L’Odissea, l’ospitalità e i cattolici LGBTQ+
Articolo di Maxwell Kuzma* pubblicato sul sito di Outreach (USA) il 14 agosto 2026, tradotto liberamente da Luigi e Valeria de La Tenda di Gionata.
Ognuno di noi, prima o poi, ha sperimentato cosa significa essere uno straniero. A volte capita durante un viaggio in un luogo del quale non si parla la lingua né si comprendono le usanze. Più spesso, però, accade in contesti più ordinari: quando ci ritroviamo in un incontro in cui non conosciamo nessuno, entriamo in un nuovo ambiente di lavoro o incontriamo persone sconosciute alla cassa. Nel nostro mondo interconnesso digitalmente, anche il significato stesso di “straniero” è diventato più complesso. Con un semplice tocco del dito, possiamo entrare in contatto con le vite di persone a migliaia di chilometri di distanza, possiamo vedere i loro volti, le loro case, le loro famiglie, i loro successi e le loro tragedie in tempo reale. Mai come in questa epoca è stato possibile entrare in contatto con persone che non conosciamo.
Per i cristiani, l’obbligo morale nei confronti delle persone straniere è chiaro. Il modo in cui le accogliamo rivela che tipo di persone – e che tipo di comunità – siamo. Gesù si identifica ripetutamente con lo straniero e insiste sull’amore per il prossimo, anche quando quel prossimo è un nemico o un emarginato sociale. Le persone LGBTQ sanno bene cosa significa essere trattate come “strane” dalle nostre famiglie, dalle nostre parrocchie o dalle comunità in cui eravamo inseriti inizialmente, scoprendo al contempo nuove comunità in cui noi stessi abbiamo imparato ad accogliere gli altri.
Questo è uno dei motivi per cui l’Odissea di Omero continua a risuonare così profondamente nei cuori delle persone LGBTQ cattoliche. Al di là della sua nota storia di ritorno a casa, l’epopea analizza in profondità la figura dello straniero: chi lo accoglie, chi lo respinge e cosa rivelano tali reazioni sulle comunità che lo accolgono. Il nuovo adattamento di Christopher Nolan offre l’opportunità di riconsiderare queste antiche domande attraverso un punto di vista contemporaneo.
A prima vista, l’Odissea è un’epopea sul ritorno a casa. Odisseo torna a Itaca dopo vent’anni di guerra e vagabondaggi, sperando di riottenere la sua famiglia, il suo regno e il suo posto nel mondo che si era lasciato alle spalle. Eppure, la traduttrice Emily Wilson richiama l’attenzione su una questione più profonda che si cela dietro questa narrazione del ritorno che conosciamo tutti: il punto non è semplicemente se Odisseo riuscirà a ritrovare la strada di casa, ma se le persone sapranno accogliere coloro che arrivano senza potere, senza status e senza certezze.
Il contesto valoriale del poema è strutturato in gran parte attorno all’ospitalità. L’antico concetto greco di xenia — il rapporto sacro tra ospite e ospitante — stabilisce degli obblighi nei confronti dello straniero prima ancora che se ne conoscano l’identità o le intenzioni. Fornire cibo, riparo e protezione viene prima dell’interrogatorio su chi si è e da dove si provenga. Questo obbligo non era semplicemente una convenzione sociale. Lo straniero era sotto la protezione di Zeus, custode degli ospiti e degli stranieri. Maltrattare la persona straniera, quindi, non significava semplicemente violare le regole di buona educazione; significava violare un ordine morale sancito dagli dei.
In tutta l’Odissea, l’ospitalità diventa una prova dell’indole più profonda dei personaggi. Il trattamento riservato dal Ciclope a Ulisse e ai suoi compagni rappresenta un grottesco rifiuto della xenia, mentre gli abusi dei pretendenti nei confronti della famiglia di Ulisse dimostrano analogamente la loro attitudine morale. La questione non è mai solo se lo straniero meriti l’ospitalità. Il poema di Omero si interroga continuamente su cosa riveli dell’ospitante la sua reazione nei confronti dello straniero.
In modo molto simile, la tradizione cristiana è profondamente attenta alle persone straniere. Le Scritture ebraiche comandano a Israele di trattare lo straniero che vive in mezzo a loro «come un cittadino tra voi» e di amare lo straniero come se stessi (Lv 19,33–34). Nel Vangelo di Matteo Gesù dichiara: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35), identificando il trattamento riservato alle persone ritenute estranee e vulnerabili con quello riservato a Cristo stesso. La Lettera agli Ebrei esorta i cristiani a non trascurare l’ospitalità, poiché alcuni hanno «ospitato angeli senza saperlo» (Eb 13,2). La parabola del Buon Samaritano offre un altro ribaltamento: l’estraneo diventa il prossimo perché sceglie di mostrare misericordia.
Il cristianesimo trasforma quindi l’ospitalità da obbligo sociale a un comportamento profondamente basato sulla teologia. Lo straniero non è semplicemente qualcuno che dovremmo tollerare. Accogliere e amare lo straniero è uno dei modi più autentici e profondi in cui possiamo incontrare Cristo.
Le persone LGBTQ cattoliche hanno motivi particolari per prendere sul serio questo insegnamento. Molti cattolici queer e transgender hanno sperimentato direttamente cosa voglia dire trovarsi sulla soglia di una comunità che li ha formati, chiedendosi se saranno accolti con amore o respinti con vergogna dopo il coming out.
Spesso non siamo affatto estranei al cattolicesimo; ci troviamo però a vivere il doloroso paradosso di essere trattati come estranei all’interno della nostra stessa tradizione di fede. Eppure, c’è una intrinseca contraddizione tra l’affermare di accogliere le persone e, allo stesso tempo, il considerare una parte essenziale della loro identità come motivo di esclusione.
Tale conflitto influenza anche il modo in cui potremmo interpretare il dibattito in corso sull’adattamento cinematografico di Nolan. Quando Elon Musk ha criticato la scelta nel film dell’attrice nera Lupita Nyong’o e dell’attore transgender Elliot Page, la polemica si è rapidamente trasformata in una discussione sull’autenticità storica, la rappresentazione culturale e la salvaguardia della “civiltà occidentale”. Tuttavia, considerare il poema di Omero come se fosse una reliquia culturale immutabile significa non conoscere la storia del poema stesso e ignorare la natura simbolica di una storia che vede protagonisti Zeus, Atena e altri personaggi mitologici.
Come osserva Wilson, l’Odissea era già di per sé un’opera di adattamento, che ridefiniva tradizioni mitiche più antiche attraverso la tecnologia relativamente nuova della scrittura. Per quasi 3.000 anni, le generazioni successive hanno ereditato Omero interpretandolo e trasformandolo di volta in volta. Virgilio, Dante, James Joyce, Derek Walcott, Margaret Atwood, Madeline Miller, Wilson e ora Nolan partecipano tutti a questa tradizione che non si interrompe mai. Il poema è sopravvissuto perché i suoi temi trovano eco in nuovi sguardi e nuove prospettive.
L’affermazione della Chiesa sulla dignità umana parte dalla convinzione che ogni persona porti in sé l’imago Dei, l’immagine di Dio. Papa Francesco ha ripetutamente posto l’incontro con le persone emarginate al centro dei suoi scritti e della sua pratica pastorale, mentre Papa Leone XIV ha a sua volta più volte sottolineato la dignità universale della persona umana. La persona straniera, quindi, diventa un dono.
Per noi LGBTQ credenti, questa potrebbe essere una delle lezioni più importanti che possiamo trarre dall’Odissea. Avendo sperimentato cosa significhi essere considerati “strani”, possiamo riconoscere più facilmente sia la dignità che il dono dello straniero. La “stranezza”, dopotutto, è una questione di prospettiva; la persona che appare estranea o minacciosa a una comunità può essere amata e apprezzata da un’altra. Cristo mette in discussione proprio questo modo limitato di vedere le cose, chiamandoci a riconoscere la dignità di ogni persona nella visione più ampia dell’amore divino.
Il poema di Omero continua a resistere nel tempo perché pone domande alle quali nessuna generazione ha ancora dato una risposta definitiva. Chi appartiene a questa comunità? Chi è benvenuto? Quali obblighi abbiamo nei confronti di chi bussa alla nostra porta? E cosa rivela di noi la nostra risposta?
Per i cristiani, e in particolare per i cattolici LGBTQ, la risposta è in definitiva inscindibile dal Vangelo: riconosciamo la dignità dello straniero perché crediamo che Dio sia già lì. La domanda, quindi, non è semplicemente se ci sia posto a tavola. È piuttosto che tipo di persone diventiamo quando facciamo spazio a tutti.
* Maxwell Kuzma è un uomo transgender e cattolico da sempre, che si batte per l’inclusione delle persone LGBTQ nella Chiesa e scrive dei doni specifici delle persone queer e della bellezza della diversità nel creato. È stato citato dal New York Times e dall’Associated Press in merito alle notizie provenienti dal Vaticano relative alle persone transgender.
Testo originale: The Odyssey, hospitality and LGBTQ Catholics

