Le vite delle persone transgender non sono una “questione culturale”
Articolo di Daniel P. Horan* pubblicato sul sito di National Catholic Reporter (USA) il 20 agosto 2026, tradotto liberamente da Luigi e Valeria de La Tenda di Gionata
Il modo in cui gli opinion leader politici hanno parlato della comunità transgender, sia nei media laici che in quelli cattolici, deve cambiare. Sempre più spesso, opinionisti e editorialisti, strateghi politici e analisti da salotto si sono messi a discutere tematiche che sono racchiuse in una categoria che la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha recentemente definito “Woke 1.0”.
Sebbene alcuni dei punti di discussione di tali dibattiti contraddittori ed estremamente violenti meritino riflessione e riconsiderazione (ad esempio, l’adozione poco saggia da parte dei candidati politici di slogan di protesta generici come «tagliamo i fondi alla polizia»), altri argomenti che non riguardano semplicemente il linguaggio devono essere trattati in modo diverso, e tra questi le realtà del razzismo anti-nero e della transfobia.
Le persone nere, tra cui George Floyd, sono state assassinate davvero; e gli uomini e le donne transgender sono davvero presi di mira oggi. Questi fenomeni non sono semplici teorie da discutere, ma vite che subiscono le conseguenze di regole e comportamenti pratici del mondo reale.
Sebbene possano esserci ragioni legittime per discutere in buona fede su come creare spazi più inclusivi nelle nostre comunità, nelle istituzioni scolastiche e nelle chiese, e se può essere in qualche modo accettabile valutare se acronimi come DEI (che sta per “diversità, equità e inclusione”) siano utili o fuorvianti, non è mai accettabile trattare le vite reali delle persone emarginate e appartenenti a minoranze con lo stesso atteggiamento giudicante.
Eppure, è esattamente ciò che sta accadendo.
I dibattiti su quali messaggi politici siano o non siano “accettabili” e su quali candidati politici siano o non siano “eleggibili” hanno messo gruppi di persone già vulnerabili in un rischio ancora maggiore. Invece di parlare di persone, gli opinionisti discutono e liquidano concetti astratti, il che spesso porta a trascurare esseri umani reali e a lasciarli in una condizione di fragilità e pericolo.
Ci sarebbe molto da dire su come ciò stia accadendo alle comunità nere e ad altre popolazioni marginalizzate, colpite da questo cambiamento nel modo di affrontare determinate tematiche in pubblico e dall’abitudine, sempre più diffusa, di commentare e criticare ciò che accade a posteriori, come se si trattasse di una partita di calcio. Tuttavia, in questo articolo voglio concentrare la mia attenzione sulla comunità transgender.
Voglio richiamare l’attenzione sulla tendenza insidiosa a trattare i diritti delle persone trans come una sorta di tematica opzionale, di tendenza progressista e, nel migliore dei casi, teorica e fuori dal mondo, e nel peggiore dei casi come un obbligo sgradito ma necessario per le regole politiche o aziendali, invece di considerare la necessità di proteggere tali diritti — compreso l’accesso sicuro alle cure di affermazione di genere — come un diritto umano fondamentale.
Com’era prevedibile, i commentatori della destra politica hanno descritto la difesa dei diritti delle persone trans come una forma di “eccesso”. Si prenda, ad esempio, un articolo pubblicato il mese scorso sulla rivista The American Conservative dal titolo «I democratici non riescono a liberarsi dall’ossessione per le persone trans», in cui si sostiene che il Partito Democratico rischia di subire perdite nelle competizioni elettorali in cui i propri candidati difendono i diritti LGBTQ+. Ciò è in linea con l’attacco spudorato sferrato dall’amministrazione Trump ai diritti LGBTQ+ in generale e alla tutela per le persone trans in particolare sin dall’inizio del secondo mandato di Trump.
Un articolo pubblicato di recente dall’American Bar Association ha sintetizzato con il paragrafo seguente il fatto che «il nostro Paese abbia subito una svolta significativa sulle questioni relative ai diritti delle persone trans»:
«La svolta è stata determinata dalla demonizzazione politica delle persone trans messa in atto da alcuni leader conservatori nel tentativo, riuscito, di distogliere l’attenzione dalle loro politiche economiche, che favoriscono le élite benestanti.
Per molti anni, questa strategia ha comportato l’alimentare la paura nei confronti delle persone nere, dei musulmani e degli immigrati; ora stanno fomentando l’isteria anche contro le persone trans, diffondendo le menzogne secondo cui le persone trans sarebbero pericolose, cercherebbero di reclutare i nostri figli affinché diventino trans e ruberebbero le borse di studio sportive alle nostre figlie».
Il problema è che ultimamente non sono solo gli esponenti della destra politica a prendere di mira le persone trans. Anche quelli della sinistra politica e i moderati stanno discutendo apertamente dei potenziali benefici politici a breve termine derivanti dall’abbandono della comunità transgender, prendendo spunto dalla strategia dei conservatori.
Il modo in cui questo atteggiamento si è manifestato più comunemente al di fuori del Partito Repubblicano è stata la falsa affermazione secondo cui le questioni trans sono, come ha recentemente affermato il mio collega editorialista del National Catholic Reporter Michael Sean Winters, «una assurdità culturale». Egli ha poi aggiunto:
«Se i Democratici devono argomentare una proposta economica più rivoluzionaria, sulle questioni culturali devono smetterla di parlare con senso di superiorità, come se fossero appena usciti dalla sala professori.
Dal momento che le questioni trans sono il punto centrale intorno al quale oggi si focalizzano i conflitti nel contesto socio-culturale, se i Democratici non abbandoneranno le posizioni fondamentaliste, insistenti e fastidiose della Human Rights Campaign e di altri gruppi affini, continueranno a perdere le elezioni. Ancora più importante, il fondamentalismo conformista non regge alla prova del buon senso».
Come altri commentatori, Winters ritiene che le questioni trans siano qualcosa di inventato dall’élite accademica in una sorta di laboratorio di teorie culturali. Ma questo genere di delirio transfobico è la vera «assurdità».
In primo luogo, le persone transgender, così come le altre minoranze sessuali e di genere, non sono né totem politici né «questioni culturali» da discutere. A differenza dello spauracchio astratto del mondo transgender che emerge da tali dibattiti, le persone trans che conosco sono e sono sempre state persone reali.
Come ha recentemente raccontato la giornalista del New York Times M. Gessen, che è una persona trans, in un lungo e incisivo commento sulle conseguenze concrete di una legge anti-trans entrata in vigore in Kansas, tale retorica transfobica è stata utilizzata per raccogliere consensi a favore di regolamentazioni e pratiche davvero disumanizzanti. Invito tutti a leggere il saggio di Gessen e ad ascoltare le testimonianze delle persone trans del Midwest, le cui vite vengono sconvolte e la cui dignità umana fondamentale viene messa a rischio.
In secondo luogo, è moralmente sbagliato ridurre le vite complesse, reali e in pericolo delle persone transgender a una mera «questione culturale», come se la loro esistenza fosse oggetto di discussione e la loro umanità una questione di cui semplicemente discutere in astratto.
Il principio morale fondamentale della tradizione cattolica è la dignità intrinseca e inalienabile della persona umana. Trattare un gruppo di persone emarginate e vulnerabili come quelle appartenenti alla comunità trans come un peso politico, come soggetti che possono essere abbandonati o denigrati per il solo scopo di guadagnare potenzialmente punti politici, è peccaminoso e ripugnante.
Abbiamo visto casi analoghi nei confronti delle minoranze religiose, come ciò che è stato fatto agli ebrei nella Germania degli anni ’30 o agli uiguri nella Cina odierna. Un linguaggio che nega l’umanità di alcune persone porta spesso a una violenza molto concreta! Oggi, questo tipo di retorica e di comportamento è ampiamente riconosciuto come un precursore delle violazioni dei diritti umani, una forma di violenza politica e qualcosa da condannare senza riserve.
Infine, le persone di fede devono opporsi a questo tipo di retorica propagandistica che tende a minimizzare i problemi, oscura o cancella le vite diverse, complesse e decisamente reali delle persone trans, al fine di creare un capro espiatorio politico. Dobbiamo ricordare che le “questioni trans” non sono “questioni culturali”: non si tratta di argomenti da discutere come le preferenze in materia di politica fiscale o i gusti personali nell’arte e nella musica, ma di esseri umani che meritano il nostro amore, il nostro sostegno e la nostra protezione.
Il sostegno alle persone trans e la tutela di ciò che è necessario per la loro piena realizzazione umana non dovrebbero essere affatto una questione politica, ma una questione di diritti umani fondamentali. E a prescindere dall’appartenenza politica, chi si identifica come cristiano dovrebbe fare tutto ciò che è in suo potere per garantire che i diritti umani di tutte le persone siano protetti e preservati, specialmente per chi appartiene a gruppi vulnerabili. Almeno dal punto di vista cristiano, questo è ciò che si intende per buon senso.
*Daniel P. Horan è direttore del Centro per lo Studio della Spiritualità e professore di filosofia, studi religiosi e teologia al Saint Mary’s College di Notre Dame, nell’Indiana. È inoltre professore associato di spiritualità presso l’Oblate School of Theology di San Antonio, in Texas.
Testo originale: Transgender lives are not a ‘cultural issue’

