Nati per donarci. I quattro movimenti dell’Amore che si fa carne
Riflessione di Paolo Spina sul Vangelo della prima domenica d’avvento
Quest’anno l’avvento inizia con un Vangelo (Matteo 24,37-44) che sembra quasi fuori tema: nessuna mangiatoia, nessun annuncio di nascita, solo un invito severo e luminoso alla vigilanza. È come se la liturgia dicesse: prima di accogliere il Bambino, apri gli occhi; prima di ospitare Dio, riconosci la tua fame; prima di ricevere, preparati ad essere preso.
Gesù parla dei giorni di Noè: una umanità distratta, anestetizzata dal quotidiano. Nessun gesto malvagio: solo abitudine, superficialità, sonnolenza. E in mezzo a questa quotidianità, Dio entra. Non con clamore, ma con una visita. Una visita che “prende” anzi, sor-prende, e chiama.
La vigilanza non è tensione ansiosa, ma disponibilità a lasciarsi guardare. Il primo avvento è questo: essere trovati. Dio viene nelle ore inattese, nei momenti quasi insignificanti: un incontro, anche fugace, un dubbio, un’inattesa gioia, un momento di smarrimento. E lì ci guarda come uno che sceglie. La vigilanza è il coraggio di credere che ogni frammento della vita può diventare un luogo di chiamata.
Mi piace farmi guidare fino a Natale da quattro verbi tipici del racconto dell’Eucaristia. Il primo è preso.
“Gesù prese il pane”: prima di benedire, di spezzare, di dare, c’è questo gesto essenziale. Il pane è scelto, preso tra le mani, separato dagli altri pani. Così Dio fa con noi.
Essere “presi” da Dio non è essere sottratti, ma essere riconosciuti come unici. È l’inizio di ogni vocazione, di ogni missione, di ogni conversione.
E io mi lascio prendere? Mi lascio intercettare nel profondo? Mi lascio chiamare per nome, oppure fuggo nell’indistinto della routine?
Essere “preso” è anche accogliere la verità di sé: Dio prende ciò che siamo, non ciò che vorremmo essere. Prende le fragilità, le tensioni, i desideri incompiuti. Le sue mani non giudicano: accolgono, stringono, custodiscono.
Ogni domenica darò voce anche ad altre due pagine bibliche, oltre a quella del Vangelo, utili a far risuonare l’eco della parola che Dio pronuncia proprio per me e per te, e due voci ci parleranno: il profeta Isaia e l’innamorato del Cantico.
Il profeta (Isaia 2,1-5) vede una montagna che attira: non un luogo di fuga dal mondo, ma il luogo in cui il mondo trova orientamento: “Venite, camminiamo nella luce del Signore”.
Dio “prende” le genti alla sua montagna per mostrare loro come camminare. Prima di donarci la pace, Dio ci prende per mano e ci conduce nella sua luce. L’avvento per ciascuno dovrebbe significare questo: lasciarsi attirare, lasciarsi condurre, accettare di non camminare da soli.
La vigilanza diventa cammino. E la montagna diventa desiderio. C’è poi l’innamorato (Cantico dei Cantici 2,8-14) che irrompe sulla soglia e chiama: “Alzati, amica mia, vieni”.
Il Cantico è la grammatica dell’essere scelti. L’amata non è preparata, non è pronta, ma è chiamata. Dio non aspetta la nostra perfezione: viene a prenderci nella nostra fragilità.
Inizia così l’avvento: con un Dio che ci cerca, che ci prende per uscire con Lui verso una terra nuova.
* Paolo Spina è un medico, appassionato di Sacra Scrittura e teologia femminista e queer. Laureato in Scienze religiose, collabora con il Progetto Cristiani LGBT+ e con La tenda di Gionata scrivendo su temi di attualità e cristianesimo. Le sue riflessioni le trovi raccolte qui.

