Non lasciare che il meglio uccida il bene: ha senso ancora confessarsi?
Riflessioni di Nazareno
Ho chiesto a Michela, una ragazza che se ne intende un po’ di cristianesimo di provare a raccontarmi cosa sia per lei oggi, nel 2026, la confessione e di come pensa che debba confessarsi una persona omosessuale oggi. Ecco cosa mi ha risposto…
Per molti di noi, (ex) ragazzi e ragazze (oggi un po’ più grandi) ma comunque cresciuti in oratorio… e non solo per noi ma immagino anche per gli omosessuali che vivono le loro Chiese, il sacramento della Riconciliazione è stato spesso vissuto come un tribunale in cui misurare la distanza tra una norma astratta e la nostra realtà vissuta.
Eppure, se leggiamo con attenzione le riflessioni della teologia morale, scopriamo che la Confessione non è la verifica di una perfezione statica, ma il luogo in cui Dio benedice il nostro “bene in corso”.
Il rischio di cadere nel legalismo del solo catechismo è quello di farci credere che esista solo il bianco o il nero: o si è nella piena osservanza della norma, o si è nel peccato totale. Ma il discernimento cristiano ci insegna una categoria molto più umana e divina al tempo stesso: quella del “meglio possibile“.
In ambito morale, la qualità della nostra azione dipende dal grado di responsabilità e dai condizionamenti che subiamo. Riconoscere questo nel confessionale cambia tutto. Non ci presentiamo più per dichiarare un fallimento rispetto a un ideale irraggiungibile, ma per offrire a Dio il passo che siamo stati in grado di compiere, con le nostre “gambe” e su un terreno spesso accidentati.
La penitenza come dinamismo, non come sanzione
Se il meglio non è il “tutto” del bene, ma il “tutto del bene possibile”, allora la riconciliazione diventa un atto dinamico.
- Accogliere il limite: Il sacramento ci aiuta a distinguere tra ciò che è un’omissione colpevole e ciò che è, invece, un limite strutturale della nostra situazione attuale.
- Valorizzare il progresso: Dio non guarda solo al traguardo finale, ma alla direzione del cammino. Il “meglio possibile” è il massimo bene che la nostra storia passata ci permette di praticare oggi.
- Aprire al futuro: Il discernimento non si esaurisce nel perdono del passato, ma prosegue nella ricerca del “bene ulteriore” che saremo in grado di praticare domani, proprio grazie alla forza ricevuta oggi.
Vivere la riconciliazione in questa prospettiva significa trasformare il dialogo con il confessore in un vero discernimento secondo coscienza. Non si tratta di cercare scuse, ma di cercare onestamente quale azione, hic et nunc, consolida la nostra relazione con Cristo.
Il Signore ci incontra lì dove siamo, non dove “dovremmo” essere. Per un cristiano LGBT+, questo significa che il cammino di fede non è un “tradimento” della Verità se non raggiunge immediatamente uno standard prestabilito, ma è una “tradizione viva” che progredisce sotto l’assistenza dello Spirito.
Abbracciare la categoria del “meglio possibile” nel sacramento della Riconciliazione ci permette di uscire dal confessionale non solo sollevati dal peso dell’errore, ma incoraggiati a proseguire il cammino con la certezza che ogni piccolo passo, se fatto con amore e verità, è già un riflesso della gloria di Dio.

