Sono una migrante LGBTQ+ perché «nel mio Paese africano essere lesbica significa morire»
Testimonianza di Manono, migrante LGBTQ+ del Malawi (Africa), pubblicata sul sito di Rainbow Migration (Regno Unito). Liberamente tradotta dai volontari del Progetto Gionata
Questo articolo affronta temi che alcune persone potrebbero trovare dolorosi. Racconta esperienze reali e le difficoltà vissute dalla protagonista, una persona LGBTQ+ richiedente asilo africana.
Vengo dal Malawi, un Paese africano profondamente cristiano, dove essere una persona LGBT+ è molto difficile. Molti si rifiutano perfino di credere che le persone LGBT+ esistano. Per questo devi tenere tutto nascosto. Vivi con la paura che qualcuno possa scoprirti e ucciderti.
Sono arrivata nel Regno Unito per studiare. All’inizio è stato difficile dichiararmi lesbica: per molto tempo ho continuato a vivere nascondendomi. Quando finalmente sono riuscita a farlo, però, per me è stata una vera liberazione.
In Malawi temevo che la mia famiglia mi costringesse a sposare un uomo e che, se mi fossi rifiutata, mi avrebbe uccisa. Venire nel Regno Unito è stata una via di fuga. Vivo qui da diciotto anni. Sono felice con la mia compagna: ci sentiamo al sicuro e possiamo vivere apertamente il nostro amore.
«Quando arrivi nel Regno Unito come rifugiata, non pensi certo di portare con te delle “prove” del fatto che sei LGBT+. Stai scappando da un Paese in cui non sei al sicuro.»
Chiedere asilo, però, è stata un’esperienza terribile. Devi presentare delle prove al Ministero dell’Interno britannico perché credano che tu sia davvero lesbica. Ma quando stai fuggendo per salvarti la vita non pensi certo a raccogliere documenti o testimonianze sulla tua identità.
Quando ti chiedono delle prove, spesso non capisci nemmeno che cosa vogliano da te. Ho presentato più volte domanda di asilo, ma la risposta è stata sempre la stessa: rifiuto, rifiuto, rifiuto. Dopo che la mia richiesta è stata respinta per mancanza di prove, ne ho presentata una nuova. Sto ancora aspettando una decisione, dopo cinque anni.
Nel sistema di asilo sono stata trattata molto male. I continui rifiuti e le lunghe attese sono stati durissimi. Quando sono uscita dal centro di detenzione non avevo un posto dove andare né qualcuno che mi aiutasse. Sono rimasta senza casa per un anno.
In seguito mi è stato assegnato un alloggio del Ministero dell’Interno, ma era sporco e in condizioni terribili. L’acqua del bagno dell’appartamento al piano superiore filtrava dal soffitto e cadeva sul mio letto.
Ho contattato ITV News, che mi ha intervistata per mostrare le condizioni disumane in cui spesso vengono costrette a vivere le persone richiedenti asilo.
Sono stata rinchiusa in un centro di detenzione per immigrati più di una volta. La prima volta ero sotto shock. Non capivo che cosa stesse accadendo. Mi hanno portata via e rinchiusa. Non avevo alcuna privacy. C’erano sempre delle guardie davanti alla porta: dicevano di dovermi controllare per via delle mie condizioni di salute. L’assistenza sanitaria, però, era pessima e spesso gli infermieri non volevano darmi le medicine.
Un giorno dovetti andare in ospedale e mi misero le manette. Tutti mi guardavano come se fossi una criminale. In un centro di detenzione non c’è niente di buono. È come scontare una condanna a morte. Vivi con il terrore di essere rimandata nel Paese da cui sei fuggita. Tutto questo può provocare o aggravare gravi sofferenze psicologiche.
I centri di detenzione sono luoghi terribili per una persona LGBT+. Non dissi a nessuno di essere lesbica. Pensavo che sarei stata rimandata in Malawi e sapevo che, se il mio orientamento sessuale fosse diventato noto, per me sarebbe stato ancora più pericoloso. Perciò continuai a nascondermi.
Nel centro c’erano altre persone LGBT+ e avevano paura quanto me. Alcune di noi si conoscevano già, ma vivevamo comunque nel timore che qualcuno potesse rivelare la nostra identità. Era difficile fidarsi, perché anche nelle nostre comunità molte persone non accettano gay e lesbiche.
«I centri di detenzione sono luoghi terribili per una persona LGBT+. Non ho detto a nessuno di essere lesbica.»
Essere rinchiusa lì mi ha fatto sentire come se non fossi più un essere umano. Mi sembrava di essere soltanto un numero. Ho perso fiducia in me stessa. La cosa peggiore è non sapere per quanto tempo resterai dentro. La detenzione è uno shock e tutte le persone rinchiuse stanno soffrendo.
Per una donna è un luogo particolarmente duro. Ho paura di tornarci. Non voglio mai più essere rinchiusa in un centro di detenzione. Voglio che tutti sappiano che cosa accade in quei luoghi. La detenzione è disumana ed è anche uno spreco di denaro pubblico. È peggio del carcere. Nessun essere umano dovrebbe essere trattato così.
Dopo la mia esperienza sono tornata davanti a un centro di detenzione per parlare alle persone ancora rinchiuse. Erano tutte molto spaventate. Molte temevano di essere deportate in Ruanda.
Sono andata lì per far conoscere ciò che accade, per spiegare come trovare gli avvocati giusti e come provare a resistere. Perché sopravvivere alla detenzione è davvero difficile.
Testo originale: “Manono’s Story” (La storia di Manono)

