“Le persone queer sono già dentro il disegno di Dio”. La mia testimonianza alla veglia di Genova
Testimonianza di Lorenzo Caruso Michele tenuta durante la veglia per il superamento dell’omobitransfobia, celebrata nella chiesa di San Pietro in Banchi di Genova il 14 maggio 2026.
Sono Lorenzo, sono nato in Sicilia, ma sono ligure di adozione, perché ho vissuto a La Spezia. Oggi vivo a Firenze per l’università.
Non voglio tediarvi con tutta la mia storia, che forse alcune persone tra voi già conoscono e che potrete leggere anche nel libretto Mi fido di te. È una storia un po’ sofferta, fatta di mancati riconoscimenti, soprattutto da parte di persone molto vicine a me. Una storia fatta anche di persone che hanno scelto di indurire il proprio cuore davanti a ciò che portavo loro: me stesso, con tutte le mie sfaccettature, senza nascondere nulla.
Come a un calciatore non viene chiesto di nascondere il suo amore per il calcio, come a uno studioso non viene chiesto di nascondere la sua dedizione allo studio, non si comprende perché a me dovrebbe essere chiesto di nascondere una parte della mia identità di creatura completa, che Dio ha inserito nel suo disegno.
Da parte di queste persone, la condanna, talvolta rabbiosa e netta, è lì, pronta a infliggere la sua ferita. Sentono quasi il dovere, davanti a Dio, di pronunciare una sentenza definitiva sulla tua vita e ti indicano la strada della redenzione come se fosse la cosa più facile da individuare e da percorrere. Te la propongono come una strada a senso unico: o si integra nella propria vita la morale che loro dichiarano essere la verità di Cristo, oppure si è destinati alla perdizione senza ritorno.
Tante volte ho dubitato, tante volte ho pianto, tante volte il mio cuore ha vacillato, mentre questo pugnale fatto di puro fariseismo mi destabilizzava e mi portava dentro conflitti che sono durati per anni.
Non mi spiegavo come fosse possibile che la strada rivelata da Cristo e in Cristo fosse così lontana da come io ero stato pensato e creato. Mi domandavo quale Dio avrebbe in sé tanta malvagità da crearmi sbagliato, per poi farmi vivere la discriminazione e l’odio per ciò che non ho scelto e non ho voluto.
È stato durante gli esercizi ignaziani per il discernimento, in vista dell’ingresso in seminario, che per la prima volta ho letto che Dio guarda la mia vita con amore, nella sua complessità e interezza, anche nel mio orientamento. È da lì che è iniziato il mio percorso di vera accoglienza di me stesso.
Da quel momento ho capito che ciò che sono è un dono gratuito, un talento che mi è stato offerto perché io potessi moltiplicarlo.
Prima, però, che io potessi realizzare davvero questa frase nella mia vita, sono avvenute due cose che hanno messo in seria difficoltà questa meravigliosa sensazione.
La prima è stata la lettura dell’istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica sui criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali. In quel testo, per chi non lo conoscesse, si afferma che il candidato al sacerdozio deve sviluppare una paternità spirituale e una maturità affettiva che lo rendano capace di relazionarsi correttamente con uomini e donne. E, secondo questa istruzione, le persone con tendenze omosessuali profondamente radicate sarebbero oggettivamente disordinate, al punto che ciò ostacolerebbe gravemente il corretto relazionarsi con uomini e donne, e non sarebbero trascurabili le conseguenze di una possibile ordinazione.
Solo coloro che presentano questo problema in modo transitorio sarebbero ammessi, come se si potesse superare un “problema”, e solo a patto che lo abbiano superato almeno tre anni prima dell’ordinazione diaconale.
Leggere questo documento mi ha ferito profondamente, perché mi sembrava in piena contraddizione con ciò che avevo sentito e meditato durante gli esercizi ignaziani.
Ma il momento più difficile e più ostico del mio cammino come membro della comunità cristiana è stato quando, finito il mio percorso di discernimento e a due settimane dall’ingresso in seminario, ho visto il mondo crollarmi addosso.
Il mio vescovo mi mandò al seminario di Genova per avere un colloquio con il rettore. Egli, presentandosi come esperto in psicologia, mi interrogò a lungo e indagò sempre più a fondo quanto davvero fosse radicata in me questa “terribile condizione”, con domande personali che colpirono il mio intimo.
Il colloquio si concluse con lui che mi diagnosticava un’immaturità sessuale, per cui la mia omosessualità sarebbe stata solo un segno transitorio di questa immaturità. Nulla che un percorso con una terapista da lui indicata non avrebbe potuto risolvere.
Ci ho messo mesi per superare questa cosa. E oggi sono felice del luogo in cui il Signore mi ha chiamato. Oggi sono sereno con la mia identità, compreso il mio orientamento, e cerco di vivere ogni giorno, nella mia vita, quella frase degli esercizi ignaziani.
Un po’ come si diceva prima: essere chiamati per nome.
La chiesa cattolica per troppo tempo è stata veicolo di sofferenze e discriminazioni. Tutti ricordano il passo del Catechismo sull’omosessualità “intrinsecamente disordinata”, ma nessuno ricorda che, negli stessi numeri, è scritto anche di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione.
E il giudizio e la stigmatizzazione sono forme di discriminazione. Trattare le persone queer come qualcosa che è fuori dalla grazia e dal disegno di Dio è discriminazione. Trattarle come un problema è discriminazione. Sparlare di loro è discriminazione.
Non ascoltarle, non vederle integrate nell’ecclesia, marginalizzandole, è discriminazione.
Guardare alla vita di una persona queer non come a una testimonianza del disegno di Dio, ma ridurre tutto a una tematica considerandola controversa, è discriminazione.
Oggi nella chiesa cattolica sta venendo fuori proprio questa problematica. In molti luoghi, anche nei nostri, le persone non sono state incluse perché davvero viste nell’unicità della loro vita, ma solo perché una certa tematica è stata più o meno sdoganata.
“Includere”: che brutta parola. Come diceva prima don Massimo, sembra che ci sia qualcosa da far entrare.
Le persone queer non sono da includere perché una certa tematica è stata più o meno accettata. Vanno riconosciute, perché sono già dentro, perché la loro vita è già integrata in tutte le sue sfumature nel disegno di Dio.
Finché non vedremo questa cosa, finché il “todos, todos, todos” di Papa Francesco non si realizzerà pienamente, il nostro compito, come gruppi cristiani queer e come commissioni pastorali, sarà quello di continuare a impegnarci fino in fondo. Sarebbe bello vedere commissioni pastorali chiamate non “per l’inclusione”, come da noi a Firenze, ma “per il riconoscimento”.
È bellissimo che oggi ci siano più di sessanta veglie in tutta Italia. Danno la possibilità di dare voce alla sofferenza e alle discriminazioni che si sono vissute, che si vivono e che si vivranno nella chiesa cattolica e nel mondo. Ed è ancora più bello che almeno quindici di queste veglie siano tenute da vescovi.

