Le veglie per il superamento dell’omotransbifobia entrano sempre più nel cammino delle diocesi italiane

Nel numero di sabato 9 maggio 2026 il quotidiano Avvenire, edito della Conferenza Episcopale Italiana, dedica un ampio articolo, firmato da Luciano Moia, alle veglie di preghiera per il superamento dell’omotransfobia. Il titolo è già molto significativo: “In preghiera contro l’omotransfobia. «Tutti chiamati a una conversione»”. L’articolo, pubblicato a pagina 20, è accompagnato anche da una foto della veglia per il superamento dell’omotransbifobia di Parma, presieduta dal vescovo Enrico Solmi.
Il punto di partenza dell’articolo è il versetto scelto per le veglie del 2026: «Non temere perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome» (Isaia 43,1). Da qui, scrive Moia, prendono avvio le veglie che in questi giorni che “decine di diocesi stanno organizzando in una prospettiva ecumenica per invocare la fine delle discriminazioni e delle violenze contro le persone Lgbtq+ dentro e fuori la Chiesa”.
L’articolo ricorda anche il valore simbolico di Firenze, dove domenica scorsa si è aperto questo cammino di preghiera. Una partenza non casuale, perché proprio a Firenze, diciannove anni fa, nacque la prima veglia pensata per invitare le comunità cristiane a interrogarsi sulla presenza delle persone omosessuali e transessuali, allora ancora considerate, scrive l’articolo, “figli di un dio minore”.
Il dato che emerge con forza è la crescita di queste iniziative. L’articolo ricorda che già una sessantina di comunità hanno già programmato una veglia fino alla metà di giugno, in sintonia con iniziative analoghe in Spagna, Svezia, Belgio, Malta, Polonia e altri Paesi europei. L’elenco completo, ricorda l’articolo, si trova su gionata.org ed è aggiornato a cura de La Tenda di Gionata.
Ma uno dei passaggi più importanti riguarda proprio il senso ecclesiale delle veglie. Non sono manifestazioni contro qualcuno, ma momenti di preghiera, ascolto e comunione. La guida preparata per le veglie, citata nell’articolo, spiega che si tratta di stare davanti a Dio «portando gioie e ferite, forze e fatiche personali e comunitarie» e aggiunge che «vegliare vuol dire essere con le nostre Chiese».
Un altro elemento importante messo in luce dall’articolo è la presenza dei vescovi. Moia scrive che “saranno una ventina i vescovi diocesani che hanno già annunciato l’obiettivo di presiedere i vari momenti di preghiera” tra cui mons. Enrico Solmi, vescovo di Parma, che ha presieduto la veglia di martedì 5 maggio 2026, e mons. Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, vicepresidente della CEI, che presiederà la veglia nella sua diocesi giovedì 21 maggio. È una presenza significativa, perché queste iniziative, osserva l’articolo, sono ancora talvolta guardate con sospetto, mentre possono diventare “uno stimolo importante per la formazione delle coscienze”.
Il cuore dell’articolo, però, sono le parole dell’arcivescovo Erio Castellucci. È lui a collocare queste veglie dentro il cammino sinodale della Chiesa e dentro un linguaggio nuovo che sta maturando: «È importante per la Chiesa sollecitare la riflessione anche su questi temi che la Segreteria generale del Sinodo proprio in questi giorni non definisce più “controversi” ma “emergenti”».
È una frase da non lasciare cadere. Dire “questioni emergenti” invece di “questioni controverse” significa cambiare sguardo. Non si parte più dalla paura dello scontro, ma dal riconoscimento che ci sono vite, domande, ferite e cammini che chiedono ascolto.
Castellucci lega questo passaggio direttamente al Vangelo e al magistero recente: «Come ha detto papa Francesco e ha ripetuto papa Leone, nella Chiesa “tutti, tutti, tutti” sono benvenuti, invitati a seguire Gesù e cercare la conversione».
Molto forte anche l’immagine della porta aperta, che diventa quasi la sintesi pastorale dell’intero articolo. Dice Castellucci: «La porta d’ingresso nelle nostre comunità deve essere sempre aperta se siamo davvero Chiesa del buon Pastore, la Porta in cui si entra e da cui si esce. Dopodiché ciascuno, accompagnato, farà i passi che può e che vuole, sapendosi accolto»
Qui sta uno dei punti di forza più belli messi in luce dalle veglie: non chiedono alle persone di presentarsi già “risolte”, già spiegate, già conformi a uno schema. Chiedono anzitutto che la porta resti aperta. Poi il cammino si fa insieme, con accompagnamento, ascolto, libertà, gradualità. E soprattutto senza trasformare l’accoglienza in una concessione dall’alto.
Castellucci non nasconde la delicatezza del cammino. Anzi, la riconosce con parole molto equilibrate: «Sono passi su cui stiamo maturando tutti; passi delicati, che rischiano come sempre – anche in tutte le altre “questioni emergenti” – di separare i tradizionalisti dai progressisti, i relativisti dagli integralisti, e così via».
Ma proprio per questo indica una strada precisa: «Mi sembra che occorra da parte di tutti molta umiltà nell’ascolto reciproco, da una parte e dall’altra, e continui bagni di Vangelo. A poco a poco si chiariranno i percorsi da seguire, superando sospetti e pregiudizi, e rimanendo nel solco tracciato da Gesù».
Queste parole aiutano a capire perché le veglie non sono un dettaglio marginale. Sono uno spazio semplice, sobrio, evangelico, in cui le comunità cristiane possono imparare ad ascoltare prima di giudicare. Possono deporre sospetti e paure. Possono riconoscere che le persone LGBTQ+ e le loro famiglie non sono un tema astratto, ma volti, nomi, storie, cammini di fede.
L’articolo collega infine le veglie anche al cammino sinodale della Chiesa italiana, che ha chiesto una più attenta accoglienza delle persone omoaffettive e delle loro famiglie.
Castellucci conclude con una riflessione che dà il senso del cambiamento in corso: «Non dimentichiamo che di questi argomenti fino a poco tempo fa non si parlava se non per slogan, non solo nella Chiesa, ma nemmeno nella società».
Poi aggiunge: «In questi ultimi decenni gli studi scientifici, tra cui quelli biblici, sono proseguiti e le esperienze si sono moltiplicate; la sensibilità è aumentata e anche nelle comunità cristiane è cresciuta la capacità di comprensione fraterna e il bisogno di individuare forme di accoglienza rispettose del cammino di ciascuno».
E la frase finale torna al centro di tutto: «Occorre tanto ascolto reciproco, alla luce del Vangelo» .
In fondo, è proprio questo che le veglie di preghiera per il superamento dell’omotransbifobia stanno mostrando alla chiesa italiana: che pregare contro l’omotransbifobia non significa aprire una battaglia ideologica, ma riconoscere che ogni persona è chiamata per nome da Dio.
Significa stare accanto a chi è stato ferito, discriminato, escluso. Significa chiedere alle comunità cristiane di lasciarsi convertire dal Vangelo, perché la porta resti davvero aperta e nessuno debba più sentirsi “figlio di un dio minore” nella casa comune della fede.

