Maria non è corredentrice e soprattutto non è omofoba
Riflessioni di Massimo Battaglio
E’ singolare ciò che sta avvenendo in rete. Gli stessi che si sono stracciati le vesti per il documento finale del Sinodo (concentrando ovviamente le lamentazioni sulle “aperture” sulla questione LGBT+) si sono rivestiti in fretta per tornare a stracciarsele adesso, dopo la precisazione del Dicastero per la Dottrina della Fede in cui si chiarisce che il titolo di “Maria corredentrice” è molto lontano da un improbabile riconoscimento dogmatico.
Non più di tre settimane fa, abbiamo letto titoli cretini come “La Chiesa appoggia i gaypride” (e cosa ci sarebbe di male? Sarebbe così assurdo appoggiare la lotta di un popolo oppresso come hanno sempre fatto tutti i profeti?). Poi è iniziata la fase della critica “a bocce ferme”, più distaccata. E i Don Chisciotte della dottrina si sono prodotti in video intitolati per esempio “Sinodo o sinedrio”. In questo fine settimana è cambiata la musica. Si parla della dichiarazione mariana del Dicastero come “inopportuna” e si dice che “Il Vaticano fa confusione”.
Praticamente, c’è una parte di Chiesa che si scandalizza per qualunque cambiamento pastorale ma in compenso pretende di dettare cambiamenti dogmatici. E guarda caso, i cambiamenti che auspica vanno sempre nella direzione del ripescaggio di concetti passatisti, magari truccari di “pietà popolare” ma che, col sentire dei cristiani comuni, non c’entrano niente.
Mi domando se sono io a essere fuori dalla cristianità o se esistano almeno due Chiese cattoliche: quella dei cristiani da tutti i giorni e quella che celebra riti alternativi passandoli per “antichi” e crede in dogmi diversi e strampalati. La prima si barcamena con fatica in un mondo in tempesta; la seconda ha vita più comoda dal momento che si limita a obbedire agli ordini di Trump e di tutti i sovranismi. Perché è sempre lì che si va a finire. Basta vedere come, nelle stesse sacrestie di cui sopra, è stata accolta l’elezione di Zohran Mamdami, socialdemocratico e mussulmano, a sindaco di New York.
Ma torniamo a Maria. A me non pare che abbia mai rivendicato titoli superiori a quelli di tutti i cristiani. Certo: è vergine al peccato sin dal suo concepimento e ha avuto il privilegio di portare Dio nel suo grembo. Non ha conosciuto la corruzione del proprio corpo ed esercita la sua maternità su tutti gli uomini e le donne. Ma, di tutto ciò, non ha mai fatto un vanto.
In compenso, le sue poche parole riportate nei Vangeli, parole concrete, mai dichiarazioni di alta ecclesiologia, a me paiono dolcissimamente vicine alle intenzioni affermate proprio dal recente Sinodo della Chiesa italiana a proposito delle persone LGBT+. Voglio comparare alcuni passaggi.
“Le Chiese locali e le Conferenze Episcopali Regionali promuovano percorsi di accompagnamento (…) nella pastorale ordinaria di quanti desiderano fare cammini di maggiore integrazione ecclesiale, ma sono ai margini della vita ecclesiale”.
E’ la prima indicazione contenuta nel punto 30 del documento sinodale. Ed è impossibile non sentir riecheggiare le parole di Maria nel Magnificat:
“ha spodestato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati e ha rimandato i ricchi a mani vuote, ha soccorso Israele suo servo ricordandosi della sua misericordia”. (Lc 1, 51-54)
L’eco del cantico lucano si fa ancora più chiaro nell’indicazione terza:
“le Chiese locali, superando l’atteggiamento discriminatorio a volte diffuso negli ambienti ecclesiali e nella società, si impegnino a promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender, così come dei loro genitori, che già appartengono alla comunità cristiana”.
Poi c’è il quarto punto, quello in cui alcuni si sono affrettati a stravedere un appoggio al pride:
“La CEI sostenga con la preghiera e la riflessione le “giornate” promosse dalla società civile per contrastare ogni forma di violenza e manifestare prossimità verso chi è ferito e discriminato (Giornate contro la violenza e discriminazione di genere, la pedofilia, il bullismo, il femminicidio, l’omofobia e transfobia, etc.)”
Come non ricordare il racconto delle nozze di Cana? In quel frangente, Maria si accorge che una bella festa sta per andare a catafascio. E si attiva subito, con una forma essenziale di preghiera, cioè presentando al Figlio la situazione nuda e cruda, senza commenti: “non hanno più vino”. Non aggiunge nemmeno implorazioni e richieste di grazia perchè sa che Gesù interverrà poichè odia la tristezza. Basta ricordargli le cose per come stanno.
Noi, nelle nostre veglie, non facciamo lo stesso? Non diamo giudizi strettamente politici sull’omofobia. Per questo esistono altre sedi, nelle quali siamo impegnati, insieme a tutta la società civile, in altri momenti. La nostra preghiera, in questo caso, è semplice testimonianza illuminata dalla Parola; pura raccomandazione a Dio.
“Fate quello che Lui vi dirà” (Gv 2,5)
Qui torniamo all’inizio: all’assurdità di un dogma su “Maria corredentrice”, affermazione tutta identitaria e politica ma per nulla evangelica; un’autentica prova di forza da parte di gruppi sparuti ma potenti. Chissà se costoro si rendono conto che, per quanto un titolo piaccia tanto a qualcuno, non può diventare dogma se va in senso contrario rispetto al Vangelo. E nel Vangelo, appunto, non c’è scritto “fate quello che dico io” ma “quello che Lui vi dirà”.
Ma il punto 30 del Documento di Sintesi riserva un’altra sopresa. In apertura dice infatti:
“Essere segno del Regno di Dio implica relazioni autentiche e comunionali, che mostrino le differenze come ricchezza. La comunità ecclesiale vuole essere uno spazio nel quale ognuno può sentirsi compreso, accolto, accompagnato e incoraggiato, con una particolare attenzione a coloro che rimangono ai margini”.
Qui, oltre al richiamo agli umili del Magnificat, si delinea il profilo di una Chiesa capace di maternità, che si prende cura dei suoi figli senza fare preferenze, anzi, valorizzandone le diversità. E viene naturale ricordare le parole che Gesù crocifisso rivolge alla madre e all’apostolo Giovanni:
“Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa”. (Gv 19, 25-27)
C’è un altro paradosso in queste parole: non è Maria a prendere Giovanni nella sua casa, sotto la sua protezione, ma il contrario. La cura materna da parte della madre di Gesù sull’umanità non si esplica quando la veneriamo come padrona di casa esagerando nei complimenti. Comincia piuttosto quando siamo noi ad accogliere lei in casa nostra.
In questo, come dicevamo nei giorni del Sinodo, un po’ stride il “documento di Sintesi” quando ripete più volte che le persone LGBT+ devono diventare destinatarie di “accoglienza” e soprattutto di “accompagnamento” . Perché, se si vuole seguire il cammino di Maria, bisognerebbe che la Chiesa fosse capace non solo di accogliere e indirizzare. Dovrebbe soprattutto farsi accogliere e camminare a fianco – non in testa – al suo popolo. All’inizio degli Atti degli Apostoli leggiamo infatti:
“Entrati in città salirono al piano superiore dove abitavano. C’erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelòta e Giuda di Giacomo. (…), insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù” (At 1, 13-14)
Essa non assume un ruolo di comando ma, paradossalmente, sta insieme a tutti gli altri, condividendo con loro il ruolo di apostoli.
Il Sinodo però sembra aver accolto il paradosso. E’ rilevante infatti che, per la prima volta nella storia, la questione LGBT+ non sia affrontata tra i “problemi” ma nel capitolo relativo alle “relazioni” e, in particolare, delle relazioni di coppia, relazioni che tutti gli uomini e le donne sono portati a vivere per loro comune natura. E’ un salto incredibile, se pensiamo che, fino a ieri, l’opinione che tanti uomini di Chiesa avevano di noi era che non fossimo capaci di relazioni vere; che fossimo intrinsecamente incapaci di amare.
Fino a ieri, valeva per esempio la teoria di Amedeo Cencini, il sacerdote studioso di psicologia che insegnava la questione omosessuale ai seminaristi definendoci come “affamati di sesso” e aggiungendo che per noi “non esiste la coppia” perchè avremmo bisogno di “plurime esperienze”. Forse, col recente sinodo, queste robe al limite della diffamazione sono davvero superate.
Invece di fare il braccio di ferro su questioni teologiche di lana caprina, i profeti di sventura dovrebbero imparare a felicitarsi per quanto lo Spirito ci sta sospingendo in avanti. Se vogliono essere fedeli a Maria, dovrebbero ricordare come si chiude il racconto della Natività. Ella,
“da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19)

