“Mi hanno chiamato per nome prima che potessi farlo io”. Dalla veglia ecumenica di Modena



Testimonianza di Enrico alla Veglia di preghiera per il superamento dell’omotransbifobia tenuta nella Parrocchia di Gesù Redentore di Modena, presieduta dal vescovo Erio Castellucci e dal pastore Daniele Bouchard il 21 maggio 2026
Mi chiamo Enrico, sono un uomo, gay, cisgender e demisessuale. Cosa vuol dire gay lo sapete tutti. Per quanto riguarda gli altri 2 termini, se non sapete a cosa fanno riferimento, vi lascio la curiosità di andare a cercarne la definizione.
Ci tengo a sottolineare queste caratteristiche perché sono termini che, assieme a tanti altri, mi descrivono. E, contrariamente a quanto pensino tante persone, ossia che “l’etichettatura” con la quale si è andati definendo la sfera sessuo-affettiva nella sua interezza – e con le sue varie sfaccettature – sia eccessiva, io penso invece che sia un modo bellissimo per definirsi.
Vorrei che voi pensaste a me come ad un libro, un libro lunghissimo, pieno di post-it colorati che spuntano dalle pagine, ed ognuno di essi definisce una caratteristica della mia persona. E fra queste caratteristiche ci sono appunto le definizioni che vi dicevo prima, che si vanno ad aggiungere a tantissime altre: al fatto che sono un buon amico, che sono eccentrico e creativo ma che sono anche molto pigro, che ho molta paura di restare solo, che amo le chiacchere leggere tanto quanto i discorsi sui massimi sistemi, che credo in Dio fin da quando ero bambino nonostante sia cresciuto in una famiglia di atei convinti, che sono cattolico nonostante la Chiesa cattolica trovi “disordinata” la mia vita sentimentale.
La pratica della ricerca e della definizione di sé stessi è di per sé complessa e complicata, specialmente per bambini omosessuali o che cominciano a chiedersi se si riconoscono nel proprio sesso biologico. Si deve fare i conti con la mancanza di modelli a cui ispirarsi, in cui riconoscersi, in cui sentirsi definiti.
Questa ricerca è quanto di più vicino ad una ricerca spirituale e mistica ci possa essere, non solo perché profonda ma anche perché ti costringe a confrontarti con una società che, nella migliore delle ipotesi, non è preparata ad aiutarti, nei casi peggiori cerca di convincerti che sei sbagliato, che sei malato.
Il coming out – e il processo che ci sta dietro – è qualcosa di veramente strano, a volte semplice e naturale, a volte complesso e contorto, spesso perché forzato dall’esterno. Nel mio caso, il mio essere visibilmente effeminato negli atteggiamenti e nella voce, ha fatto sì che le persone che mi stavano attorno lo capissero prima di me, fin da quando ero piccolo e gli altri bambini mi prendevano in giro chiamandomi in modi che potete bene immaginare e che non starò qui a ripetervi.
Quando avevo 7 anni la mia maestra chiamò a scuola mia madre per dirle quanto fosse preoccupata per me perché credeva che io fossi omosessuale. Lei però usò un’altra parola, “invertito”.
Gli altri mi avevano già definito in un modo che io ancora nemmeno comprendevo. Per me le parole con cui gli altri mi chiamavano non avevano ancora assunto la forma di un insulto. E credo che il fatto che questa consapevolezza sia arrivata più avanti negli anni, mi abbia aiutato e dato il tempo di costruire una corazza, un’armatura con cui proteggermi.
Ci sono stati tanti coming out nella mia vita. Il primo a 16 anni, a scuola, con la mia compagna di banco, alla quale sganciai a mo’ di bomba la confessione di quanto fossi innamorato di un nostro compagno di classe. Lei rispose con la franchezza tipica dell’adolescenza: non diede “peso” alla dichiarazione in sé ma mi fece piuttosto una raffica di domande sul perché mi piacesse quel compagno piuttosto che un altro. A quel punto l’argine che conteneva quella intimità sembrava aver ceduto e seguirono altri coming out.
Qualche tempo dopo, sempre a scuola, la professoressa di italiano ci diede il compito di scrivere un tema in forma di lettera, destinata a chiunque volessimo. Non so dire bene dove trovai il coraggio di scrivere al mio fidanzato immaginario del futuro. La prof. rispose con una lettera molto tenera, che conservo ancora oggi, nella quale mi ringraziava per aver riposto in lei la mia fiducia.
Ci sono tanti modi di fare coming out. Con gli anni ho maturato la convinzione di averlo fatto anche attraverso la scelta di come vestirmi: i vestiti che indossavo inconsciamente dichiaravano la mia omosessualità prima che io avessi modo di parlare. Da un lato questo mi aiutava psicologicamente e al tempo stesso mi difendeva – ancora una volta – come un’armatura.
Solamente anni dopo è arrivato il coming out più difficile, quello con mia madre. Ricordo che la presi da parte dicendole che avevo bisogno di confidarle una cosa, ma lei anticipò le mie parole. Se da una parte ero sollevato, perché non avrei dovuto balbettare per minuti interi prima di riuscire a concludere un pensiero di senso compiuto, dall’altra la sua reazione mi lasciò la sensazione di essere stato per l’ennesima volta definito da qualcun altro e che non fosse stato lasciato a me il compito e lo sforzo di farlo.
Curiosamente il secondo e più importante coming out – altrettanto complesso – è avvenuto anni dopo, quando ho deciso di dichiararmi in un gruppo di preghiera di giovani all’interno della mia parrocchia. Gli altri ragazzi e ragazze del gruppo erano tutti eterosessuali. A quegli incontri e anche nel dialogo con il sacerdote che ci seguiva non ho mai nascosto il mio orientamento omo-affettivo né la mia ricerca – in qualche modo – di una rassicurazione sul fatto di non essere “rotto”, di non essere “sbagliato” o “malato”. Non riuscii a sostenere per molto tempo quella situazione che avvertivo come per niente inclusiva e che, anzi, cercava subdolamente di respingermi.
Solo qualche anno fa sono venuto a conoscenza del gruppo VENITE E VEDRETE e de LA TENDA DI GIONATA, ed ho incontrato sorelle e fratelli nella fede, sacerdoti e suore che mi hanno fatto sentire l’amore che Dio nutre per me – con tutto il bagaglio di peccati passati (e futuri) che mi porto appresso. Nuovi padri e nuove madri che con intensa e semplice empatia mi hanno fatto sentire un figlio desiderato.
L’elaborazione di tutte queste esperienze, la mia Fede e il desiderio di trovare appoggi nel mio percorso, mi hanno portato ad avvicinarmi allo studio delle scienze religiose – anche qui con l’intento di cercare un riscontro, ricevere una rassicurazione.
Una delle prime materie che ho studiato è stata Introduzione alla Scrittura. Nel seguire questo corso ho imparato – fra le tante cose interessanti – i concetti di esegesi ed ermeneutica. La prima analizza i testi inserendoli nel contesto storico d’origine; la seconda applica invece delle chiavi interpretative affinché i testi possano parlarci del presente.
Fra i brani della Bibbia, ce ne sono alcuni che molto spesso vengono usati come arma per giudicare le persone LGBTQIA+.
Si tratta di passi che fin da bambino sentivo senza capire veramente, ma che da adolescente ho compreso e mi hanno ferito. Eppure, ho scoperto che proprio di questi stessi passi, alcuni teologi hanno scelto di leggere il testo da un’altra prospettiva. Questa è stata per me una scoperta decisiva, quasi liberatoria, perché per la prima volta ho visto che anche quei versetti, tanto spesso invocati per condannare, potevano essere ascoltati in un contesto più ampio, con uno sguardo diverso, capace di restituirne tutta la complessità.
Prendiamo ad esempio Levitico 18,22
“non ti coricherai con uomo come si fa con una donna”
Questi versetti fanno parte del Codice di Santità per gli Israeliti e sono stati scritti intorno al 1400 a.C. Illustrano però il giusto comportamento che doveva essere tenuto da un israelita di ben 3400 anni fa.
La maggior parte di quelle leggi sono evidentemente considerate sorpassate e un cristiano di oggi non si sognerebbe nemmeno lontanamente di applicarle. Dalle leggi alimentari (ad esempio: non mangiare pesci privi di pinna e squame – come molluschi e crostacei; non tessere indumenti con tessuti composti da 2 fibre differenti; il riposo totale nel giorno del Sabato – e sappiamo bene come Gesù stesso abbia contravvenuto a quest’ultimo e ad altri precetti).
Un altro passo biblico spesso citato per condannare l’omosessualità è contenuto nella 1 lettera di San Paolo ai Romani.
I destinatari della lettera erano appunto i Romani del 1° secolo D.C. o meglio gli schiavi pagani che non potevano nemmeno sposarsi legalmente né tantomeno sognare l’abolizione della schiavitù, e che erano affascinati da una religione che suggeriva la possibilità di una vita dopo la morte, eterna e gloriosa nella comunione con Dio.
Immaginiamo che San Paolo fosse in polemica contro l’idolatria romana? Contro i suoi banchetti orgiastici? Contro i rapporti sessuali forzosi fra padroni e schiavi? Immaginiamo che San Paolo punti la luce su un contesto di eccessi pagani, in fondo non parla di relazioni affettive stabili, come le intendiamo oggi, non parla d’amore. Ricordiamo che poco dopo nella 1 lettera ai Corinzi, lo stesso San Paolo celebra l’amore che “tutto scusa, tutto crede, tutto spera”.
Il primo presupposto per una testimonianza dovrebbe essere la trasmissione di qualcosa di personale, ma non solo del proprio punto di vista. Vorrebbe anche offrire a chi ascolta la possibilità di immedesimarsi, di partecipare del proprio vissuto, affinché avvenga quella catarsi necessaria sia per chi testimonia che per chi ascolta.
A che punto sono arrivato io oggi? Cosa è rimasto in me di quel bambino di cui vi parlavo prima?
Quegli insulti, ma anche le battute, magari dette senza necessariamente voler ferire o insultare, credo che a ben vedere, facciano più male oggi di allora. Allora erano soltanto parole. Oggi sono come piccole pietre dentro di me. A volte riesco a farle brillare come gemme preziose ma nella maggior parte dei casi sono macigni pesanti e difficili da sostenere.
Si tratta di omofobia interiorizzata, ossia quella condizione in cui una persona omosessuale si trova ad assimilare talmente tanti pregiudizi negativi, fino a provare sentimenti di disprezzo o di vergogna per il proprio orientamento. Per tanto tempo ho creduto che questo non fosse possibile, che quell’armatura che mi ero costruito non avesse lasciato passare nulla.
Con la maturità e conoscendomi un po’ meglio, ho capito che tanto invece è passato. Come delle radiazioni invisibili il cui danno si vede solo con il tempo.
Io sono un figlio degli anni ’80, di recente una canzone di quegli anni risentita in un film mi è tornata più e più volte alla mente. è una canzone di un gruppo inglese di uomini gay i FRANKIE GOES TO HOLLYWOOD, si intitola THE POWER OF LOVE. Vorrei concludere questa mia testimonianza leggendovene un verso.
“The power of love, a force from above cleaning my soul, flame on burn desire, love with tongues of fire purge the soul, make love your goal”.
“Il potere dell’amore è una forza che viene dall’alto che lava la mia anima, divampi la fiamma, bruci il desiderio, amore come lingue di fuoco purificano l’anima, fai dell’amore il tuo unico scopo”.

