“L’omosessualità dei nostri figli non ha distrutto la nostra fede: l’ha fatta fiorire”. Dalla veglia di Albano Laziale








Testimonianza di Francesca e Paolo, una coppia di genitori cattolici con due figli LGBT+, tenuta sabato 16 maggio 2026 nella parrocchia Santa Maria della Stella di Albano Laziale (Roma), durante la Veglia di preghiera per il superamento dell’omotransbifobia organizzata dalla Diocesi suburbicaria di Albano in collaborazione con La Tenda di Gionata ed il supporto del Festival della Comunicazione “Custodire voci e volti umani” (11–24 maggio 2026). Foto della Veglia di Luca Alessandro concesse da Firefly Produzioni*
Francesca: La nostra storia inizia trentadue anni fa, quando io e Paolo decidiamo di sposarci. Eravamo due giovani cresciuti nella stessa parrocchia milanese, figli di genitori appartenenti a gruppi familiari parrocchiali, giovani impegnati per anni come catechisti ed educatori, con anni di formazione come coppia cattolica che sognava una famiglia sul modello della chiesa domestica.
Prima di sposarci ci eravamo promessi un’alleanza fondata sulla fecondità. La stessa lettura del nostro matrimonio, tratta dal Vangelo di Giovanni, diceva: «Andate e portate frutto, e il vostro frutto rimanga». Questo è stato, in qualche modo, il nostro motto per tanti anni.
Abbiamo avuto il dono di una grande fertilità e, nel giro di dieci anni, sono nati sei figli. Una grande gioia e una promessa. Per noi era davvero il sogno di una terra promessa.
Abbiamo immaginato il meglio per i nostri figli e avevamo le nostre aspettative su di loro. È in questa cornice che, dieci anni fa, arriva il coming out di nostra figlia Chiara.
Paolo: Una decina d’anni fa, in un momento indimenticabile, sul lettone, Chiara, la nostra seconda figlia, chiamando a supporto la sorella maggiore, confida alla mamma il suo essere omosessuale. Successivamente arrivo anch’io. Adesso sono passati dieci anni e tanto è cambiato, tanto siamo cambiati.
All’inizio è stato smarrimento, terremoto, crisi, anche senso di difficoltà e di solitudine. Non ci sentivamo di poterne parlare con i familiari e con la nostra comunità parrocchiale.
Faccio un salto a come è ora la situazione, perché adesso ricordiamo quel momento come la festa della fiducia: della fiducia reciproca di nostra figlia nei nostri confronti e dell’inizio del nostro cambiamento. Lei non è cambiata: lei era ciò che è. Siamo noi che abbiamo iniziato a cambiare.
È stato l’imprevisto accolto.
Noi ci siamo dati da fare, perché eravamo davvero molto messi sottosopra da questa novità. Abbiamo voluto conoscere, incontrare, capire, parlare, ascoltare, leggere. Era un mondo nuovo, ma non era un mondo di teoria, non era una teoria, non era un’ideologia gender: era una persona in carne e ossa. Era nostra figlia. Era Chiara, in quel momento. E ovviamente le volevamo bene esattamente come prima.
In quei primi momenti difficili, anche di smarrimento, ci ha aiutato qualche buon consiglio. In particolare quello di un sacerdote — noi siamo di Milano — che forse molti di voi conoscono, don Aristide Fumagalli. Ci ha suggerito di guardare ai gruppi cristiani LGBT+ della nostra città e di provare a frequentarli, se volevamo fare un’esperienza viva del Vangelo e della Chiesa.
Così abbiamo iniziato a frequentare Il Granello di Senape. Da lì l’esperienza si è allargata: abbiamo conosciuto La Tenda di Gionata, la Rete 3VolteGenitori, gli incontri di Albano Laziale.
Devo dire che noi siamo cambiati. Siamo cambiati come persone, singolarmente; siamo cambiati come coppia; siamo cambiati come genitori. È cambiata in meglio la nostra fede, il mio rapporto con Dio.
Frequentando questi gruppi abbiamo scoperto una comunità viva e gioiosa. Gioiosa nel celebrare l’Eucaristia, come a volte ci si dimentica che si possa fare: come se l’Eucaristia fosse ancora davvero la cena di Gesù con i suoi amici, un incontro gioioso, senza guardare l’orologio, un po’ come stasera.
Quello che sembrava un salto nel buio, una disgrazia, nel tempo si è rivelato — e ci è voluto tanto tempo, non poco, per fare questo passaggio — un dono, un tempo di grazia, addirittura una fioritura inaspettata. Non è merito mio, non è merito nostro, perché noi non abbiamo piantato quel seme nel cuore di nostra figlia.
Anni dopo anche il nostro quinto figlio, Gabriele, ci ha confidato di essere omosessuale. La strada ormai era aperta, per cui per Gabriele è stata una passeggiata e per noi non è stato affatto difficile.
Noi possiamo vedere e testimoniare i frutti di un amore diverso da quello che immaginavamo in base alle nostre vedute e alle nostre aspettative di prima.
Io, in particolare, ho sempre pensato, dopo averlo sperimentato, che il dono della paternità, di ogni paternità, tutte e sei le volte, mi allargasse il cuore più di quanto pensassi di poter contenere. Ogni volta mi trovavo stupito e sorpreso di poter accogliere e voler bene a un altro figlio.
Ecco, il dono della rivelazione dell’omosessualità di nostra figlia e poi di nostro figlio ha fatto la stessa cosa: ha continuato ad allargare i confini, ormai solo teorici, della nostra, della mia capacità di amare.
Vediamo l’azione dello Spirito, vediamo i suoi frutti belli, originali, abbondanti, là dove io non li ho seminati. È un po’ la bellezza della primavera, che mi stupisce e mi commuove ogni anno, quando vedo nascere cose belle là dove non le vedevo, là dove io non ho nessun merito.
Si potrebbe andare avanti tantissimo, ma finisco. Adesso ricordo le mie barriere e i miei timori con un sorriso un po’ autoironico. Addirittura mi sono scoperto partecipe entusiasta del Pride, come non avrei mai pensato: una festa di tutte le diversità, una festa di tutti, di tutti noi, accomunati semplicemente dall’essere figli amati.
Francesca: Volevo riassumere un po’ la nostra storia. È stata, se vogliamo usare la metafora del seme che è stata tracciata oggi, come un seme piantato nella terra, che deve per forza morire per poi dare frutto, per germogliare.
Anche noi siamo passati attraverso questa morte del seme: lo stare nel buio, nella fatica, nel nascondimento, lo spaccarsi del seme nel dolore, provato in certe circostanze, per poi germogliare prima timidamente, attraverso qualche primo segnale, le prime vicinanze, anche in questi momenti di Albano, che sono stati i primi germogli.
Adesso, a distanza di anni, possiamo dire che questa esperienza è stata una vera benedizione. Se non avessimo avuto questa occasione attraverso i nostri figli, probabilmente non saremmo mai riusciti a vedere questa realtà e a conoscerla da vicino.
Avvicinarci alla realtà di questo mondo LGBT è diventato per noi una benedizione: la conoscenza di un Dio che si incarnava in questa nostra storia inedita di genitori.
Non erano più le nostre aspettative, tutto quello che avevamo sognato, la promessa, la famosa terra promessa sognata. Era invece questo assaporare giorno per giorno la rivelazione di esperienze nuove, arricchenti e inaspettate; quello che vediamo intorno a noi, le testimonianze che raccogliamo anche in questi giorni, e che ci fanno intravedere davvero una terra promessa diversa, ma sicuramente più bella di quella che avevamo sognato per i nostri figli.
Oggi, infine, mi trovo anche ad accogliere l’invito che è stato detto: «Non temere». È il Signore che ci dice: «Non temere». Quel “non temere” dell’inizio, e quindi l’aver superato quella paura iniziale, oggi mi fa sentire chiamata per nome, ci fa sentire chiamati per nome.
Io, in particolare, mi sono sentita chiamata ancora una volta a una nuova vocazione. In questo caso è stata una vocazione professionale. Dopo l’esperienza con i figli, dopo aver smesso di lavorare per anni, ho ripreso studiando psicoterapia e oggi faccio la psicoterapeuta.
Per me è stata questa nuova scoperta: dopo aver dato alla luce i miei figli, dopo averli fatti nascere e aver dato loro vita, nel momento in cui li abbiamo riconosciuti come sono, come figli LGBT, oggi mi trovo a essere, per la terza volta — come dice un po’ la nostra rete, 3VolteGenitori — genitore di altri figli.
Sono i ragazzi che arrivano chiedendo aiuto, spesso sofferenti, perché magari non sono riconosciuti, accettati e accolti nelle loro famiglie.
E questa è la nostra esperienza.
* Scatti tratti dal girato realizzato durante la Veglia di preghiera per il superamento dell’omotransbifobia dalla diocesi di Albano, che confluirà in un documentario, in corso di realizzazione, curato dal regista Luca Alessandro per Firefly Produzioni. Un documentario che intende raccontare i percorsi di dialogo avviati tra alcune diocesi italiane e le persone LGBTQ+ credenti, insieme alle loro famiglie. Attraverso testimonianze, momenti di vita quotidiana e storie personali, sarà un documentario che darà voce a operatori pastorali, genitori cattolici che hanno vissuto il coming out dei figli e a credenti LGBTQ+ in cammino tra fede, ascolto e inclusione. Luca Alessandro, regista documentarista e titolare di Firefly Produzioni, è autore de “Il Terrorista nella Testa”, documentario dedicato al disturbo ossessivo compulsivo, attualmente distribuito da TV2000 e in precedenza da Rai Cinema, con passaggi su Rai 2 e RaiPlay. Il suo lavoro si concentra su tematiche sociali e di forte impatto umano, con l’obiettivo di raccontare storie autentiche, spesso poco esplorate dai media.

