Marciamo al Pride per costruire ponti, non nuove esclusioni. Lettera aperta dei Cristiani LGBT+ di Sicilia
Lettera aperta del Gruppo Cristiani LGBT+ Sicilia, diffusa in occasione del Pride di Catania, giugno 2026.
Abbiamo letto con attenzione il documento politico diffuso in occasione del Pride di Catania. Lo abbiamo letto come persone LGBTQIA+, come credenti, come cristiane e cristiani, come cittadine e cittadini che abitano la Sicilia, le sue comunità, le sue contraddizioni e le sue ferite.
Lo abbiamo letto senza indifferenza. Perché sappiamo che certi testi non nascono nel vuoto. Dietro parole dure, immagini provocatorie, affermazioni radicali ci sono spesso storie di esclusione, umiliazione, solitudine e rifiuto.
Ci sono corpi feriti, coscienze giudicate, famiglie non riconosciute, persone che hanno sentito pronunciare il nome di Dio contro la propria vita e contro la propria storia.
Questa rabbia, dunque, va ascoltata. Sarebbe troppo facile liquidarla come semplice provocazione o come ostilità ideologica. Una parte di essa nasce da esperienze reali, e anche dalla responsabilità delle Chiese, e in particolare della Chiesa cattolica, quando non ha saputo custodire, accompagnare e riconoscere.
Nasce da parole pastorali usate come pietre, da silenzi colpevoli davanti alla discriminazione, da percorsi ecclesiali in cui molte persone LGBTQIA+ hanno imparato a sentirsi tollerate solo a condizione di restare invisibili.
Su questo, come cristiani e cristiane LGBTQIA+, non vogliamo sottrarci a un esame di coscienza. La Chiesa deve interrogarsi seriamente su quanto dolore abbia prodotto quando ha confuso l’annuncio del Vangelo con il controllo delle vite, la custodia della verità con la paura della complessità, la morale con il giudizio sulle persone.
Deve chiedersi quante volte abbia parlato delle persone LGBTQIA+ senza ascoltarle, quante volte abbia discusso dei loro corpi, dei loro affetti e delle loro famiglie senza guardarne i volti.
Questa responsabilità esiste. Negarla sarebbe ingiusto.
Ma riconoscere le ferite non significa accettare ogni forma in cui la ferita decide di esprimersi. Comprendere la rabbia non significa rinunciare al pensiero critico.
Proprio perché prendiamo sul serio il dolore che attraversa le nostre comunità, sentiamo il dovere di dire con chiarezza che alcune affermazioni contenute nel documento politico del Catania Pride risultano profondamente semplificatorie e incoerenti con la stessa intersezionalità che si dichiara di voler difendere.
Quando si identifica la religione con l’oppressione, il cristianesimo con l’omologazione, la fede con la superstizione, Dio con il potere, si compie una riduzione grave: si cancella la pluralità delle esperienze delle persone credenti; si ignora l’esistenza di persone LGBTQIA+ che vivono la fede non come una catena, ma come sorgente di libertà, responsabilità e desiderio di giustizia; si rimuove una parte reale della comunità LGBTQIA+, quella delle persone credenti.
Noi esistiamo.
Esistono persone lesbiche gay, bisessuali, trans, queer, intersex, asessuali, non binarie, che pregano, che leggono il Vangelo, che partecipano alla vita delle comunità, che servono nelle parrocchie, che custodiscono tradizioni popolari, che si interrogano, soffrono, restano, che cambiano la Chiesa dall’interno e che, proprio a partire dalla fede, lottano contro ogni forma di esclusione.
Dire che la religione è solo un fatto privato significa non comprendere che la fede orienta l’agire pubblico di molte persone, e non potrebbe essere altrimenti.
Se una persona cristiana sceglie di accogliere i migranti perché riconosce Cristo nello straniero, se rifiuta il giustizialismo perché crede nella conversione e nel perdono, se difende i poveri perché vede la loro dignità oltre il profitto, quella fede ha conseguenze sociali. Non chiede di imporsi come legge dello Stato, ma nemmeno può essere espulsa dallo spazio pubblico, come se fosse una vergogna da nascondere, un crimine da espiare o una mancanza da colmare.
Una società laica non è una società senza religione. Una società laica è una società in cui nessuna religione domina sulle altre, nessuna visione del mondo pretende di diventare obbligo per tutti, nessuna coscienza viene schiacciata da un potere confessionale o ideologico. La laicità è convivenza plurale, il laicismo, invece, omologa e rimuove ogni espressione religiosa dallo spazio comune. Anche questo è un gesto di esclusione.
Per questo ci sembra incoerente invocare l’intersezionalità e poi ignorare l’intersezione tra identità LGBTQIA+ e religiosità. L’intersezionalità non può funzionare solo quando conferma le appartenenze previste da un certo immaginario politico o da un certo orizzonte ideologico. Deve valere anche quando incontra soggettività scomode, ibride, non allineate: persone queer e cattoliche, credenti e critiche, praticanti e ferite, ecclesiali e libere.
Se il documento denuncia, giustamente, il pericolo dell’omologazione, dovrebbe evitare di produrre una nuova omologazione. Se contesta le destre quando semplificano, emotivizzano e costruiscono nemici assoluti dovrebbe vigilare perché la stessa dinamica non attraversi il proprio linguaggio. La rabbia può essere politicamente necessaria; ma quando smette di distinguere, quando non ascolta più le vite concrete, quando trasforma intere tradizioni in caricature, diventa culturalmente povera e politicamente miope.
Il cristianesimo non coincide con il clericalismo. La Chiesa non coincide con i suoi abusi. La fede non coincide con il controllo dei corpi. La tradizione non coincide con la reazione. Dentro la storia cristiana convivono potere e profezia, dominio e liberazione, istituzione e coscienza, peccato e santità, colpa e possibilità di conversione.
Lo sappiamo bene: la Chiesa è anche istituzione temporale. Come ogni altra istituzione, può produrre esclusione, abuso, gerarchia, violenza simbolica. La sua dimensione sacramentale non cancella questa responsabilità storica. Anzi, la rende ancora più grave. Proprio perché la Chiesa annuncia il Vangelo, deve essere giudicata con maggiore serietà quando ferisce, esclude o non riconosce.
Ma la critica al potere religioso non può diventare cancellazione del fatto religioso. La denuncia del clericalismo non può trasformarsi in disprezzo verso le persone credenti. La lotta contro l’omotransfobia ecclesiale non può autorizzare la rimozione delle persone LGBTQIA+ dal campo della liberazione.
Ci sono pagine del Vangelo che continuano a generare libertà. Gesù attraversa confini, tocca gli intoccabili, parla con le donne, si lascia avvicinare da chi era considerato impuro, rimette al centro le persone schiacciate dalla legge usata come strumento di esclusione. San Paolo scrive che non c’è più Giudeo né Greco, schiavo né libero, uomo e donna, perché tutte e tutti sono uno in Cristo. Sono parole che, nella storia, hanno aperto conflitti, conversioni, processi di liberazione. Non sempre la Chiesa le ha vissute fino in fondo, ma quelle parole restano più grandi delle nostre infedeltà.
Per questo, come gruppo Cristiani LGBT+ Sicilia, vogliamo proporre una strada diversa.
Alla comunità LGBTQIA+ chiediamo di non cedere alla tentazione di rispondere all’esclusione con altra esclusione. Noi persone credenti LGBTQIA+ non siamo corpi estranei al movimento.
Siamo parte della sua storia, delle sue ferite e delle sue speranze. Non chiediamo privilegi né spazi separati. Chiediamo di essere riconosciute nella complessità della nostra vita.
Alla Chiesa chiediamo di ascoltare questa rabbia senza arroccarsi. Ogni parola contro la fede dovrebbe interrogare anche il modo in cui noi l’abbiamo annunciata. Ogni rifiuto della Chiesa dovrebbe domandarci quali volti abbiamo respinto, quali storie non abbiamo ascoltato, quali coscienze abbiamo messo a tacere. Non basta dire che il mondo non capisce il Vangelo. Dobbiamo chiederci quante volte siamo stati noi a renderlo irriconoscibile.
Alla società civile chiediamo di difendere una laicità autentica: non uno spazio pubblico sterilizzato da ogni appartenenza spirituale e religiosa, ma un luogo comune in cui credenti e non credenti possono concorrere, con pari dignità, alla costruzione della giustizia.
Noi non vogliamo alimentare guerre identitarie, non vogliamo scegliere tra fede e libertà, tra Vangelo e diritti, tra Chiesa e dignità, tra appartenenza cristiana e appartenenza LGBTQIA+. Rifiutiamo questa incompatibilità, perché la nostra vita e i nostri corpi la smentiscono ogni giorno.
Vogliamo essere ponte e il ponte non è un luogo neutro. Il ponte sta sospeso su una frattura reale, tiene insieme rive che spesso non si parlano, regge tensioni, espone chi lo attraversa. Per questo costruire ponti non significa attenuare la verità, né evitare il conflitto, ma attraversarlo senza disumanizzare nessuno.
La fede che viviamo non ci chiede di chiudere gli occhi sulle responsabilità della Chiesa. La nostra appartenenza alla realtà LGBTQIA+ non ci chiede di rinunciare alla fede. La nostra coscienza, «il primo di tutti i vicari di Cristo» (CCC, n. 1778) non ci permette né di accettare l’omotransfobia religiosa, né di approvare un anticlericalismo che cancella o esclude noi persone credenti.
Chiediamo parole più giuste, più vere e capaci di distinguere e riconoscere.
La liberazione autentica non abbia paura della complessità.
Il Gruppo Cristiani LGBT+ Sicilia

