L’inizio del mio percorso di madre a fianco dei cristiani LGBT+
Testo di Alessandra Maria Starace tratto dal libro Pasci le mie pecore. Il viaggio che non ti aspetti al fianco dei cristiani LGBT+, edito da La tenda di Gionata nel novembre 2025
L’inizio del mio percorso al fianco dei cristiani LGBT+ risale a quattro anni fa quando una coincidenza, o anche “Dioincidenza” come la chiama il mio amico Paolo Spina – biondissimo ragazzo gay, fine teologo di strada, anatomopatologo con pupazzetto di Kuromi fisso sul microscopio e fan dei disegni di mia figlia –, mi ha fatto imbattere nel simbolo del portale dell’associazione (vattelo a guardare e dimmi se non è un tepee!).
A onor del vero, stavo spulciando su Google alla ricerca del simbolo di una tenda indiana.Il fatto è che adoro scribacchiare storie sui nativi americani e sottoporle non solo alle case editrici ma anche ai più temibili giudici che possano esistere sulla faccia della Terra: mia figlia e i miei alunni.

In poche parole, e per farla breve, quel simbolo nero e arancione ben stilizzato mi ha attratto e non ho potuto fare a meno di cliccarci sopra. Ma nel mondo che mi si è aperto sullo schermo non si parlava della deportazione da est a ovest del Mississippi della Nazione Cherokee, e nemmeno di Lakota che cavalcano liberi nelle praterie alla ricerca dei bisonti, finché l’arrivo della ferrovia non li fa scendere dai cavalli e accettare le razioni alimentari ammuffite del governo dei bianchi.
Nella Tenda di Gionata scopro un altro mondo, un popolo altrettanto fiero e resiliente in cui dei genitori scrivono a Papa Francesco chiedendogli di ascoltare le loro esperienze e di accogliere i loro figli; e poi una costellazione di ragazzi e ragazze che testimoniano la loro vita reclamando il diritto alla fede. In poche parole trovo un mondo affascinante, accogliente verso chiunque, edificato sull’amore.
Ma questo mondo d’amore – come forse potrebbe accadere a tanti – all’inizio mi è sembrato francamente superfluo.
«Ma dai! Figurati se c’è bisogno di un’associazione per cristiani LGBT+! Siamo tutti parte della Chiesa, no? Dovrebbe essere scontato!» Però il simbolo mi piace… quasi quasi lo copio per usarlo nel mio post sui Cherokee…
Morale della favola: di simbolo ne trovo un altro più calzante ai miei intenti ma, nei giorni a seguire, comincio ad andare sempre più spesso negli archivi della Tenda, a leggere le testimonianze di ragazzi e genitori sul loro vissuto e i loro percorsi nella vita e nella Chiesa.
Quel portale (gionata.org), di cui all’inizio ho snobbato la stessa ragion d’essere, è ora lo scrigno sul fondo dell’oceano in cui mi affaccio volentieri e sempre più spesso: leggo ogni sorta di testimonianza, trangugio informazioni sulle condizioni di vita dei cristiani LGBT+ in Paesi del mondo come la Siria o il Sudamerica e mi approccio con cautela alla realtà delle persone trans, di cui capisco poco e niente.
Comincio a riflettere su molte delle mie convinzioni: qualcuna l’ho mantenuta, ma la maggior parte di esse subiscono una vera e propria metamorfosi. La svolta avviene quando, dopo mesi che li perseguito con i miei click, mi decido a scrivere alla segreteria (de La Tenda di Gionata).
Il mio messaggio suona pressappoco così: Non so perché vi scriva o perché senta il bisogno di prendere contatti con voi, visto che non c’entro niente col mondo LGBT+; sono cattolica e quello che fate mi sembra bellissimo, un esempio di coraggio e fede autentica. Basta: sentivo di dovervi far sapere questo. Ciao.
Gli ho scritto che con loro non c’entro niente e non sapevo perché gli stavo scrivendo, però ho scritto lo stesso. Quando si dice la coerenza… Qualche giorno dopo mi arriva una email di Beatrice, la stoica segretaria de la Tenda; mi ringrazia per averli contattati (davvero?) e mi chiede se voglio saperne di più di quel che fanno. Perché no? Beatrice mi sta già simpatica.
Ci scambiamo i numeri di telefono e cominciamo a mandarci messaggi e a chiacchierare: lei ha due figli giovanotti di cui il minore gay; io, all’epoca, una bimba di nove anni che ama disegnare e suonare il pianoforte e scopro che anche suo figlio Lorenzo è un pianista. Comincio a mandarle foto dei disegni di Mara e lei quelli dei suoi figli.
Siamo negli anni del Covid: io ho perso mio padre e ora sto perdendo mia madre e mio zio, entrambi per complicazioni al cuore che la malattia fa deflagrare; cerco in tutti i modi di mantenere viva la mia fede ma mi sembra un’impresa titanica, ho bisogno di una mano. Vado a messa e sgrano in solitudine il rosario mentre passeggio per i boschi, ma non basta.
Beatrice mi manda un link, ed è così che entro nella Casa di Cornelio, un gruppo di preghiera online. Partecipo alla compieta la mattina e la sera: la mattina si riuniscono, di solito, i genitori, la sera i ragazzi e le ragazze LGBT+. Io prego per le loro famiglie e loro per la mia. Poi, dopo aver pregato, si inizia a chiacchierare: ci si confronta e, talvolta e se possibile, ci si organizza anche per vedersi.
Nella Casa di Cornelio c’è un’umanità che mi ricorda l’insalata di rinforzo di Natale: ingredienti apparentemente incompatibili che, presi nell’insieme, regalano al palato un sapore unico. A casa mia il Natale non era Natale se non c’era quell’indovinatissimo mischiume di cavolo, aceto, olive e “papaccelle”.
Mi sento davvero a mio agio: coppie di sposi etero e LGBT+ di tutte le età e poi preti, biblisti, una diacona, cantanti, un ragazzo di Roma talmente carismatico quando prega che non riesci a staccare gli occhi da quella parte di schermo…
È un’esperienza di comunità in cui la preghiera, la spiritualità, la dimensione umana e l’ironia s’intrecciano con naturalezza; quest’atmosfera mi aiuta, mi accompagna e custodisce la mia fede durante la perdita di diversi membri della mia famiglia. Alcuni di questi ragazzi si prendono addirittura cura e sostengono la mia famiglia quando io giro per l’Italia come una trottola per occuparmi di mia madre e di mio zio, negli ultimi giorni di vita; diventano quell’ancora a cui mi aggrappo mentre la burrasca dei lutti mi travolge.
Alcuni di loro affrontano sorti analoghe alla mia e la solitudine in cui precipitano rende le cose davvero difficili. Ci stringiamo gli uni agli altri; nella maggior parte dei casi non c’è neanche bisogno di parlare o piangere, preghiamo e basta. Non ho mai sentito Cristo così vicino a me come quando sono con loro. La Chiesa del margine diventa la mia Chiesa, anche se – come avevo sottolineato nel mio primo messaggio alla segreteria – non sono una persona LGBT+.
Ed ecco che, col passare del tempo, una riflessione fa capolino: ho una figlia di nove anni. Di chi s’innamorerà, un domani? Quale identità svilupperà? E poi si aggiunge il ricordo delle parole di mio padre quando mi raccontava le storie dei nativi americani: ce n’era una in cui un capo tribù, durante una brutta guerra, si veste da ragazza prima di intonare i canti sacri, per ingannare gli Spiriti e farsi ascoltare: «Presso molte popolazioni il berdachismo era non solo accettato, ma ritenuto sacro.
Esistevano, per alcune tribù, tanti generi quante erano le persone o, come dicevano loro, le stelle del cielo. In alcune lingue, come il cherokee, non esiste nemmeno il maschile e il femminile: i nomi cambiano a seconda che ci si riferisca a esseri vivi o morti.»
Ma allora, siamo proprio sicuri che io con loro non c’entro?

