«Non temere» (Is 43,1). La parola che unisce le Veglie di maggio 2026
«Non temere, perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni» (Is 43,1), è la frase della Bibbia che quest’anno accompagnerà le Veglie per il superamento dell’omotransbifobia che si terranno a maggio 2026.
Non è una scelta casuale. In quel capitolo il profeta Isaia parla a un popolo stanco, disperso, attraversato dalla paura. E Dio non comincia con un rimprovero, ma con una carezza: non temere. È una parola che non nega il dolore, ma lo attraversa. Una parola che non cancella le ferite, ma le chiama per nome.
E subito dopo aggiunge: «Ti ho chiamato per nome». Non per categoria. Non per etichetta. Non per definizione morale. Per nome.
Per tante persone LGBTQ+ la paura è stata – e a volte è ancora – una presenza costante: paura di essere rifiutate, di perdere legami, di non trovare spazio nelle comunità cristiane.
Paura di dover scegliere tra fede e verità di sé. In questo contesto, il versetto di Isaia suona come una promessa che rimette le cose al loro posto: l’amore di Dio viene prima di ogni condizione.
È la stessa logica che attraversa il Vangelo. Gesù incontra prima, giudica dopo – quando giudica. Chiama prima, spiega dopo. «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo» (1Gv 4,19). Prima. Non alla fine di un percorso di aggiustamento.
Le Veglie di maggio 2026 nascono dentro questa consapevolezza. Non sono un gesto di contrapposizione, ma un atto di fede. Un modo per dire, insieme, che la violenza e la discriminazione non possono avere l’ultima parola. Che la paura non è il linguaggio di Dio.
“Non temere” diventa così una parola pastorale, concreta. Vuol dire: non temere di pregare con il tuo volto e la tua storia.
Non temere di stare in chiesa senza nasconderti. Non temere di credere che il tuo nome – proprio il tuo – sia pronunciato con amore.
Forse è questo il senso più profondo delle Veglie: creare uno spazio in cui la fede non chieda di scolorirsi, ma di restare. Dove si possa ascoltare, nel silenzio della preghiera, quella promessa antica che continua a risuonare: «Tu mi appartieni» (Is 43,1).
Detta non come possesso, ma come appartenenza reciproca. Come casa.

