Ne valeva la pena? Il cammino sinodale della Chiesa italiana vissuto da me
Testimonianza di Dea Santonico* nel laboratorio “Quali frutti ha portato il percorso sinodale della Chiesa italiana?” tenuto dal gesuita padre Pino Piva alla “3giorni. Tanti linguaggi, un solo Vangelo” de La Tenda di Gionata (Albano Laziale, 13-15 giugno 2025) il 14 giugno 2025
L’inizio del cammino. Condivido con voi alcune riflessioni sul cammino sinodale, così come l’ho vissuto dall’inizio, insieme alla Rete sinodale, una Rete di una trentina di realtà di base, che si sono messe insieme nel 2021 per fare un cammino comune che desse un contributo al Sinodo italiano e a quello universale.
Io faccio parte di diverse tra queste realtà, ma la mia partecipazione alla Rete è come referente delle Comunità cristiane di base.
Dei 14 testi (tra documenti, comunicati e lettere) prodotti dalla Rete e consegnati ai due Sinodi, uno è sul tema LGBT+. In linea con il modo di lavorare della Rete, quel documento ha visto la collaborazione e poi l’adesione di ben 25 realtà, molte delle quali non appartenenti al mondo LGBT+.
Importantissimo, secondo me, che a parlare della questione LGBT+ non siano solo persone LGBT+ e loro genitori. Lì è successo, come è successo che i nostri gruppi LGBT+ hanno collaborato ad altri contributi su temi diversi, come pace, ecumenismo, eucarestia, la questione donne nella Chiesa…
È importante che ci siano realtà che portano avanti e privilegiano un tema specifico, ma è altrettanto importante che questo non diventi isolamento: per cambiare la Chiesa dobbiamo aprirci ai tanti temi da affrontare e farlo mettendoci insieme.
Nella Rete sinodale questo è successo e lo considero un grande risultato di questo cammino sinodale. Per me, che ho sempre creduto che i cambiamenti possano solo venire dal basso, bastava questo per dire che ne valeva la pena, a prescindere da come andrà a finire.
Un invito inaspettato
E poi c’è stato un fatto completamente inaspettato. Nel 2024, il cardinale Matteo Zuppi ha voluto incontrare le Comunità cristiane di base. Comunità nate nel dopo Concilio, che da più di cinquant’anni vivono una condizione di emarginazione per le proprie scelte.
Così siamo andati a Bologna, non da “pentiti”, ma con la voglia di raccontare un cammino di cui siamo orgogliosi. Ci ha ricevuti, ci ha ascoltati, ed è stato un ascolto reale, rispettoso, attento. Ci ha detto: non siamo d’accordo su tutto, ma si può essere compagni di cammino anche se non si è d’accordo su tutto.
Alla fine ci ha proposto di inviare due rappresentanti alle Assemblee del Sinodo italiano. Siamo andati io e Salvatore, un amico della Comunità di San Paolo di Roma, con la quale abbiamo un percorso condiviso da tanti anni.
La 1° Assemblea del Sinodo italiano nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura
E ora vi racconto un passaggio che è stato carico di emozione personale e collettiva. La prima Assemblea sinodale italiana si è svolta nel novembre del 2024 proprio nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, che è il luogo dove è nata la nostra esperienza comunitaria. Lì tutto è cominciato, intorno all’allora abate Giovanni Franzoni.
Per me, trovarmi in quella Basilica, che consideravamo la nostra “casa”, dopo cinquant’anni di emarginazione, non era solo un evento ecclesiale, era un ritorno profondo, commovente, personale.
Ci è stata data la possibilità di intervenire in plenaria: uno spazio brevissimo, solo due minuti, ma ho sentito il bisogno di portare la mia testimonianza, la nostra storia, e di riportare in quella Basilica Giovanni Franzoni, profeta scartato dalla sua Chiesa. La voce mi si strozzava in gola, ma l’ho fatto: “Caro Giovanni, ci hai messo le ali perché potessimo far volare alto il sogno di una Chiesa davvero evangelica. Di quelle ali ci siamo fidati e abbiamo volato senza reti…”
E dopo quell’intervento, mi sono accorta che in tanti non si erano dimenticati di Giovanni Franzoni e del nostro cammino. Alcuni vescovi si sono avvicinati per parlarmene. Anche solo per questo, il Sinodo aveva già avuto senso.
L’Assemblea della Rete sinodale
A febbraio 2025, abbiamo vissuto un’altra esperienza intensa e fondativa: la prima assemblea nazionale in presenza ad Assisi della Rete sinodale. C’erano più di 160 persone, provenienti da diverse associazioni, gruppi, comunità. Abbiamo lavorato insieme in laboratori tematici, tra cui anche quello su fede e persone LGBT+.
Uno dei laboratori si è occupato della riforma della liturgia. Ma non solo a parole: il lavoro che è stato fatto è diventato la liturgia che abbiamo celebrato insieme ad Assisi. È stato un segno potente di come si possa camminare nella fede in modo condiviso, creativo, profondo.
E di nuovo ho pensato: anche se il Sinodo si concludesse qui, con la celebrazione di Assisi, ne sarebbe comunque valsa la pena.
La 2° Assemblea del Sinodo italiano e la reazione al documento
Poi è arrivata la seconda Assemblea sinodale, quella di aprile 2025. Come Rete sinodale, come mondo LGBT+, come Comunità cristiane di base, ci siamo confrontati: ci siamo trovati davanti a un documento povero, vuoto, che ha generato sgomento e disorientamento. E così la decisione di intervenire nell’assemblea in plenaria, per far sentire le nostre voci.
Ognuno/a di noi ha preparato un breve intervento — solo due minuti — per provare a dire qualcosa di significativo. Abbiamo coperto diversi aspetti, io ho voluto centrare il discorso sul diritto di cittadinanza delle minoranze nella Chiesa.
E non siamo stati soli. Quella mattina, tutti gli interventi andavano nella stessa direzione: critiche costruttive, ma forti. Il documento presentato dai vescovi è stato bocciato. Quella bocciatura senza se e senza ma può essere letta in modi diversi, io l’ho letta come il segno che il cammino sinodale non era una finta: il popolo di Dio aveva fatto sentire la sua voce.
Una delle cause della bocciatura del documento è stata senz’altro la mancanza di coinvolgimento del Comitato nazionale del Sinodo, che ha ricevuto il documento solo all’ultimo momento. Certo anche per mancanza di tempo, ma questo significa che la pianificazione era del tutto sbagliata, se non considerava i tempi necessari per la condivisione con chi è più vicino alla base. E tutti i programmi sono saltati.
E allora, anche se il Sinodo si fermasse qui, qualcosa di grande è già accaduto, che rimarrà nella storia di questo cammino.
È accaduto in Italia, nella Chiesa italiana, è accaduto tra persone diverse, molte delle quali non si conoscevano, persone che venivano da cammini di fede diversi, anche molto diversi tra loro, ma che hanno trovato il modo di contribuire, ognuna con i propri argomenti, ad un risultato importante. Un segno che nella Chiesa si può camminare insieme nella diversità?
In fondo non sarebbe una novità. È già successo alle prime comunità cristiane. I Vangeli rivolti a comunità diverse, i cui racconti sono a volte in contraddizione l’uno con l’altro, ne sono una testimonianza.
Eppure — e qui forse sembrerà una contraddizione — non ho vissuto quell’Assemblea come un momento di contrapposizione tra base e vertici. E lo dico io, che vengo da una storia personale e comunitaria che ha visto contrasti significativi con la Chiesa-Istituzione.
Non ho certezze e posso anche sbagliarmi, ma ho avuto la sensazione che qualcuno tra i vescovi fosse sollevato per il fatto che il documento non fosse passato e che il tutto fosse avvenuto ad opera della base. Chissà se andando avanti noi abbiamo risolto problemi di possibili tensioni tra di loro per giudizi diversi su quel testo.
Nell’intervento dell’ultimo giorno, mons. Erio Castellucci, Presidente del Cammino sinodale italiano, con grande onestà, ha riconosciuto apertamente quello che non aveva funzionato e si è preso tutta la responsabilità dell’accaduto. È stato un gesto di verità, che molti hanno apprezzato, e di cui ho voluto personalmente ringraziarlo.
Un’esperienza nel laboratorio
Nel laboratorio a cui ho partecipato nei giorni della 2° Assemblea eravamo una trentina di persone. C’è stato uno scambio interessante sugli emendamenti da proporre al documento, ma qui voglio raccontare un’esperienza a margine.
C’erano tra noi diversi vescovi, uno in particolare ha chiesto di potermi parlare, dopo che mi ero presentata come mamma di un ragazzo gay. Siamo usciti dalla sala, ero pronta ad uno scambio di idee – in questi anni mi sono preparata e credo di avere argomenti sul tema – ma mi sono ritrovata in uno scambio di vissuti: il mio di madre di un ragazzo gay e il suo di vescovo schiacciato tra ciò che riteneva di dover dire come pastore della Chiesa e il desiderio forte di dare una risposta alla sofferenza che vedeva nelle persone LGBT+.
Due pensieri mi hanno attraversato la mente. Il primo: quanti danni ha fatto la Chiesa cattolica su tutti e tutte con il suo insegnamento così lontano dalla Buona Novella di Gesù! Dovevamo portare un lieto annuncio agli emarginati e alle emarginate e i vescovi si ritrovano in mano un macigno da mettergli sulle spalle, un macigno che crea ferite e schiaccia anche loro.
Il secondo: quell’incontro mi ha confermato una cosa che già sapevo, ma che lì ho vissuto con forza. Le testimonianze cambiano le persone, i vissuti spiazzano, ti fanno cambiare il punto di vista, il punto da cui osservi le cose diventa quello del tuo interlocutore.
Nello scambio di idee, pure importante, i meccanismi che scattano sono diversi: si è più concentrati nella difesa delle proprie posizioni. La testimonianza fa cadere le barriere e avvicina. Per questo dobbiamo continuare a testimoniare, è lo strumento più potente che abbiamo. Per cambiare la Chiesa e la società dobbiamo far sì che gli altri siano contagiati dai nostri vissuti di persone omosessuali, trans, guardino le persone LGBT+ con i nostri occhi di genitori per vedere il bello che c’è. Questo può salvare tutti e tutte. Anche i vescovi.
E ora cosa succede?
Cosa succederà nei prossimi mesi non lo sappiamo. Non mi aspetto un documento rivoluzionario. Una cosa però possiamo dirla fin d’ora: il successo di questo Sinodo, che ha per tema la sinodalità, non si misura solo sul risultato finale, ma anche sul fatto se sia stato davvero o no un cammino sinodale.
Finora i fatti dicono che lo è stato: tentativi di scorciatoie che bypassassero passaggi importanti in un cammino sinodale sono stati sonoramente bocciati! Il cammino che c’è stato non si fermerà con il Sinodo, andrà avanti, ci ha fatto crescere e la Chiesa-Istituzione non potrà non farci i conti. Ora e in futuro. E poi chissà se nei mesi che ci separano dalla fine del Sinodo non capiterà qualcosa che mi farà pensare ancora una volta: fosse anche solo per questo ne valeva la pena!
*Dea Santonico è la mamma di Emanuele, che il 7 maggio 2016, ha fatto coming out come gay: da quel momento, racconta lei, “l’ho partorito una seconda volta”. Insieme al marito Stefano fa parte della Comunità Cristiana di Base di San Paolo a Roma e da anni è impegnata in percorsi di accoglienza e sostegno. Ha co-fondato il gruppo “Parola… e parole”, nato per genitori, parenti e amici di persone LGBT credenti che cercano ascolto e condivisione, ed è attiva dal 2018 nella rete 3VolteGenitori, che raccoglie famiglie cristiane con figli LGBT impegnate nel promuovere narrazioni positive e relazioni inclusive e fa parte della Rete sinodale realtà italiana che unisce numerose realtà cattoliche italiane.

