L’urlo di Tamar e quello di tutte le donne violate che non vengono ascoltate
A volte fai tutto “nel modo giusto” ma a volte non serve a niente, se chi ti sta vicino non sa ascoltarti. È quello che accade a Tamar, in 2 Samuele 13, una ragazza che fa tutto come si deve. Ma proprio tutto.
È figlia del re Davide, quindi cresce in un mondo dove le parole contano, le leggi pure, e le apparenze sono fondamentali. Non è ingenua, non è muta, non è “una comparsa”. Tamar sa parlare. E il testo ce lo fa vedere bene.
Amnon, il fratellastro, la chiama con una scusa da manuale: “Lascia che Tamar venga a prepararmi da mangiare”» (2 Samuele 13).
Tamar va. Perché, banalmente, fidarsi in famiglia dovrebbe essere normale. E invece qui la famiglia è la trappola.
Poi Amnon passa al livello successivo: «Vieni a letto con me, sorella mia» (2 Samuele 13). Tamar non resta zitta. Non si congela. Non “accetta”. Risponde.
E qui Tamar fa una cosa che, letta con gli occhi di tante donne, è quasi dolorosa per quanto è lucida. Lei prova tutte le chiavi che il mondo le ha insegnato:
La chiave morale: «No, fratello mio, non farmi violenza: questo non si fa in Israele» (2 Samuele 13).
La chiave sociale: «Non commettere questa infamia» (2 Samuele 13).
La chiave legale e personale: «Io, dove potrei andare con il mio disonore?» (2 Samuele 13).
La chiave relazionale e politica: «Parlane piuttosto al re: egli non mi rifiuterà a te» (2 Samuele 13).
Cioè: Tamar non sta improvvisando. Sta cercando di salvarsi con l’unica cosa che ha davvero in mano: la parola. E la parola, qui, viene trattata come un rumore di fondo. Spoiler: non serve a niente.
«Ma egli non volle ascoltarla: fu più forte di lei e la violentò» (2 Samuele 13).
Il testo biblico non gioca con le ambiguità. È violenza sessuale. Non “seduzione”, non “passione”, non un “errore”. È violenza.
E subito dopo succede una cosa che, se non fosse tragica, sarebbe grottesca: «Amnon concepì verso di lei un odio grandissimo» (2 Samuele 13). Quello che prima “voleva” diventa all’improvviso qualcosa che vuole allontanare: «Alzati, vattene!» le dice (2 Samuele 13).
Tamar gli fa notare una cosa chiarissima: «Cacciarmi fuori è un male peggiore dell’altro che mi hai fatto» (2 Samuele 13).
Cioè il peccato, per chi detiene potere, non è la violenza ma il peccato è che resti traccia di ciò che ha fatto.
A quel punto Tamar non ha più “argomenti”. Non perché non ne avrebbe, ma perché capisce che non è più tempo di discussioni perché quello che ha subito è un abuso.
«Tamar si sparse cenere sul capo, si strappò la veste variopinta e se ne andava gridando» (2 Samuele 13). Quando la parola viene ignorata, resta il corpo. Resta il gesto. Resta il grido.
Davide: “si arrabbiò molto” (e finisce lì)
Il re Davide è padre di Tamar. È l’uomo potente che potrebbe fare giustizia. «Il re Davide seppe tutte queste cose e ne fu molto adirato» (2 Samuele 13). Stop. Fine dell’azione.
Una rabbia intensa, probabilmente anche sincerissima… però immobile. Un sentimento senza conseguenze. Ed è qui che le teologhe Barbara Thiede e Johanna Stiebert* mettono il dito nella piaga: il silenzio del potere è una forma di complicità strutturale.
Quando chi può agire non agisce, il messaggio è chiarissimo: la violenza può succedere, e il sistema regge lo stesso (Thiede – Stiebert, 2025).
Assalonne: “non dirlo”
Assalonne, fratello di Tamar, almeno reagisce. Ma la sua reazione è: «Taci, sorella mia, non prenderti a cuore questa cosa» (2 Samuele 13). Forse pensa di proteggerla. Ma l’effetto è lo stesso: Tamar viene spinta nel posto dove finiscono le storie scomode, fuori campo.
«Tamar rimase desolata in casa di suo fratello Assalonne» (2 Samuele 13). Una parola che mostra non solo la tristezza di Tamara, ma la devastazione e l’isolamento impotente che vive.
Il finale è che il dramma non è solo la violenza, è quello che succede dopo. La violenza che lascia il posto alla vergogna. Non “come stai?”, ma “non dirlo”. Non “giustizia”, ma “copriamo”.
Una voce che viene ascoltata
Tamar ha parlato nel modo migliore possibile. Eppure nessuno «volle ascoltarla» (2 Samuele 13). Quando parli e non cambia nulla, impari che parlare è inutile.
La giustizia non arriva. Nessun tribunale, nessuna parola che dica “questo è male”. Il testo costringe chi legge a scegliere: o ti normalizzi, o ti schieri (Thiede – Stiebert, 2025). Tamar sparisce.
La storia va avanti senza di lei. La vittima diventa una nota a margine. E allora che cosa facciamo noi, lettori di questo terribile brano biblico? Se il testo non “chiude” la storia, significa che la chiusura la dobbiamo mettere noi.
Non possiamo leggete Tamar come una lezione. Non dobbiamo spostate l’attenzione sull’abusante o sul potente. Non dobbiamo trasformate il silenzio in spiritualità. Ma dobbiamo tenere aperta questa storia e ascoltare il suo grido di giustizia, che è già un atto di giustizia.
E allora la frase finale che ci porta dal testo alla vita è che: “La violenza distrugge un corpo, ma il silenzio distrugge il diritto di essere creduti”.
A noi tutti e tutte il dovere di spezzare il silenzio che ancora circonda la violenza sulle donne, per non essere ancora una volta complici.
* Thiede Barbara e Johanna Stiebert, Feminism, Bible, Texts and Terror – A Feminist Reflection (Femminismo, Bibbia, testi e terrore – Una riflessione femminista) in Feminist Encounters: A Journal of Critical Studies in Culture and Politics, vol. 9, n. 1, marzo 2025.

