Nel 1975 un matrimonio gay porto’ alla nascita dell’Arcigay
Brano di Piergiorgio Paterlini* tratto dal libro Matrimoni gay. Dieci storie di famiglie omosessuali, Einaudi, 2006
Un giorno della primavera 1975 due uomini bussano alla canonica della parrocchia del Sacro Cuore a Lavello, in provincia di Potenza, nel cuore della Basilicata. Cercano il parroco, don Marco Bisceglia.
A Lavello sono rimasti solo i vecchi. Da diciottomila a undicimila abitanti dalla fine della guerra (oggi l’andamento demografico si sta lentamente invertendo, la popolazione sfiora le quattordicimila unità). I giovani sono emigrati in Germania, Svizzera, Belgio, o semplicemente a Milano e a Torino, in cerca di lavoro.
Eppure quel normalissimo parroco del sud in pochi anni è balzato agli onori delle cronache: gesuita a ventitre anni, prete solo a trentotto, ora sulla cinquantina (non un giovinastro dalla testa calda, insomma), è parroco a Lavello da una decina d’anni.
E lì ha deciso di battersi contro l’ingiustizia, schierandosi con decisione nelle lotte bracciantili. Non solo. Ha trascinato in questa battaglia il gruppo di vecchiette che rappresentano la quasi totalità dei suoi parrocchiani.
Fino a che il suo vescovo, monsignor Giuseppe Vairo, sotto la pressione esplicita della borghesia locale e del Vaticano, ha deciso di cacciarlo dalla parrocchia prima, nominando al suo posto don Mimì Mele, e di sospenderlo “a divinis” poi. Ma a quel punto le vecchiette del sacro Cuore sono più agguerrite di lui.
Non ne vogliono sapere. Non vogliono subire questa ennesima ingiustizia ai loro danni. Il loro don Marco non può essere cacciato così. Si arriva ai blocchi stradali e all’occupazione della chiesa, con tanto di striscioni. E arriva la denuncia da parte del vescovo non alle gerarchie ecclesiastiche, ma all’autorità civile (il Concordato glielo consente).
Questa ribellione verrà punita con un processo. È nel bel mezzo di tutto questo – parliamo del profondo sud di oltre trent’anni fa – che i due uomini, coetanei, ventisette anni, bussano alla porta di don Bisceglia.
Gli raccontano con sofferenza e passione di essere omosessuali. Omosessuali. E cattolici. In quanto cattolici chiedono a quel parroco che si è dimostrato così anticonformista e coraggioso di unirli in matrimonio, un “matrimonio di coscienza”, come previsto dal Diritto canonico quando gravi cause esterne impediscano la celebrazione pubblica del rito (lo stesso codice, per capirci, cui si appella Renzo nei Promessi sposi infilandosi/introducendosi di soppiatto una sera nella canonica di don Abbondio chiedendo di esser unito in matrimonio con Lucia in segreto ma con piena validità per sfuggire alle minacce di don Rodrigo). Don Marco risponde di sì.
Nella canonica della parrocchia cattolica del Sacro Cuore a Lavello, provincia di Potenza, si celebra il primo matrimonio religioso fra due omosessuali della storia d’Italia, e forse non solo d’Italia. “Questo è un sacramento”, dichiara alla fine letteralmente don Marco.
Ma i due – che si erano fatti precedere da una telefonata – non erano partiti da Roma e non si erano recati fin laggiù per ricevere la benedizione di un prete. Erano andati per tendergli una trappola.
Erano due giornalisti in incognito, “in borghese”, del noto settimanale di destra Il Borghese. Si chiamavano – e si chiamano ancora – Franco Jappelli (oggi giornalista molto attivo del Secolo d’Italia, e Bartolomeo Baldi, che allora lavorava al Borghese, nella redazione romana con Jappelli, ma poi abbandonerà la professione).
Tutto – colloquio, cerimonia – viene registrato di nascosto (registratore occultato in uno dei borselli che andavano di moda allora) e riportato fedelmente e integralmente sul settimanale. Lo scandalo è servito. Lo scoop, garantito.
“Una cosa strana perfino per Il Borghese – sostiene ancora Franco Jappelli – prestigioso settimanale fondato da Leo Longanesi e che faceva gli scoop ma politici e commenti serissimi. Noi ci inventammo lo scoop di costume, una cosa a metà tra la beffa all’italiana e lo scoop all’americana”.
Il Borghese non intendeva accusare di omosessualità don Marco Bisceglia, neanche lo sospettava vagamente.. È che in Italia niente come uno scandalo a sfondo sessuale è più adatto per attaccare un avversario politico.
Al Borghese interessa distruggere, screditandone l’immagine, come si direbbe oggi, un parroco sovversivo, “rosso”, comunista che non aveva avuto paura di denunciare dal pulpito la corruzione dei politici democristiani in Lucania.
E decide che il modo migliore per farlo è utilizzare questo pruriginosissimo cocktail di omosessualità-matrimonio-fede (un mix che – per rubare le parole a Filippo Ceccarelli della Stampa – incrocia media, religione, ingenuità, speranza, cattiveria; forse meglio: goliardia”).
“Bisognava combattere in tutti i modi la chiesa conciliare, impedire in tutti i modi – ricorda oggi Franco Jappelli – che il Pci andasse al governo grazie a una parte della Dc e in particolare al lavoro di Aldo Moro.
Di lì a poco il Pci stravincerà le regionali e l’anno dopo otterrà il suo risultato storico, nelle politiche del 1976
Quel prete che si ispirava alla teologia della liberazione, che – ricorda ancora Jappelli – in canonica teneva, insieme al crocefisso, il poster di Che Guevara, andava fermato.
Don Marco denuncerà prima in una conferenza stampa a Roma, presso la sede del Partito radicale, l’inganno subìto, poi denuncerà i due giornalisti per oltraggio a pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni. Ma nel giro di pochi mesi il tribunale di Milano li assolverà con formula piena, in omaggio al “diritto di cronaca”.
E via fu spazzato via, don Marco. Svela per la prima volta trent’anni dopo Franco Jappelli: “Uscito il servizio sul settimanale, ricevemmo una telefonata del vescovo di Potenza che ci ringraziava, per averlo aiutato in modo decisivo a togliere dalle scatole quel prete così scomodo”.
Uno vero scherzo da prete che don Bisceglia restituirà con gli interessi – pur/ma senza calcolo, senza averlo nemmeno sospettato all’epoca – di lì a pochissimo tempo.
Don Marco, infatti, per uno strano scherzo del destino, non è solo un parroco attivo nelle lotte sociali, è davvero omosessuale, anche se – per usare alla lettera la sua stessa definizione – incerto, spaventato, “represso”.
Fino a quel momento si è mantenuto casto, secondo i voti presi, come racconterà in un’intervista a Panorama del primo aprile 1990.
Addirittura ha lottato contro il proprio orientamento sessuale cercando, ovviamente invano, di modificarlo. Poi, come molti altri in quegli anni, prende coscienza di sé, compie un cammino di accettazione, e compie il suo, come si direbbe oggi, coming out. Dichiara pubblicamente di essere quello che è.
Lo fa a Rimini, davanti a cinquecento persone intente a parlare di tutt’altro, cogliendo tutti di sorpresa, nel corso di un’assemblea di quelli che allora si chiamavano “i cattolici del dissenso”.
A fargli prendere coscienza di sé e una decisione così forte, considerati i tempi e il suo status di prete, non è stato certo il tiro di Jappelli e del suo compare, ma chissà che una spintarella anche quell’episodio non gliel’abbia data…
Perché la storia non finisce qui. Piuttosto, comincia. Don Bisceglia a quel punto scompare. Nessuno sa bene dove sia.
Si saprà solo dopo che si è ritirato in un Sasso a Matera, per un anno, a riflettere, a compiere in solitudine la sua traversata nel deserto. Ricomparirà a Roma, dove a sessantacinque anni fonderà l’Arcigay nazionale.
È lui l’unico vero fondatore dell’Arcigay nazionale. Don Marco – a quel punto solo Marco, senza il “don” – lavora in un paio di stanzette presso l’Arci nazionale, in una viuzza a duecento metri da piazzale Flaminio.
Militante, volontario, dalla parte degli “ultimi” come a Lavello – anche se adesso per lui gli “ultimi” sono gli omosessuali non più i braccianti del Sud – vivendo quasi in povertà (ha la misera pensione di insegnante di religione) non era difficile incontrarlo mangiare un panino seduto alla fontana di piazza del Popolo.
Proprio qui, in Italia – Paese cattolico per eccellenza e fanalino di coda fra i Paesi occidentali e non solo quanto al riconoscimento dei diritti, delle unioni di fatto e del matrimonio omosessuale – il primo matrimonio fra due uomini viene celebrato, e celebrato davvero, per quanto carambolescamente estorto con l’inganno, in una chiesa, in una parrocchia, da un parroco del Sud. Trent’anni fa.
* Piergiorgio Paterlini ha pubblicato Ragazzi che amano ragazzi (1991), I brutti anatroccoli (1994), Manuale di educazione sessuale per gay ed etero (1995, 2003), Lasciate in pace Marcello (1997), Adottare un figlio (2000). Biografia e opere in www.sosiapistoia.it

