L’omobitransfobia in Svizzera e la storia di Sara, una ragazza trans
Testimonianza* letta nella Veglia di Preghiera per il superamento dell’omobitransfobia tenuta dal gruppo Laporta aperta nella Chiesa Evangelica Riformata di Lugano (Svizzera) il 22 maggio 2025
In questi giorni abbiamo letto e sentito un po’ di tutto sull’opportunità di pregare questa sera. In particolare siamo stati colpiti dal fatto che molte persone considerino l’omobitransfobia come un falso problema, una sorta di artificio retorico per fare un qualche tipo di propaganda. Magari è utile ricordare per cosa siamo qui questa sera.
Alcune organizzazioni attive nel monitoraggio sui crimini d’odio (come Transgender Network Switzerland, l’Organizzazione svizzera delle lesbiche e Pink Cross) hanno recentemente comunicato che nel 2024 sono stati registrati dalla LGBTIQ Helpline un totale di ben 309 casi. In media 6 a settimana. Dal 2020, le segnalazioni sono quintuplicate e riguardano aggressioni fisiche, violenze verbali, molestie sessuali e discriminazioni nel contesto lavorativo, nelle istituzioni pubbliche e nel settore sanitario.
Questi sono solo gli episodi segnalati. È impossibile dire quanti altri se ne siano realmente verificati. E parliamo della democratica ed evoluta Svizzera, non di uno dei più di 60 Paesi dove l’omosessualità (insieme a qualsiasi altro orientamento o identità di genere non conforme) è illegale e viene punita con carcere, percosse, torture e persino la morte.
Sembra evidente quindi che l’omobitransfobia sia in effetti un prodotto legittimato, strutturato e reiterato della cultura del disprezzo, insieme ad altri fenomeni come, ad esempio, la violenza di genere contro le donne (per la quale forse sarebbe anche il momento di pensare a veglie di preghiera a cadenza regolare).
In questa occasione abbiamo pensato che sarebbe potuto essere utile portarvi una testimonianza. La persona che dovrebbe raccontarla non può più farlo. La sua voce è stata spenta, ma forse possiamo prestarle la nostra*:
A inizio aprile, in un ospedale di Medellín, è morta una donna trans di 32 anni. La sua agonia era cominciata il giorno prima, nel quartiere Playa Rica di Bello, ad Antioquia, quando un gruppo di aggressori l’ha brutalmente picchiata, fratturandole braccia e gambe, prima di gettarla viva in un torrente. Mentre lottava per respirare, i passanti non hanno alzato un dito per aiutarla. Hanno invece filmato la scena e condiviso il video online. È stata lasciata annegare. E, prima ancora, è stata uccisa da una cultura che rende spettacolo il dolore delle persone trans.
“Mamita, me voy a morir”. Queste le ultime parole sussurrate a sua madre. Un addio che racchiude tutta la solitudine e la brutalità che ha subito. Il suo corpo martoriato non ha potuto essere mostrato neppure al funerale, celebrato l’8 aprile con la bara chiusa. Quel giorno, però, centinaia di persone si sono radunate per onorarla, ricordarla e gridare la propria rabbia. C’erano rossetti, cartelli, lacrime e preghiere. E c’erano parole di verità, anche dall’altare: “La sua identità non era una provocazione, ma una realtà. Il rispetto non è una concessione, ma un diritto”.
Lei era molto più del volto di una tragedia. Era ostinazione, dolcezza e fede. Era la “ragazza più bella del quartiere di Bello”, come l’ha definita sua madre. Era riuscita a completare gli studi nel 2019 e sognava di diventare estetista, di aprire un salone tutto suo. Aveva fede, e la coltivava ogni giorno, con preghiere scritte a penna e baciate col rossetto rosa. Pregava per sé, per i santi, pregava di non morire. Sapeva che la morte poteva arrivare. Ma voleva vivere.
La sua morte è l’emblema di una violenza sistemica e normalizzata in Colombia. Solo nei primi mesi del 2025, almeno 25 persone LGBTQIA+ sono state uccise nel Paese, tra cui 15 persone trans e anche un cittadino italiano, che ha fatto notizia anche qui per la brutalità della sua morte. Nel 2024, l’Ufficio del Difensore civico ha gestito 258 casi di violenza transfobica, ma la risposta delle istituzioni resta debole e spesso disumanizzante. Lo dimostra anche il fatto che nei comunicati ufficiali dopo la sua morte, alcune autorità abbiano usato il suo nome maschile. Un’ulteriore violenza, inflitta con freddezza burocratica.
“Oggi è toccato a lei, domani potrebbe toccare a chiunque”, ha detto lo zio durante il funerale. Non deve essere dimenticata. Né da chi l’ha conosciuta, né da chi ha solo guardato quel video senza fare nulla. Perché ricordarla oggi è l’unico modo per costruire un domani diverso.
Si chiamava Sara Millerey González Borja, è stata uccisa perché era una trans.
È stata uccisa perché era una donna.
* Testimonianza tratta e rielaborata da varie notizie e articoli, in particolare da https://www.gay.it/sara-millerey-gonzalez-borja-omicidio di Fancesca De Feo
> Liturgia della Veglia per il superamento dell’omotransfobia 2025 di Lugano (file pdf)
> Tutte le città dove si veglierà a maggio/giugno 2025 per il superamento dell’omotransbifobia


