L’Eros nella Sacra Scrittura. Spunti per un rinnovamento dell’etica sessuale
Intervento di don Roberto Massaro*, teologo morale e docente, tenuto nell’incontro “PIETRE D’ANGOLO” (Firenze, 5 aprile 2025). Trascrizione rivista dell’autore realizzata dai volontari de La tenda di Gionata.
Sono davvero contento di condividere con voi questo momento, anche se breve. Mi hanno detto – scherzando ma neanche troppo – che alle 12.40 dovremo assolutamente essere fuori, perché è tempo di pranzo! Quindi vedremo di non sforare troppo… anche se non garantisco.
Due parole su di me: vengo dalla Puglia e sono prete della diocesi di Conversano-Monopoli. Nel mio ministero mi occupo principalmente di insegnamento, in particolare insegno teologia morale sia alla Facoltà Teologica Pugliese sia all’Accademia Alfonsiana di Roma, che è un istituto interamente dedicato proprio alla teologia morale. Poi faccio anche altre cose… ma non voglio rubare troppo tempo.
Oggi siamo qui perché mi è stato chiesto di proporre un approfondimento sull’eros nella Scrittura. È un tema che mi sta molto a cuore, e su cui ho fatto qualche riflessione personale, che ho poi raccolto in un piccolo libro pubblicato con le Edizioni Messaggero. Il titolo è Si può vivere senza eros? – un testo molto semplice, divulgativo, che si legge con piacere anche sotto l’ombrellone, senza pretese accademiche.
Ma prima di iniziare questo percorso insieme, mi piacerebbe che anche voi vi presentaste, almeno brevemente. Nome, da dove venite e magari perché siete qui oggi. Ci servirà anche per il laboratorio che faremo più avanti.
(Seguono gli interventi delle/gli partecipanti, riportati sinteticamente qui di seguito per rendere l’atmosfera del laboratorio):
– Giovanni: sono di Reggio Emilia, genitore di quattro figli… e il più “anziano”, diciamo così!
– Gianpiero: vengo da Bologna, sono genitore anche io, ho due figli.
– Roberto: sono di Livorno, padre di tre figli.
– Claudio: da Roma.
– Michele: è la mia prima volta qui, sento il bisogno di ritrovare una guida.
– Cristina: vengo da Rimini, sono mamma e nonna. Sono qui per capire cosa può finalmente dire la Chiesa sull’eros in maniera completa e inclusiva.
– Letizia: da Firenze, partecipo al gruppo Kairos. Come spesso accade, sono una delle poche donne non eterosessuali presenti.
– Connor: americano, ma vivo a Roma da diversi anni. Sono membro della Chiesa anglicana episcopale e mi occupo di studi ecumenici.
– Luca ed Elena: da Imola e Reggio Emilia. Elena è madre di tre figli e frequenta questo ambiente anche per uno dei suoi figli.
– Valeria: di Bari, mamma di una figlia (detto in pugliese “figghia”, che rende meglio!).
– Antonio De Caro: siciliano “ormai”.
La Scrittura e l’Eros: un cammino da riscoprire
Ovviamente, non siamo qui per stravolgere la Scrittura. Tutt’altro. Siamo qui per lasciarci provocare da essa, per scoprire cosa ha da dirci sulle grandi domande che toccano l’eros, la sessualità, la dimensione affettiva dell’essere umano. Perché – anche se spesso ci sembra un argomento assente o secondario – la Scrittura affronta queste tematiche, e lo fa in modo sorprendentemente originale, soprattutto se consideriamo il contesto culturale e storico in cui è nata.
Il nostro percorso oggi sarà diviso in tre momenti:
- Una prima parte introduttiva, in cui proveremo a smontare alcune idee che ci portiamo dietro, offrendo nuove chiavi di lettura. Sarà un passaggio anche un po’ tecnico, ma semplice e chiaro, per mettere ordine in alcuni concetti di fondo.
- Poi passeremo al lavoro di gruppo, divisi in quattro sottogruppi. Lavoreremo su quattro testi biblici: tre tratti dall’Antico Testamento e uno dal Nuovo. E lo faremo, spero, in modo originale.
- Infine, nella terza parte, tireremo le fila per immaginare prospettive pastorali: non solo in relazione alla pastorale LGBT, ma anche rispetto a un approccio più ampio, più vitale, più rinnovato alla Scrittura.
Vorrei partire con un’immagine: noi a volte trattiamo la Bibbia come se fosse il foglietto illustrativo di un farmaco. Sapete, il bugiardino… apri la scatola della Tachipirina e trovi scritto che tra gli effetti collaterali ci sono l’ictus, l’infarto, una serie di cose spaventose. E allora ti chiedi: “Ma davvero il paracetamolo è così pericoloso?”
Allo stesso modo, leggiamo la Scrittura, troviamo un versetto che ci disturba o ci scandalizza, e pensiamo: “Allora ho sbagliato fede?”. Ma la Bibbia non è un bugiardino, e non lo è neppure per ciò che riguarda la sessualità e l’affettività.
Una storia dentro la Storia
La Scrittura racconta il cammino di un popolo che, poco a poco, cerca di comprendere chi è il suo Dio. Questo è fondamentale. Non possiamo pensare che l’autore del libro della Genesi, per esempio, fosse lì a prendere appunti in diretta su quello che Dio faceva.
I racconti della creazione – su cui rifletteremo – non sono cronache dal vivo, né trascrizioni divine cadute dall’alto. Sono espressione della fede di uomini e donne che, in un dato momento storico e culturale, hanno provato a dire: “Di Dio ho capito questo”. E hanno scritto ciò che intuivano, con i loro limiti, le loro convinzioni, il loro linguaggio.
Noi crediamo che, in quella storia umana, si sia intrecciata una storia più grande: quella di Dio. Ma è un intreccio graduale, non magico. La Scrittura è rivelazione, sì, ma dentro un cammino.
Sessualità e distinzione dall’idolatria
La Bibbia, però, non affronta in modo sistematico le questioni legate alla sessualità. Non lo fa come farebbe un manuale di etica o un trattato. Perché? Perché gli autori biblici – soprattutto nell’Antico Testamento – avevano un obiettivo chiaro: distinguersi dal mondo pagano.
Il popolo di Israele voleva affermare con forza: “Noi non siamo come loro. Noi abbiamo un Dio diverso”. Conoscevano bene le divinità pagane come Zeus, che tradiva la moglie, scendeva tra gli umani, faceva figli con donne mortali.
Tutta questa dimensione, per Israele, era inaccettabile. E allora reagisce: non sistematizza la sessualità, ma elenca quelli che definisce to’ebah, cioè “abomini”, comportamenti considerati impuri, perché tipici dei popoli pagani. Ma questo cosa ci dice oggi?
Il contesto conta: Levitico e… i crostacei
Facciamo un esempio concreto, spesso usato anche contro le persone LGBT+. Il Levitico 18 dice chiaramente: “Non avrai rapporti con un uomo come si hanno con una donna: è un abominio (to’ebah)”. Ma pochi versetti prima lo stesso termine to’ebah viene usato per dire che non si devono mangiare i crostacei.
Allora viene da chiedersi: perché abbiamo fatto nostra la proibizione dei rapporti tra uomini, ma non quella dei frutti di mare?
La risposta è che, nel tempo, la comunità dei credenti ha capito che alcune norme erano legate a valori che non riconosciamo più come vincolanti. Ad esempio: la sacralità del sangue, il senso del puro e dell’impuro, il rapporto con la vita. Tutti elementi importantissimi per Israele, ma non più centrali per noi.
Pensate: c’è scritto che una donna dopo il parto doveva essere purificata prima di tornare alla vita comunitaria. Perché? Perché aveva toccato qualcosa di profondamente sacro – la vita – e come Mosè che doveva coprirsi il volto dopo aver visto Dio, anche lei aveva bisogno di un tempo per “rientrare” nella quotidianità.
Quando la norma non custodisce più il valore
Le norme dovrebbero custodire valori. Ti dico che non puoi bere più di tot se guidi, non perché voglio controllare quanto bevi, ma perché voglio strade più sicure.
Ma se quella norma non custodisce più il valore originario, se è diventata solo un involucro vuoto… allora va ripensata.
Lo stesso vale per molte norme della Scrittura: se oggi non riconosciamo più il valore che custodivano, o se quel valore si esprime in modo diverso, allora forse è il tempo di tornare al cuore, al senso profondo.
Per esempio: quante tra le donne cattoliche oggi vanno a messa col velo? Nessuna, o pochissime. Eppure un tempo era un segno di pudore importantissimo. Le cose cambiano, i segni cambiano.
Quando le norme non parlano più al cuore
Col tempo, alcune norme contenute nella Scrittura hanno perso il legame con il valore che intendevano custodire. E quando questo legame si spezza, la norma smette di parlare. Ve ne faccio un esempio, apparentemente lontano dal tema dell’eros, ma utile per capirci: pensate al terzo comandamento, “Ricordati del sabato per santificarlo”. Oggi lo abbiamo tradotto con “Devi andare a messa la domenica”. Ma come siamo passati dal sabato ebraico alla domenica cristiana? E da “santifica il sabato” a “non mancare alla messa”?
Il senso originario di quella norma era un altro: ricordati che Dio c’è e tu non sei Dio. Fermati. Riconosci che il lavoro non è tutto. Soprattutto in una società contadina, fermarsi significava riconoscere che la terra, i raccolti, la vita stessa, sono doni di Dio. E allora, più che insistere sull’obbligo della messa domenicale, forse oggi dovremmo chiederci: sappiamo ancora fermarci? Riusciamo a riscoprire il valore del riposo, della gratuità, della riconoscenza?
Lo stesso vale per altri comandamenti. Prendiamo il sesto: “Non commettere adulterio”, che poi è stato trasformato in “Non commettere atti impuri”. Ma cosa vuol dire davvero? Di quale impurità stiamo parlando? Anche qui serve tornare all’intenzione profonda del testo.
Il linguaggio della Genesi: domande di senso
I racconti dell’Antico Testamento, in particolare i primi capitoli della Genesi, rispondono a domande fondamentali: Chi siamo? Da dove veniamo? Perché siamo uomini e donne?
Sono domande che l’essere umano si è sempre posto. E che, nella preghiera, ha provato a elaborare con i mezzi culturali a sua disposizione. Non conosceva il DNA, i cromosomi XX o XY… ma intuiva che nella differenza tra maschile e femminile c’era qualcosa di profondo.
Eppure, proprio su questo, l’Antico Testamento presenta un’ambivalenza interessante: da un lato è chiaramente patriarcale – sarebbe ingenuo negarlo. Ma dall’altro contiene semi preziosi di eguaglianza e dignità reciproca. La nostra misoginia, quella che abbiamo ereditato nel cristianesimo, non viene dall’ebraismo, ma dall’incontro col pensiero greco, in particolare con Aristotele.
È lì che, attraverso la traduzione in greco della Bibbia ebraica, alcuni termini hanno preso un significato che nell’originale non avevano. Ma non vi spoilero tutto: un brano in particolare lo vedremo nei laboratori!
La sessualità come strumento sociale
Un altro elemento importante: nella Scrittura, la sessualità ha spesso una funzione di mantenimento dell’ordine sociale. Questo ci spiega, ad esempio, perché l’adulterio fosse punito con la morte. Esso, infatti, era visto non solo come peccato religioso, ma anche come origine di possibili disordini sociali: confusione nelle discendenze, instabilità nei legami familiari, problemi di eredità.
Era un modo per dire: “Quella donna è mia, non la puoi toccare”. Era una questione di controllo, di paternità certa, di legittimità della discendenza. E questo ci deve far riflettere: è davvero questo che oggi intendiamo per etica dell’eros?
Noi oggi abbiamo dato al matrimonio e alla sessualità uno spessore relazionale, affettivo, teologico ben diverso. Ma allora come leggere questi testi?
Gesù e la sessualità: una rivoluzione silenziosa
Nei Vangeli, Gesù non mostra un interesse diretto per la sessualità. Non dice quasi nulla. E no, non è vero che “non c’erano omosessuali” ai suoi tempi. Esistevano forme culturali e sociali diverse, certo. Ma erano lì. Gesù e Paolo non hanno mai incontrato coppie omosessuali nel senso moderno, che chiedevano di vivere una relazione stabile e condivisa.
Nel mondo greco-romano, la sessualità omosessuale era legata a pratiche come la ierodulia (prostituzione sacra) o la pederastia (rapporto tra adulto e adolescente). I romani stessi guardavano con sospetto a queste cose, che chiamavano mos graecus, il “costume greco”. Per loro, un uomo libero poteva avere rapporti omosessuali, purché avesse il ruolo attivo e l’altro fosse uno schiavo o un subordinato. Ma guai a invertire i ruoli: chi trasgrediva era punito.
Immaginate Paolo, che annuncia un Vangelo in cui “non c’è più né schiavo né libero, né uomo né donna” (cf. Gal 3,28): si trova di fronte a schiavi che subiscono violenze sessuali dai loro padroni. Come poteva non parlare?
E Gesù? Anche lui non si è sposato. Ma attenzione: non perché il celibato fosse un valore! Al tempo non lo era affatto. Se i discepoli avessero voluto presentare Gesù sotto una luce “onorevole”, avrebbero detto che era sposato. Il fatto che non l’abbiano fatto è segno che qualcosa ha messo in crisi anche loro.
Il celibato, come valore ecclesiale, arriva molto più tardi: dal XIII secolo in poi. Anche per motivi pratici – ad esempio, evitare la trasmissione ereditaria dei beni – e solo dopo per motivi di “sacralità”.
Un’etica del cuore
L’etica di Gesù non si concentra sugli atti, ma sulle intenzioni. Non si ferma all’adulterio in sé, ma arriva a dire che chi guarda con desiderio ha già commesso adulterio nel cuore.
Gesù guarda dentro, al movente del cuore, non solo all’azione esterna. Questo è rivoluzionario. E, sì, anche molto più esigente.
Lo vediamo nel suo rapporto con le donne: pensate a Maria di Magdala. Avete visto il film Maria Maddalena? Non è un film “da Vangelo”, ma racconta bene la fatica di una donna che vuole seguire Gesù in un tempo in cui le donne non erano accettate come discepole. Gesù ribalta tutto: sceglie i suoi discepoli, anche donne. Una cosa inedita e scandalosa per l’epoca.
E Paolo?
Paolo – su cui abbiamo già detto qualcosa – è stato molto importante nella formazione dell’etica sessuale cristiana. Ma attenzione: non tutto ciò che leggiamo nelle lettere a lui attribuite è suo. Alcune lettere sono della sua scuola, della sua comunità.
Ecco perché, per esempio, troviamo affermazioni contraddittorie sulle donne, sul velo, sul parlare in assemblea. In alcuni testi, le donne non possono profetizzare; in altri, possono farlo a patto di portare il velo. La Scrittura è un corpo vivo, in tensione, che va letto nel suo contesto.
Leggere la Scrittura con occhi nuovi
Spesso leggiamo la Scrittura senza considerare il contesto in cui è nata e la proiettiamo direttamente sulla nostra realtà. Per esempio, quel passo di Paolo sulle donne e il velo: c’è stato un tempo in cui si diceva che le donne dovevano coprirsi il capo perché così dimostravano pudore e rispetto. Ma un giorno qualche esegeta si è svegliato e ha chiesto: “Ma scusate, se Paolo dice che le donne profetizzano… allora potevano parlare, potevano profetizzare. Il problema, quindi, non era se potevano, ma come farlo.”
Forse quel velo, nel contesto di allora, era semplicemente un segno culturale di decoro, come dire oggi: “Per favore, non venite in topless in chiesa.” Lo racconto anche con un esempio un po’ buffo: una volta, durante una festa patronale, ho visto entrare in chiesa un uomo in slip arancione fosforescente. Ora, io sono accogliente, ma lì ho solo pensato: “No, questo no.” Forse Paolo voleva semplicemente dire: “Quando partecipi alla liturgia, vestiti in modo rispettoso.” È un invito al senso del luogo, non un regolamento eterno.
Laboratorio: quattro brani per decostruire e ricostruire
A questo punto, abbiamo avviato il lavoro di gruppo su quattro testi biblici, ciascuno accompagnato da un breve commento esegetico. I brani erano:
- Genesi 1,26-31 – La creazione dell’uomo e della donna
- Cantico dei Cantici – Un inno all’amore, al desiderio, alla bellezza
- 1 Samuele – L’amicizia intensa e affettuosa tra Davide e Gionata
- Giovanni 12 – L’unzione di Betania, gesto sensuale e scandaloso
Il metodo era semplice: leggere il brano, riflettere sul commento, poi rispondere a una domanda chiave: “In che modo questa lettura esegetica cambia il mio modo di leggere questo brano biblico?”
Ad esempio, nel caso della Genesi, molti hanno scoperto che il testo ebraico non dice “maschio e femmina”, ma “maschile e femminile”: non sono due sostantivi biologici, ma due qualità, due dimensioni del vivere umano. E questo cambia tutto: ci apre alla relazionalità, alla pluralità dell’umano, al fatto che non esistiamo da soli ma siamo sempre in relazione.
Ne è nato un confronto ricco, profondo. Qualche spunto dai gruppi:
Gruppo su Genesi 1
Con l’aiuto del commento di Martin Lintner, abbiamo riflettuto sul significato del passaggio da “maschio e femmina” a “maschile e femminile”. È un passaggio liberante: non si parla più di due identità fisse e biologiche, ma di dimensioni che possono abitare ogni persona.
Questo ci ha portati a porci domande importanti:
- Che tipo di fecondità è evocata qui?
- Cosa implica che Dio non abbia connotazione sessuale?
- Perché il testo dice “facciamo l’uomo” (plurale) e poi torna al singolare?
La conclusione è che l’essere umano nasce in relazione, non come individuo isolato. La relazione è il dato originario, non il punto d’arrivo.
Gruppo sul Cantico dei Cantici
Abbiamo riconosciuto che il Cantico è un inno all’amore e al desiderio, ma non solo nel contesto matrimoniale. Ci racconta una relazione affettiva libera, che va oltre il vincolo della procreazione. È un testo che rompe gli schemi.
Questo ci ha portati a riflettere su:
- Come la Chiesa ha letto e a volte censurato il desiderio, soprattutto omosessuale;
- Come anche nel celibato e nella vita consacrata si può vivere una dimensione affettiva profonda, senza essere “neutri”;
- La necessità di riconoscere come autentici anche gli affetti che non sono finalizzati alla procreazione, ma alla reciprocità e alla tenerezza.
Gruppo su Davide e Gionata
Un testo toccante, quasi scandaloso per la tenerezza che trasmette. Davide e Gionata si abbracciano, si baciano, piangono insieme. Un amore che, pur non esplicitamente sessuale, ha una intensità affettiva fortissima, di cui non si ha paura.
Ci siamo chiesti:
- Perché abbiamo smesso di considerare i maschi capaci di emozioni così profonde?
- Chi ha deciso che piangere, toccarsi, dirsi “ti voglio bene” fosse solo da donne?
Davide e Gionata sovvertono le gerarchie: Gionata è il principe, ma cede a Davide i simboli del potere. Non sono uguali, ma lo diventano. È un testo che ci parla di eguaglianza, libertà, e amicizia come forma di salvezza.
Gruppo su Giovanni 12 – L’unzione di Betania
Questo testo ci mette davanti a un gesto che unisce corpo, olio, profumo, carezza, lacrime. È scandaloso, sensuale. Ma è anche un gesto di amore gratuito, profetico, che Gesù accoglie con dignità.
Abbiamo notato:
- Come il corpo abbia un ruolo centrale, e come questo venga rivalutato nel Vangelo;
- Che il desiderio e l’amore non sono sempre codificabili in categorie morali;
- Che la fede autentica passa per l’esperienza sensibile, concreta, anche erotica.
Prima di concludere
Quello che abbiamo cercato di fare oggi è stato leggere la Scrittura non come un codice morale, ma come un cammino. Un racconto della ricerca di Dio dentro la storia umana, fatta di corpi, di affetti, di desideri, di relazioni.
“Perché nella tenerezza degli affetti, nelle relazioni che liberano, anche l’Eros può diventare luogo di rivelazione.” , come scrivo nel mio libro Si può vivere senza eros? (Edizioni Messaggero), l’eros non è solo pulsione, ma forza che mette in movimento, che spinge all’incontro, che apre alla vita.
Quanta ricchezza rivela la Sacra Scrittura quando viene letta a partire da noi, partendo da qui, da questa nostra esperienza?
Ora cercherò di fare sintesi. Dalla vostra riflessione è emerso chiaramente che il corpo, nel racconto dell’unzione di Betania, è al centro della scena. Gesù è in relazione, e il peccato – se così si può dire – non è qualcosa che ha a che fare col corpo. Anzi. In quel testo non c’è una condanna esplicita del gesto di quella donna. Lei entra, rompe l’alabastro, unge i piedi di Gesù e li asciuga con i suoi capelli: gesti profondamente corporei, sensuali, potremmo dire anche erotici. Eppure Gesù accoglie. L’unica voce dissonante è quella di Giuda, che si scandalizza per lo “spreco”.
E allora il punto non è tanto la condanna, ma piuttosto la fatica a cogliere la centralità dell’esperienza affettiva e sensoriale. Abbiamo riflettuto su quanto sia importante toccare ed essere toccati: l’amore si esprime attraverso l’esperienza, attraverso i sensi. Non può esserci separazione tra corpo e spirito. Questo emerge sin dall’infanzia: un bambino abbracciato, toccato con affetto, sarà un bambino più sereno. Abbiamo tutti bisogno di esprimere amore con i sensi: con il tatto, l’abbraccio, il bacio, la voce, i profumi… l’amore ha bisogno di questi linguaggi.
E Gesù questo lo accoglie. Accoglie i gesti e le persone, così come sono. Accoglie il modo in cui ciascuno riesce ad amare. Ed è questo che ci parla.
Mi collego al valore aggiunto che la Scrittura può offrirci quando la leggiamo da una prospettiva queer. Mi spiego: la teologia queer nasce come diramazione della teologia della liberazione, che ha una lunga storia alle spalle. Entrambe ci offrono un modo di leggere la Scrittura a partire dalla vita, dalla realtà degli esclusi, dei poveri, di chi si trova ai margini. Ed è lì che l’annuncio di Gesù si fa più autentico, più profondo, più liberante. Forse è per questo che queste letture ci fanno respirare. Perché ci portano al cuore dell’annuncio evangelico: la liberazione.
Certo, non sono le uniche possibili. La Scrittura è ricca, offre tanti livelli di lettura. Ma la prospettiva degli ultimi ci aiuta ad andare al centro del Vangelo.
Ora, qualche spunto per continuare a riflettere sull’eros nella Bibbia. Lo dico subito: nella Scrittura non troveremo norme eterne e universali da applicare automaticamente oggi alla sessualità. Sarebbe un tradimento del testo sacro.
Prendiamo Paolo: nei capitoli 5 e 7 della prima lettera ai Corinzi affronta il tema del corpo e della sessualità, ma lo fa perché risponde a un caso specifico – un uomo che convive con la moglie del padre. Paolo parte da un fatto concreto del suo tempo, non da una teoria astratta. E noi dobbiamo rispettare la Scrittura riconoscendone questo respiro.
Ci sono due elementi fondamentali da cogliere:
- Il nucleo essenziale della Scrittura, che è Gesù e il suo amore incondizionato per tutte e tutti, in particolare per gli esclusi. È questo che diventa la chiave per leggere tutto, anche l’eros.
- Il metodo della Scrittura: affrontare le situazioni partendo dalle storie, dai vissuti concreti. E da lì fare discernimento.
Per esempio, il racconto della creazione in Genesi. Non possiamo leggerlo come un manifesto dell’alterità binaria tra maschio e femmina. Sarebbe un’operazione forzata. Il testo ci parla piuttosto della relazione. L’essere umano è creato in relazione: “Facciamo l’essere umano”. Quel “facciamo” – che alcuni, forse osando un po’, interpretano come riferimento alla Trinità – potrebbe anche essere letto come un coinvolgimento dell’umano nel processo stesso della creazione. Dio crea con l’essere umano, che è chiamato a costruire insieme il mondo, il Regno.
E ancora: quella distinzione tra maschile e femminile – che non è necessariamente una dicotomia – ci parla di reciprocità, di prendersi cura l’uno dell’altro. Non serve prenderla come base per escludere altre forme di identità o orientamento. Anzi, forse ci dice proprio che una relazione è biblicamente benedetta se è fondata sulla cura.
Oggi ci troviamo davanti a un cambio di paradigma. Stiamo scoprendo e vivendo una visione nuova della sessualità, che non possiamo più pensare nei soli termini di uomo-donna, matrimonio, figli. Quel modello non è più l’unico. Ma ciò che resta valido è questo: ogni relazione sessuale dovrebbe essere basata sul prendersi cura, non sul dominio.
Nel Cantico dei Cantici, la protagonista è la donna. È lei a guidare il desiderio, a cercare, a parlare. E in quel poema troviamo più volti femminili, quasi a indicare la ricchezza e la complessità del femminile. È un testo profondamente corporeo, pieno di desiderio, di bellezza, di passione. E non ha nessuna pretesa di normare o regolare. È solo amore. Un amore che cerca, che si dona, che si lascia trovare. Anche qui, la tradizione ha visto l’impronta di Dio in questo amore umano.
Certo, la religione – come ha detto anche Marx, e forse non aveva tutti i torti – è stata spesso usata come strumento per tenere buoni i sudditi. Ci sono testi antichi di teologia morale che fanno sorridere, come quelli che consigliavano di mettere carta vetrata nei guanti degli adolescenti per evitare la masturbazione. O altri che ritenevano più grave masturbarsi che stuprare, perché lo stupro – almeno – era “aperto alla vita”. Comprendete quanto queste visioni fossero distorte.
La storia tra Davide e Gionata, se letta in parallelo con quella tra Davide e Betsabea, rivela due concezioni opposte dell’eros. In un caso c’è possesso, dominio, abuso. Nell’altro c’è tenerezza, reciprocità, affetto profondo. Non possiamo proiettare lì l’idea moderna di relazione omosessuale, ma possiamo cogliere che esisteva una varietà di legami affettivi. E che ciò che contava non era l’orientamento, ma la qualità della relazione.
Anche l’episodio dell’unzione di Betania – come dicevate – è pienamente erotico. Se per eros intendiamo passione, sensualità, coinvolgimento, lì c’è tutto. Una donna entra, scioglie i capelli – cosa proibita in pubblico – e compie un gesto di amore totale verso Gesù. E Gesù accoglie. Accoglie quel gesto, quel corpo, quel profumo, quella femminilità senza filtri.
Gesù ha amato anche così, con passione. Non con distacco. Non con freddezza. Il cristianesimo, invece, spesso si è lasciato influenzare da filosofie che disprezzavano il corpo, come il neoplatonismo o lo stoicismo. E abbiamo perso una ricchezza straordinaria. Gesù tocca, accarezza, guarda negli occhi, accompagna, abbraccia. È un amore incarnato.
Tre cose per chiudere:
- Aiutiamo le nuove generazioni a riscoprire il messaggio positivo della Bibbia sulla sessualità. Non è un tabù, ma un dono.
- Liberiamo l’eros dalla marginalità a cui l’abbiamo relegato nella vita cristiana. Non possiamo pensare di diventare santi ignorando il nostro corpo sessuato.
- Riconosciamo che per fare una buona teologia morale dobbiamo partire dall’ascolto. Non da idee astratte, ma dai vissuti concreti delle persone. È da lì che nasce ogni riflessione etica credibile.
Grazie.
*Roberto MASSARO, presbitero della diocesi di Conversano-Monopoli (Bari), ha conseguito la licenza e il dottorato in teologia morale presso l’Accademia Alfonsiana di Roma e la laurea magistrale in scienze filosofiche presso l’Università del Salento. Già rettore del Seminario vescovile della sua diocesi è docente di teologia morale e bioetica presso l’Istituto teologico Regina Apuliae della Facoltà teologica pugliese. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: L’etica della cura. Un terreno comune per un’etica pubblica condivisa (Roma 2016); con P. Contini Smartlife. Identità e relazioni al tempo della rete (2018); con G. Del Missier e P. Contini, Per il bene possibile della coppia. Sessualità, dilemmi etici e vita reale (2019); Si può vivere senza eros? La dimensione erotica dell’agire umano (2021); Possiamo ancora educare? Educazione morale e mondo giovanile (2024).
> Gli altri interventi tenuti all’incontro “PIETRE D’ANGOLO” (Firenze, 5 aprile 2025)

