Leggere la Torah da una prospettiva transgender con Joy Ladin

Trascrizione della prima parte del webinar “IN/Verse” con Joy Ladin*, poetessa e saggista transgender ebrea statunitense, realizzato il 27 aprile 2025 nell’ambito del Progetto Cornerstone da La Tenda di Gionata e moderato da Letizia Tomassone e Daniela Di Carlo, pastore e teologhe della Chiesa valdese. Liberamente tradotto e trascritto dai volontari del Progetto Gionata.
Cosa significa vivere la propria autenticità come persona transgender e, allo stesso tempo, restare in dialogo con i testi sacri della propria tradizione di fede? Come leggere la Bibbia – e in particolare la Torah – da una prospettiva che abita l’emarginazione e la trasformazione?
A partire da queste domande, il webinar con Joy Ladin ci ha condotti in un viaggio profondo tra poesia, teologia e testimonianza personale. Prima persona apertamente transgender a insegnare in un’istituzione ebraica ortodossa, Ladin ha esplorato nei suoi scritti – poetici e saggistici – il modo in cui le Scritture possono essere riscoperte con occhi nuovi, a partire da esperienze di marginalità e autenticità.
In questa prima parte della trascrizione, Joy Ladin condivide riflessioni tratte dal suo libro The Soul of the Stranger. Reading God and Torah from a Transgender Perspective (L’anima dello straniero. Leggere Dio e la Torah da una prospettiva transgender) e propone una lettura intima e coinvolgente della storia di Giona, intrecciandola con il proprio cammino di fede, sofferenza e riscoperta spirituale.
Joy Ladin: All’inizio del mio libro The Soul of the Stranger: Reading God and Torah from a Transgender Perspective (L’anima dello straniero. Leggere Dio e la Torah da una prospettiva transgender), ho cercato di spiegare cosa significhi, per me, leggere la Bibbia da una prospettiva trans. A prima vista, potrebbe sembrare un’operazione anacronistica. Ed è vero che molti approcci alla Bibbia applicano temi contemporanei ai testi antichi, in modi che a volte sembrano forzati.
Ma questo non vuol dire che sia sbagliato. Anzi, credo che possa essere profondamente utile.
Quello che io volevo fare, però, era diverso. Volevo sapere se i testi biblici, nel loro significato più immediato, potessero davvero rivolgersi anche a persone che hanno vissuto esperienze come la mia.
Credo che sia questo il motivo per cui continuiamo a leggere la Bibbia. Sono testi antichi, che risalgono a contesti storici e culturali molto lontani dai nostri. Eppure, ci ostiniamo a leggerli perché speriamo ancora che parlino alle nostre vite.
Da bambina leggevo la Bibbia con un’intensità tutta mia, la leggevo attraverso il filtro dei miei bisogni e delle mie paure, come una bambina che stava cercando di sopravvivere. Ma da adulta ho iniziato a chiedermi: era solo quella bambina che proiettava i suoi desideri sul testo? Era solo un uso personale della Scrittura, magari legittimo, ma non del tutto corretto?
Oppure è possibile che anche persone come me, che vivono una realtà che nei testi biblici non è nemmeno contemplata – perché nel mondo della Bibbia non esisteva neppure il concetto di persona transgender – possano comunque trovarvi qualcosa che parli alla loro esperienza?
Mi chiedevo: anche noi possiamo leggere la Bibbia e riconoscerci nei suoi personaggi, nelle sue storie, nei suoi drammi? Anche noi possiamo dire: “Sto lottando con qualcosa, ma qui dentro trovo parole antiche che mi aiutano a capire cosa Dio vuole da me”?
Un giorno, ho letto la storia di Giona. E in quel racconto, che non parla minimamente di genere, mi sono ritrovata come mai prima.
Giona è qualcuno che scappa. Lui sa cosa Dio gli chiede, sa chi è. Ma non vuole affrontare le conseguenze dell’essere ciò che è. E allora fugge. Scappa dal proprio ruolo, dalla propria identità, dal compito che sente dentro di sé.
Anch’io ho fatto così. Per anni ho cercato di fuggire da me stessa. Per paura. Per vergogna. Perché sapevo che se avessi detto al mondo chi ero, avrei rischiato tutto.
Poi arriva la tempesta. Una tempesta che Giona sa essere legata alla sua fuga da Dio. E la sua reazione è sconcertante. Non dice: “Va bene, ho capito, torniamo indietro.” No. Dice: “Gettatemi in mare.” È una richiesta di morte.
E io mi sono riconosciuta in quella risposta. Anch’io, in certi momenti, ho pensato: “Se muoio, tutto questo finirà. Nessuno dovrà più preoccuparsi di me. E neppure io.”
Ma Giona non muore. Viene inghiottito da un grande pesce. E lì, nel ventre del mare, resta vivo. Custodito. Protetto. Non liberato, non ancora trasformato. Ma vivo.
E anche a me è successo questo. Ho cercato di morire. Di farla finita. Ma Dio mi ha custodita. Non mi ha ancora liberata. Ma mi ha tenuta in vita.
Giona esce da quella profondità con un compito: tornare alla propria missione. “Va’, sii il profeta che sei.” E Giona va.
Per me, quel cammino è stato lungo. Ma alla fine ho capito che non avevo scelta. Non potevo più vivere fingendo di essere qualcun altro. Non potevo più ignorare ciò che ero. Perché finché non fossi diventata davvero me stessa, non avrei mai potuto svolgere il compito per cui ero stata creata.
Non avrei potuto amare in modo autentico. Non avrei potuto servire in modo autentico. Perché non c’ero. Ero sempre un’altra. E quando sceglievo cosa fare nella vita, mi dicevo: “Tanto non ha importanza. Perché non sono io quella che lo sta facendo.”
Ecco perché, leggendo la storia di Giona, ho sentito che anche una persona trans può trovare la propria verità nella Bibbia. Perché quella storia racconta la lotta – profonda, radicale – per diventare chi si è. E questa è una verità che attraversa ogni identità.
Tutti, in un modo o nell’altro, ci troviamo a vivere vite in cui gli altri si aspettano qualcosa da noi. E tutti, a un certo punto, dobbiamo decidere se seguire quella voce interiore che ci chiama ad essere pienamente noi stessi, anche a costo dell’incomprensione o della solitudine.
A volte, quella voce è la voce di Dio.
Possiamo prendere le difficoltà, le esperienze delle vite transgender e ascoltare nella Bibbia qualcosa che ci parli? Non perché ci inventiamo un significato. Non perché diciamo che la Bibbia “riguarda davvero le persone transgender”. La Bibbia non parla esplicitamente delle persone transgender.
Ma parla di persone che sono in difficoltà. La Bibbia è, profondamente, una raccolta di storie su persone in crisi. Anzi, non ci sarebbe Bibbia se non ci fossero persone in crisi.
Pensiamo all’inizio, quando Dio parla ad Abramo. È un momento sconcertante. Un Dio sconosciuto si rivolge a lui e gli dice: “Tu, che sei vecchio, alzati. Lascia la tua casa, la tua famiglia, la tua terra. Vai verso un luogo che non ti rivelerò subito.” È una richiesta assurda. Eppure è da lì che parte la storia della fede.
La Bibbia ci dice che gli esseri umani possono diventare qualcosa di diverso da ciò che sono sempre stati. Che possono scoprire una verità dentro di sé che non corrisponde a ciò che gli altri si aspettano. Una verità che magari nessuno ha mai vissuto prima. Una verità che non ha un modello di riferimento.
Sì, certo, ci sono molti punti della Bibbia in cui Dio chiede obbedienza, rispetto delle norme, osservanza delle leggi. Ma poi ci sono quei momenti – come con Abramo, o con Giona – in cui Dio ci chiede di diventare qualcosa che non siamo mai stati. Di incarnare un cambiamento. Di rispondere a una voce interiore.
Ecco perché penso che, se impariamo a leggere tra le righe, ci sono molti testi biblici che parlano delle esperienze fondamentali delle persone transgender. Il problema è che spesso non riusciamo a vederli, perché ci aspettiamo che la Bibbia sia un libro di regole. Un libro che dica a tutti cosa fare. E che lo dica allo stesso modo, per tutti.
Questa aspettativa può sembrare rassicurante. È difficile sapere come vivere. È difficile scegliere. Sarebbe bello se bastasse aprire un libro per sapere sempre qual è la cosa giusta da fare.
Capisco quel desiderio. Ma per me, come persona transgender, quel tipo di guida non è mai esistito.
E questo mi ha fatto soffrire moltissimo.
Come posso essere una persona buona, se so che ciò che sono viene considerato sbagliato?
Come posso continuare a vivere se so che, dicendo la verità su me stessa alle persone che amo, rischio di ferirle?
Come posso capire cosa devo fare della mia vita, se nessuno ha una risposta per me?
Per tanto tempo mi sono sentita sola. Poi, pian piano, ho cominciato a notare quei passi della Bibbia in cui le persone si trasformano. In cui scelgono strade nuove, non previste. In cui non seguono semplicemente ciò che è “normale”.
Perché il Dio della Bibbia non si manifesta sempre nelle norme. Spesso lo fa contro le norme.
Le norme umane ci hanno portato Sodoma e Gomorra. Lì tutti facevano ciò che era normale. Ma Dio non si è manifestato nella normalità.
Se vogliamo davvero ascoltare la voce di Dio, dobbiamo essere pronti a sentire parole che ci spiazzano. Che ci chiedono di andare in un’altra direzione. A volte, anche contro ciò che dicono le persone che ci amano.
Contro quello che si aspettano da noi. Contro quello che hanno bisogno che noi siamo.
E questa è una posizione molto, molto difficile da abitare.
*Joy Ladin è una poetessa, scrittrice e studiosa statunitense. È stata la prima docente universitaria apertamente transgender in un’università ortodossa ebraica (Yeshiva University di New York). Ha pubblicato numerose raccolte di poesie e saggi su spiritualità, identità e trasformazione, tra cui The Soul of the Stranger. Reading God and Torah from a Transgender Perspective (Brandeis University Press, 2018).

