemente, lo sapevi. E lo stesso vale per tuo figlio o tua figlia: sono loro che vivono nel loro corpo, e solo loro possono dire qual è la loro sessualità o identità di genere.
Se il tuo bambino è ancora molto giovane, tieni presente che all’orizzonte ci sono domande, ormoni, timidezze, parole nuove e percezioni ancora in evoluzione. Come quando si guarda attraverso un parabrezza appannato: sai che c’è qualcosa davanti, ma magari non riesci ancora a descriverlo bene. Detto questo, tantissime persone LGBTQ+ raccontano di aver avuto la percezione chiarissima del proprio orientamento o identità già prima della pubertà, ed è una cosa comune. Altre lo scoprono più tardi nella vita, ma una volta compreso quel pezzo di sé, non possono più richiuderlo dentro.
Capita che i genitori sperino – spesso per paura o per desiderio di una vita “normale” – che sia solo una fase. Ma non è quasi mai così. Sii prudente, fai domande, ascolta davvero, ma scegli sempre di credere a tuo figlio e accompagnarlo con amore in questa scoperta.
Temo per la sua salute e la sua sicurezza. Adesso la sua vita sarà più difficile?
Quando parlo con i genitori, e chiedo quali siano le prime emozioni provate al coming out del loro figlio, le risposte sono quasi sempre le stesse: paura e preoccupazione, hanno:
- Paura che soffra psicologicamente.
- Paura che la gente sia crudele.
- Paura di discriminazioni.
- Paura che i familiari lo allontanino.
- Paura che cada in stereotipi o stili di vita che si immaginano come “tipici dei gay”.
- Paura che la chiesa lo rifiuti o che lui si allontani dal Signore.
Vorrei poter dire che queste paure sono assurde. Purtroppo non posso. Le persone LGBTQ+ affrontano ancora sfide particolari. Ma posso dirti una cosa importante: almeno negli Stati Uniti, non c’è mai stato un periodo storico migliore per vivere apertamente come persona LGBTQ+.
I sondaggi più recenti mostrano un ampio sostegno sociale verso l’identità LGBTQ+ e, in particolare, verso le coppie dello stesso sesso. Oggi siamo più visibili, più rappresentati, e spesso anche più accolti. Io stesso, da quando ho fatto coming out, ho ricevuto molto più amore che odio.
Ricorda che le persone LGBTQ+ desiderano le stesse cose di tutti: felicità, serenità, un lavoro che abbia senso, compagnia, una famiglia che le sostenga. Molti giovani – gay o etero – attraversano una fase di ribellione, ma poi quasi tutti cercano stabilità, radici, relazioni profonde. Per tante persone LGBTQ+ del passato, questa possibilità era quasi irraggiungibile. Oggi non più. Tuo figlio può avere una vita piena, sana, felice.
Devo scegliere tra mio figlio e la mia fede?
Assolutamente no! Questa è, di gran lunga, la domanda più frequente tra i genitori cristiani dopo il coming out del loro figlio. Ed è una domanda che toglie il sonno. Molti si sentono intrappolati: da una parte le loro convinzioni teologiche, dall’altra l’amore per un figlio per cui darebbero la vita. C’è anche la paura del giudizio della propria chiesa. E poi c’è un coming out “di riflesso”: quando un figlio fa coming out, in un certo senso anche il genitore deve farlo.
Ci sono tre possibili risposte, tra i genitori più tradizionali, alla rivelazione del proprio figlio:
- reazione di Rifiuto – considerarlo malato, allontanarlo, vergognarlo, mandarlo a “farsi curare”. È la strada peggiore, e lo dico col cuore in mano: non farlo mai. Ho amici LGBTQ+ che portano ancora oggi ferite profondissime per essere stati rifiutati dai loro genitori. Le ricerche del Trevor Project sono chiarissime su questo.
- Affermativa – riconoscere che Dio può benedire relazioni d’amore tra persone dello stesso sesso. Gli studi mostrano che i figli con genitori affermativi hanno le migliori prospettive di salute e benessere emotivo.
- Amarlo nella differenza – scegliere di voler bene a proprio figlio anche senza condividere la sua visione teologica. Qui ci vuole pazienza, lavoro interiore, grazia e dialogo. E nonostante questo, è possibile che il figlio senta comunque dolore o invalidazione.
Il mio desiderio è che ogni genitore scelga la via dell’affermazione, perché credo che sia quella più vicina al cuore di Dio. Ma se non è possibile oggi, la terza via è comunque una strada di amore, una strada che può custodire la relazione. È quella che io vivo con mia madre.
Soprattutto: apri il cuore e la mente a ciò che Dio vuole dirti. Molti di noi siamo cresciuti in contesti non affermativi, e abbiamo sentito parlare solo di ciò che “Dio pensa dei gay”. Ti invito a prendere fiato, a pregare, a cercare nuove prospettive, a leggere, ad ascoltare. Ma qualunque sia il punto in cui ti fermerai, ti supplico: ama tuo figlio, sempre. Con le parole e con i gesti. L’amore che sceglierai oggi farà la differenza per tutta la vita.
Ho paura che mio figlio perda la fede. Cosa posso fare?
Se tuo figlio ha vissuto una fede attiva, il cambiamento può spaventare molto. È vero: molte chiese, soprattutto evangeliche negli Stati Uniti, sono state feroci con le persone LGBTQ+. Ma la relazione tra tuo figlio e Dio non è nelle tue mani. Tu non puoi salvarla o controllarla. Puoi però accompagnarla.
Come?
- Rimetti Gesù al centro. Tra mille tradizioni diverse, Gesù resta l’unico punto fermo: l’amico dei peccatori, colui che correva verso le persone messe ai margini. Ricorda a tuo figlio che, anche quando la chiesa lo ferisce, Gesù non cambia.
- Ripetigli che è amato da Dio. Sembra una frase semplice, ma non lo è. Chi cresce sentendosi “sbagliato davanti a Dio” vive un dolore enorme. Io stesso ho passato anni a pensare di essere disgustoso agli occhi del Signore. Sono stati gli amici e la mia famiglia, ripetendo che Dio mi amava e gioiva di me, a salvarmi.
- Considerate unirvi ad una comunità cristiana che sappia accogliervi. Per molti genitori sembra un passo enorme, ma potrebbe essere il luogo in cui tuo figlio ritroverà Dio. Ormai quasi ogni città, anche le più piccole, ha almeno una chiesa accogliente con le persone LGBT+ e i loro genitori. Sono comunità dove potreste trovare amore, ascolto, e forse una nuova immagine di Dio.
* B.T. Harman è un autore gay cristiano statunitense che si occupa di accompagnamento delle persone LGBTQ+ e delle loro famiglie nelle comunità di fede.
Testo originale: Parents’ Top 5 Questions

