Ma con papa Leone non cambia nulla?
Riflessioni di Massimo Battaglio
Devo confessare che non riesco a dare tutti i torti a papa Leone. Un po’ dev’essere per via che sono stato abituato a non dare troppo peso alle parole dei Papi. Sono cresciuto ai tempi di Wojtyla ed ero già grande negli anni di Ratzinger. Se avessi dovuto perdere la pazienza (e la fede) ogni volta che sentenziavano qualcosa di contrario alle mie idee… per carità!
Ma un po’ è proprio che non credo una Chiesa cattolica in cui il pensiero e l’azione dei cristiani discendono dalle dichiarazioni del pontefice. Credo che la Chiesa, assemblea di Dio tra il suo Popolo, non possa che nascere dal basso. Senza popolo non c’è Chiesa. E il Papa senza Chiesa può dire tutto quel che vuole ma…
D’altra parte però, un Papa non può nemmeno fare da supplente nei momenti in cui i cristiani sembrano pensare poco e agire ancora meno, quando si riducono a fedeli da tastiera (nemmeno più da messa domenicale ma da domenica passata a scrivere “amen” sotto i post di facebook), quando il loro contributo di esaurisce in qualche commento a frasi pontificie.
Questa volta in particolare, penso che molte delle parole proferite da Leone XIV a proposito di questione LGBT+ abbiano un fondo di buon senso. Come al solito, vanno esaminate e pesate una a una in versione autentica, non distorte secondo il comodo dei titolisti dei giornali. Proviamo a fare questo esercizio, a partire dal testo del libro intervista recentemente uscito a firma di Elise Ann Allen.
Prima proposizione: “tutti sono invitati”.
… “quello che sto cercando di dire è ciò che Francesco ha detto molto chiaramente quando diceva: todos, todos, todos. Tutti sono invitati, ma non invito una persona perché ha o non ha una specifica identità. Invito una persona perché è un figlio o una figlia di Dio. Siete tutti benvenuti, e impariamo a conoscerci e a rispettarci a vicenda”.
Trovo interessante l’uso del termine “invitati” al posto dello stucchevole “accolti” che purtroppo va tuttora di moda. Quest’ultimo mi fa sempre pensare a una pletora di poveretti che bussano incessantemente alla porta supplicando: “per favore, fate entrare anche noi; io sono un ottimo catechista, lui sa suonare l’organo”. E dall’altra parte esce il buon prete che risponde: “entrate amici e sedete a tavola con noi; le regole sono queste: si mettono le pattine e si promette di non fare mai più sesso”.
“Invitare” è già diverso: vuol dire non solo che la porta è aperta ma che, dentro, c’è qualcuno che desidera che la si varchi. E la decisione se varcarla o meno non spetta a lui ma proprio all’invitato, il quale può anche porre qualche condizione – ad esempio “prima delle otto non posso; vengo volentieri ma solo può venire anche il mio compagno” – o portare qualcosa di buono.
“If you wanna be my lover, you gotta get with my friends”, cantavano le Spice Girl.
D’altra parte, siamo invitati in quanto figli di Dio, mica in quanto figli della serva, e nemmeno perché abbiamo una specifica identità. L’ha detto il Papa!
Seconda proposizione: la questione LGBTQ è polarizzante.
“Lo confesso, è qualcosa che mi resta sempre in fondo alla mente, perché, come abbiamo visto al sinodo, ogni tema che tocca le persone LGBTQ è altamente polarizzante all’interno della chiesa” ha detto Leone. “Per ora, visto ciò che ho già cercato di dimostrare e vivere come stile del mio essere papa in questo tempo della storia, sto cercando di non continuare a polarizzare o a promuovere polarizzazione nella chiesa”.
La questione LGBT+ è “polarizzante”? Temo proprio di sì. Temo, anzi, sono certo, che in questo momento, molti sarebbero pronti ad alzare pericolose barricate al minimo cenno di apertura. Sottolineo: pericolose.
Per esempio, dopo le nostre giornate giubilari, si sono registrate reazioni da non prendere sotto gamba. E non parlo dei media ultra-catto o delle sentenze estemporanee del card. Mueller. Parlo di segnali arrivati da organizzazioni conservatrici ben più temibili. Non riporto i nomi perché è gente dalla querela facile, oltre che dalle amicizie trumpiane. Cito però qualche passaggio della “supplica filiale e apprensiva” che hanno inviato il 15 settembre scorso a papa Leone in persona.
“ci eravamo già rivolti a Papa Francesco (…) per denunciare l’alleanza di potenti organizzazioni, forze politiche e mezzi di comunicazione che promuovevano la cosiddetta “ideologia di genere”. Tale ideologia fungeva da sigillo per una rivoluzione sessuale che favoriva costumi contrari alla legge naturale e divina. (…) constatavamo un generale disorientamento tra i cattolici, “causato dall’eventualità che in seno alla Chiesa si apra una breccia tale da permettere l’adulterio (…) e perfino una virtuale accettazione delle unioni omosessuali”
“Con grande dolore nell’anima, dobbiamo constatare che, lungi dall’accogliere quella giusta richiesta del gregge, il predecessore di Vostra Santità (…) aggravò ancor più la situazione (…) con dichiarazioni e gesti che legittimarono le unioni civili omosessuali, culminando con le “benedizioni pastorali” autorizzate in (…) Fiducia Supplicans”
“In questo contesto di offensiva aperta per forzare l’accettazione delle unioni omosessuali, è stato particolarmente scioccante vedere che, sotto il pretesto di ottenere indulgenze giubilari, si sia offerta, a gruppi che professano apertamente tali errori, un’occasione di grande visibilità. Si è permesso che entrassero in processione, portando una croce arcobaleno, nella Basilica di San Pietro”.
E avanti di questo passo. L’organizzazione che ha scritto queste belle cose usa volutamente termini come “confusione” o “disorientamento tra i cattolici” per dichiarare da che parte sta. Sono infatti i termini che Lefebvre e il card. Ottaviani ripetevano continuamente per ostacolare i lavori del Concilio Vaticano II e la sua attuazione. Praticamente sono una minaccia di scisma. E, dato che chi le proferisce ha ramificazioni in tutto il mondo e legami con la destra americana che oggi sta santificando Kirk per distrarci dal genocidio di Gaza, sono parole a cui stare attenti.
Ora: non è che al primo che passa, anche se potente, ci si debba spaventare e arrendere. Ma magari affinare le armi. E infatti andiamo alla terza proposizione.
Terza proposizione: cambiamenti dottrinali o di atteggiamento.
“La gente vuole che la dottrina della Chiesa cambi, vuole che gli atteggiamenti cambino. Penso che dobbiamo cambiare gli atteggiamenti prima ancora di pensare di cambiare ciò che la Chiesa dice su una determinata questione. Trovo altamente improbabile, certamente nel prossimo futuro, che la dottrina della Chiesa, in termini di ciò che la Chiesa insegna sulla sessualità, ciò che la Chiesa insegna sul matrimonio, cambi”
Non riesco a leggere queste frasi come una dichiarazione di intenti quanto piuttosto come una dolorosa constatazione. Leone, personalmente, non avrebbe probabilmente nulla in contrario. D’altra parte, è il primo Papa a usare l’acronimo LGBTQ. Esprime però forti dubbi che, nell’attuale situazione sociale, culturale e soprattutto geopolitica, un avanzamento dottrinale sia possibile.
E non posso dargli torto. Abbiamo già visto le barricate degli africani che, benché in forte minoranza, ai tempi di Fiducia Supplicans si fecero sentire fino a costringere il Prefetto alla Dottrina della Fede a emettere circolari che segnavano di fatto un passo indietro. Oggi sarebbe peggio.
La dico tutta: temo che la reazione che si solleverebbe di fronte a una revisione del Catechismo genererebbe un’ondata di omofobia mai vista; una vera e propria carneficina.
Una riforma dottrinale è necessaria ma va preparata. Occorre prima debellare ogni forma di omofobia e di discriminazione. Occorre reclamare provvedimenti seri dalla politica e dai Governi, prima che dai vertici della Chiesa. Solo quando i cittadini e le famiglie LGBT+ saranno pienamente visibili e adeguatamente protetti sarà possibile che il popolo di Dio si accorga della loro sostanziale eguaglianza e del valore positivo delle loro differenze.
Certo, anche la Chiesa cattolica stessa deve avere un ruolo in questo processo. Deve ricordarsi innanzitutto di quella frase che pure sta nel Catechismo:
“[le persone omosessuali] devono essere accolte con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione”.
Ciò si concretizza per esempio nel non mettersi di traverso alle leggi contro l’omofobia ma, al contrario, nel caldeggiarle. Si realizza nel non escludere nessuno da ruoli di alcun genere (e non penso tanto agli animatori dell’oratorio quanto agli insegnanti delle scuole cattoliche, ai medici, agli infermieri). Si verifica impedendo ai preti, dopo aver dato loro un’adeguata formazione, di pronunciare discorsi assurdi magari dai pulpiti.
Esempi di “cambiamento degli atteggiamenti”, si possono fare all’infinito. Non ultimi sono quelli necessari nei confronti dei Paesi terzi. Non è infatti giusto inviare loro aiuti economici quando si sa che quegli aiuti finiranno per finanziare politiche discriminanti o iniziative di supplenza sociale rispetto a governi omofobi. La scusa del “colonialismo culturale” non ha più senso. Non è “colonialismo” il pretendere che si allineino ai diritti umani.
Quarta proposizione: famiglia/famiglie.
“Ho già parlato di matrimonio, come ha fatto Papa Francesco (…), di una famiglia composta da un uomo e una donna in un impegno solenne, benedetti nel sacramento del matrimonio. Ma anche solo dirlo, capisco che alcuni lo prenderanno male”.
Qui, caro papa Leone, non ti seguo. Sono uno di quelli che la prendono male. E sono certo che, quando in tutto il mondo le coppie e le famiglie LGBT+ godranno di tutti i diritti di quelle “tradizionali”, anche tu ti accorgerai che non c’è tra loro alcuna differenza e che non possono che essere tutte definite allo stesso modo, cioè, appunto, col termine “famiglia”.
Tutto ciò premesso, potrei avere torto. Potrebbe addirittura aver ragione gay.it quando titola: “Papa Leone XIV mostra il volto reazionario su LGBT e abusi sessuali; parole da reazionario, dietro front su qualsiasi apertura di Papa Francesco“.
Ma allora torno all’inizio: non sono le parole di un Papa a fermare la storia del popolo di Dio.

