Mario e Gianni non erano “amici”!
Riflessione di Massimo Battaglio
Si sono svolti il 1° agosto, a Novara, i funerali di Mario e Gianni: Mario Paglino e Gianni Grossi, i creatori delle “barbie da collezione” ispirate alla storia dell’arte, travolti domenica scorsa da un incidente stradale che li ha uniti anche nella morte.
Ho sbagliato: non dobbiamo parlare “dei funerali” ma “del funerale”. Infatti, la cerimonia è stata unica, come si fa di solito quando muoiono entrambi i membri di una coppia. E questo è già un piccolo bel passo avanti rispetto al passato.
Ricordo per esempio un fatto analogo avvenuto all’inizio del 2018: la morte di Luca e Alex, della provincia di Verona. Erano morti insieme in una casetta per vacanze a causa del monossido di carbonio prodotto dalla stufa. All’epoca, per ottenere un’unica funzione esequiale, i parenti e gli amici dovettero lottare.
Prima ancora, ricordo il caso del torinese Franco Perello, mancato a inizio 2017. Da pochi mesi era sposato col marito Gianni Reinetti. I due erano sempre stati convintamente credenti e attivi nella loro parrocchia ma dovemmo attendere per giorni affinché gli venisse concessa cristiana sepoltura. E comunque, a esequie avvenute, fu ancora offeso persino sulle colonne del giornale diocesano, con lettere oscene e risposte pavide dell’allora arcivescovo.
Nella stessa chiesa in cui si era svolto il funerale di Franco, si svolse, nell’agosto 2022, quello di Gianni. Il clima era sensibilmente cambiato. A parte qualche screzio tra il diacono e alcuni giornalisti (l’arroganza dei giornalisti supera talvola quella dei diaconi), riuscimmo a pregare senza stare sulle spine. Ancora più distesa era l’atmosfera durante il funerale del giovane Davide, al termine del quale fu data la parola al “compagno” (detto così) Luigi. In realtà sarebbe stato il marito ma è già qualcosa.
Per Mario e Gianni no. Le parole “marito” e “compagno”, non solo non sono state pronunciate ma sistematicamente sostituite da “amico”. E il termine “amore” è stato programmaticamente censurato durante tutta la celebrazione. Riporto un estratto dell’omelia, tenuta da don Renzo Cozzi:
“Raccogliamo la testimonianza di Mario e Gianni, la loro gioia di vivere, i legami che hanno stretto, il loro volersi bene ed essere amici così profondamente” e, più avanti: “È un momento difficile: non potremo più godere della loro amicizia”.
In realtà, l’imbarazzo del sacerdote è comprensibile. Doveva lottare tra due evidenze. Da una parte, il legame tra Mario e Gianni, non solo lavorativo ma coniugale, era noto a tutti. Le loro creazioni artistiche sono un vanto per tutta Novara e il loro impegno contro l’omofobia li rendeva un riferimento per la comunità LGBT+. D’altra parte, il magistero è magistero, le norme sono norme. E, proprio per la notorietà dei due, per le presenze di persone dello spettacolo e di giornalisti, era difficile, per il prete, dire chiaramente quello che, forse, pensava.
Resta il fatto che questa negazione dell’amore è infinitamente più grave di qualunque infrazione a qualsiasi norma. E molti hanno colto, chi con sdegno, chi con tristezza e disillusione, questa brutta incrinatura. Riporterò alcune frasi tratte da articoli della cronaca locale.
Scrive Luca Galuppi su “La Voce di Novara“:
“Perché ridurre il loro amore a un legame di amicizia? Perché la Chiesa sembra avere paura di chiamare l’amore per quello che è, in tutte le sue forme? (…)
Le parole non sono semplici etichette, ma strumenti di realtà che plasmano il modo in cui percepiamo il mondo. Usare “amico” per indicare un compagno di vita è una scelta che rischia di cancellare la dignità e la complessità di una relazione affettiva che va ben oltre la mera amicizia. È un linguaggio che non solo nega la verità della relazione tra due persone che si sono amate, ma rafforza anche un muro di silenzio e vergogna che troppe persone si sentono costrette ad attraversare. Non si tratta solo di una questione di parole: dietro a queste, spesso ci sono storie di sofferenza, di solitudine, di emarginazione. Per chi ha assistito questa mattina alla celebrazione, il dolore è stato amplificato dalla sensazione che la verità dell’amore condiviso non sia stata riconosciuta pienamente.
Non si può negare che il linguaggio e le tradizioni della Chiesa siano stati plasmati da secoli di insegnamenti e di interpretazioni culturali. Tuttavia, il mondo cambia e le esperienze di vita di tante persone portano con sé la necessità di aggiornare il lessico e l’approccio pastorale. Riconoscere apertamente un’unione affettiva tra due uomini – o tra due donne – (…) significa dare dignità all’amore autentico e al cammino comune di due anime in cerca di verità e di sostegno reciproco. Di fronte a due uomini che hanno vissuto insieme, amandosi nel rispetto e nella libertà, la Chiesa dovrebbe avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Non per fare ideologia, ma per onorare la verità di quelle vite, per rispettare il dolore di chi resta, per testimoniare un Dio che è amore – sempre e comunque. Non è solo una questione semantica: è una questione di giustizia, di ascolto, di fedeltà al messaggio del Vangelo. Perché a volte, dire “amore” è già un atto profetico, come hanno fatto le due mamme di Mario e Gianni che strette in un abbraccio quell’amore lo hanno gridato”.
Ettore Colli Vignarelli, giornalista di Malpensa24, è ancora più severo:
Stamattina (…) mi sono portato a casa due cose. Una é l’immagine delle mamme di Mario e Gianni, che oggi hanno vissuto il dolore più grande che credo possa toccare ad un genitore, quello di seppellire un figlio. Qualcosa che sta tra uno strazio lacerante e una tenerezza sconfinata.
L’altra cosa é l’ennesima dose di tristezza e rabbia nei confronti di quella che sarebbe la mia Chiesa. Per tutta la funzione il celebrante é riuscito a non usare mai la parola AMORE per definire il rapporto tra Gianni e Mario.
Mi chiedo perché, e sento già le risposte (anzi qualcuna l’ho pure letta in giro…) che parlano sostanzialmente di “questione di opportunità”. Resto ancora una volta un silenzio.
E mi chiedo quando accadrà che la mia Chiesa la smetterá di avere paura di usare le parole di Gesù di Nazareth. Perché – lo ricordo a don Renzo che ha celebrato, a tanti altri preti, e anche ai laici teorizzatori delle questioni di opportunità – amore é una parola di Gesù.
Addio Gianni e Mario. Perdonateci”.
C’è anche chi dice che siamo i soliti vittimisti, che siamo nauseanti. Mi piacerebbe che, alle esequie delle loro mogli, si parlasse di loro come “amiche”. Vorrei vedere di nascosto l’effetto che fa. Costoro, in realtà, sanno di bruciare di omofobia – spesso interiorizzata – ma ne hanno vergogna. E allora cercano qualche parola nobile per provare a riprendersi un po’ di ragione – o forse solo per allontanare un pensiero che scotta.
C’è poi chi dice di comprendere, di esserci vicino ma… E allora tiene a precisare che è stata la scelta di un singolo sacerdote, non dell’intera Chiesa. Beh… un singolo una volta, un singolo un’altra… se in un paniere ci sono tante mele marce, non sarà che c’è magari qualcosa di infettivo nel paniere?
Ma sì: bisogna “superare” queste cose, se vogliamo camminare insieme. Cioè: aggravi il mio lutto e mi dici che devo superarlo? Ma poi, perché mai, su temi così elementari, dovremmo “camminare”? Due persone che si amano, si vedono anche stando fermi. C’è bisogno di chissà quale percorso teologico pastorale inclusivo per capirlo? L’albero non si vede dai frutti?
Quello che conta è che, ancora una volta, per rispettare la decenza ed evitare il chiacchiericcio (e i rimbrotti curiali), si sono messi i teoremi (sballati) al di sopra di una verità (evidente).
E una Chiesa che vuole proclamare la Verità non può negare le verità, che, per piccole che siano, sono spesso testimonianze di amore personali e quindi riflesso dell’Amore assoluto.

