“Non temere” (Isaia 43,1). Il grido delle veglie di preghiera per un mondo senza omotransbifobia
Il versetto biblico che unisce le veglie di preghiera e i culti domenicali per un mondo senza omotransbifobia è «Non temere, perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome» (Isaia 43,1). È una parola scelta e condivisa da centinaia di persone, provenienti da contesti e paesi diversi, come filo comune di preghiera, ascolto e responsabilità.
Quando Isaia pronuncia queste parole, si rivolge a un popolo in esilio. Persone sradicate, umiliate, private del nome e della storia. Ed è proprio lì che Dio dice: “ti ho chiamato per nome”. Ti riconosco. Ti vedo. Ti restituisco dignità. Per una persona LGBT+, essere chiamata per nome è l’opposto dell’omotransbifobia. È il contrario delle etichette, delle battute, dei silenzi imbarazzati. È Dio che si schiera contro ogni cancellazione dell’identità.
C’è poi quel “ti ho riscattato”. Nella Bibbia, riscattare significa liberare chi non può farcela da solo. Non è un premio al merito, ma un atto di giustizia. Per molte persone LGBT+, il riscatto passa dal smettere di sentirsi sbagliate. È l’uscita dalla prigione dell’autocolpevolizzazione, della vergogna interiorizzata, di una fede trasformata in arma contro se stesse (cfr. Esodo 6,6; Salmo 34,19).
Che cosa significa allora, per noi cristiani e cristiane, metterci in cammino davanti a questa parola? Non solo ascoltarla, ma abitarla.
Significa scegliere di stare dalla parte della vita concreta delle persone. Portare nelle veglie i nomi e le storie di chi ha paura, di chi è stanco, di chi non ce la fa più. Pregare non al posto delle persone ferite, ma con loro.
Significa trasformare i culti in spazi sicuri, dove non serve nascondersi, spiegarsi, giustificarsi. Dove la fede non chiede sacrifici identitari, ma diventa respiro (Luca 2,10).
E significa fare memoria. Perché ogni veglia contro l’omotransbifobia è un piccolo esodo. È accendere una luce nella notte per attraversare insieme un mare di sofferenza. È ricordare, con il corpo e con la preghiera, che Dio non è mai alleato della violenza, ma della liberazione. Che nessuna vita delle persone LGBT+ è fuori dal patto di Dio (Esodo 14; Isaia 43,2).
Questo versetto ci affida una responsabilità chiara: diventare noi stessi voce che chiama per nome. Nelle comunità, nelle chiese, nelle relazioni quotidiane. Dire a chi è ferito: non temere, non sei solo, non sei sbagliato. Non perché il dolore scompaia, ma perché non è più vissuto nell’isolamento.
Forse è questo il senso più profondo di pregare oggi Isaia 43,1: lasciare che Dio ci insegni a guardare le persone non come problemi da gestire, ma come vite amate, riscattate, chiamate per nome. E scegliere, ogni volta, da che parte stare. Dalla parte dell’amore sconfinato di Dio o dalla parte dei nostri pregiudizi.
Info veglie: www.gionata.org/inveglia
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